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lunedì 7 maggio 2012

Panajachel, San Cristobal e Semuc Champey: tra mete turistiche e posti qualsiasi

Semuc Champey
Ma Laura ha ragione quando, con in mano una guida turistica presa a prestito, dice: “Siamo qua, dall'altra parte del mondo, chissà se mai ci torneremo... Almeno andiamoci a vedere questi posti!” Il nostro visto è valido ancora per alcuni giorni, quindi possiamo prendercela comoda e farci un giro, prima di fare rotta verso sud.
E così, senza navette e senza ostelli internazionali, lunedì 30 aprile andiamo Panajachel, sul lago di Atitlan. Ci sediamo accanto ai mitici moli di legno che tante volte avevamo visto fotografati, dipinti, stampati sulle magliette. Ma le nuvole non ci permettono di vedere i vulcani fare da sfondo oltre la riva opposta, e ci restiamo male. Molta gente per strada parla inglese, gli indigeni (altrove sfuggenti e diffidenti verso gli stranieri) ci sorridono e ci salutano. Lungo la strada che porta ai moli troviamo bancarelle colorate di vestiti, borse in stoffa o in cuoio, bigiotteria. Tutte cose che non possiamo caricare nei nostri già troppo pieni zaini.
La notte successiva, come per controbilanciare, la passiamo a San Cristobal, un posto qualsiasi dalle parti di Cobán. Arriviamo col buio e bussiamo al portone di metallo dell'hotel Israel, nel quale si apre uno sportellino più piccolo da cui, dietro due corte sbarre, si affaccia una ragazzina. Da queste parti sembrano essere poco abituati a ricevere turisti (e ospiti in generale), tanto che la piccola rimane come sbigottita e richiude lo sportello. Poco dopo si affaccia la madre, una giovane dalla pelle bruna e dal sorriso discontinuo, interrotto da molti denti luccicanti d'argento. Anche lei un poco sorpresa, ci fa accomodare al tavolo dell'ampio salone del suo ristorante, che a quest'ora della sera è già chiuso. “Vado a preparare la stanza” dice, e tenendosi la lunga gonna colorata con una mano sale le scale seguita da sua figlia, che intanto non ha mai smesso di guardarci di nascosto e ancora adesso, dandoci le spalle sulle scale, ci osserva con la coda dell'occhio.
Al piano di sopra ci rendiamo conto di essere gli unici avventori. Il posto è povero e decoroso, il pavimento è quasi pulito e le lenzuola profumano di sapone. Nella stanza ci sono due letti, un chiodo arrugginito per appendere i vestiti e un piccolo televisore (già acceso per far bella figura) in un angolo. Nel bagno in comune non c'è l'acqua corrente, ma un grosso bidone blu a cui attingere con secchielli più piccoli, per lavarsi e tutto il resto. Dopo esserci sistemati usciamo a fare un giro e mangiamo per pochi quetzales carne alla griglia e patate fritte in un chiosco in piazza. Passeggiando per le poche strade di questo paesino circondato dalle montagne (montagne che sono come “fantasmi neri su un fondo blu”) incontriamo due capannoni da cui escono voci tonanti, suadenti e severe allo stesso tempo: sono i predicatori dentro alle loro chiese, ciascuno dei quali parla ad un pubblico di cinque o sei persone. In giro troviamo ragazzini in bicicletta, famiglie che rincasano, coppiette che passeggiano, ubriachi che barcollano. In un negozio compriamo del pan dolce, un succo di frutta per la colazione di domani e ce ne andiamo a dormire nella fresca quiete della nostra stanza.
Laura si addormenta in fretta, non faccio in tempo a chiederle a cosa ne pensi lei. Ma io mi sento molto più a mio agio a San Cristobal, un posto qualsiasi e sconosciuto, che tra le bancarelle, la musica e i locali di Panajachel, sul lago di Atitlan.


La mattina dopo prendiamo posto su un bus in direzione Semuc Champey, la nostra prossima meta. Semuc Champey in lingua quiché significa “dove il fiume si nasconde nella montagna” o qualcosa di simile. È un luogo sperduto nel profondo della selva guatemalteca in cui, appunto, il fiume Cahabón passa per un tratto attraverso una grotta, sotto terra, mentre contemporaneamente al di sopra forma delle pozze di acqua verde e limpida nelle quali ci si può tuffare a volo d'angelo. Accanto a me, appoggiato sul pavimento del bus, c'è un grosso cesto da cui spunta la testa rossa di un tacchino. Me ne accorgo solo dopo qualche minuto di viaggio, quando ci giriamo, il tacchino e io, contemporaneamente l'uno verso l'altro, trovandoci occhi negli occhi. Il bus intanto percorre la strada sterrata, scendendo il versante di una montagna per arrampicarsi poi su quella successiva e così via, per un numero di volte di cui perdo il conto.

Dopo tutto un giorno di viaggio arriviamo a Lanquin, a un passo dalla meta. E proprio a Lanquin, cadiamo in trappola. La saggezza ci suggerisce di fermarci per la notte e di inoltrarci solo domani verso il parco naturale, che sta a circa 12 Km di distanza. Ormai lo abbiamo imparato: meglio stare lontani dalle attrazioni turistiche; meglio appostarsi a una certa distanza, preparare l'attacco e poi “mordi e fuggi”. Ma scendendo dal bus c'è un tale ad aspettarci, forse avvisato dall'autista che ci ha portati fin lì. Il tale lavora per l'ostello El Portal, proprio a ridosso del parco naturale, e ci offre, se decidiamo di alloggiare dal suo datore di lavoro, il passaggio gratis sia all'andata che al ritorno. Il costo della stanza non è alto, anzi. Insomma: più per stanchezza che per ingenuità ci lasciamo convincere a salire sul cassone del motocarro, sul quale affrontiamo in piedi una sterrata anche peggiore di quelle viste fin lì. Al nostro arrivo ci sentiamo catapultati, che ne so, in Norvegia: mai in vita mia ho visto tante persone bionde tutte insieme come sotto la veranda del bar del Portal.
Tralasciando il fatto che non si capisce bene il senso di dormire in palafitte di bambù a due passi dalle case in muratura degli indigeni, devo dire che la loro strategia funziona bene: loro (quelli del Portal, maledetti) ti portano lì e dopo tu non te ne puoi andare in giro da solo, non hai energia elettrica per scaldarti le tue brodaglie o per mettere in fresco la tua acqua, non ci sono negozi dove comprare viveri... Insomma: se vuoi mangiare, bere o spostarti ti devi rivolgere alla reception, dove c'è un tizio che scrive il tuo nome sul suo quaderno e, sotto al tuo nome, mette in colonna i numeri: “Don't worry! You pay later” ti dice. E così, per evitare di scialacquare i nostri risparmi in un modo così indegno, il giorno appresso, dopo una serata di giochi da tavolo in mezzo a teste bionde, parlando con fatica un inglese che già non dominiamo più, andiamo a visitare il parco e ci facciamo riportare a Lanquin.
Prossima meta: Mar dei Caraibi.

Sul fiume a Semuc Champey (foto di Laura)

sabato 11 febbraio 2012

Guatemala, è deciso

San Cristóbal de las Casas
Il 4 febbraio, alle nove e mezza della sera, Dianne e Carlos ci salutano alla stazione dei bus di Puebla. Pacche vigorose sulle spalle per i maschietti, occhi lucidi per le femminucce. Raccomandazioni, numeri di telefono sul nostro taccuino rosso. Poi si sale a bordo, guardiamo dal finestrino i nostri amici in piedi sulla banchina, loro aspettano la nostra partenza. Sarà l'autista, uno che in fin dei conti in questa storia non c'entra niente, a tagliare il cordone ingranando la retromarcia e portandoci via di là.
E così "Ciao Puebla", dopo più di un mese. Ciao Dianne, che mi hai soprannominato Milaneza, per quante me ne sono mangiate. Ciao multisala Cinemex, anche se dei tuoi film in spagnolo non ho capito un cazzo. Ciao Parco comunale (io li odio i parchi, ma quello lì no perchè ha le erbacce che spuntano dalle crepe del vialetto). Ciao omino del gas, che ci avevi proprio rotto le palle con il tuo megafono alle otto di mattina. Ciao padrona di casa, che volevi rubarci i soldi del deposito. Ciao piccola Sam, che hai ricevuto "in eredità" lo zaino di Laura, per i tuoi viaggi futuri. Ciao Estudiantino, vicino di stanza, e scusa se abbiamo usato la tua connessione Internet senza chiedertelo. Ciao a tutti, ormai è deciso: si va in Guatemala. E già che ci andiamo, ci andiamo lentamente, ci concediamo le nostre digressioni.
Sull'autobus che da Puebla ci porta a Salina Cruz (sull'Oceano Pacifico) non si dorme male. E del resto ormai ci siamo abituati. L'idea è di fermarci un paio di giorni al mare, a fare bagni e a prendere il sole, ma non abbiamo fatto i conti col vento che ti butta la sabbia negli occhi. Giriamo da una spiaggia all'altra con i Taxi collettivi, ma gli abitanti del posto ci fanno notare che non abbiamo scelto la località migliore: loro stessi, se vogliono andare al mare, vanno da un'altra parte.
Così il giorno dopo prendiamo altri bus fino a Tuxtla Gutiérrez, capitale del Chiapas. All'Hostal San Miguel passiamo la notte svegli a guardare sei puntate de "La nuova squadra Spaccanapoli", così che il giorno dopo siamo freschi e pronti di buon mattino per l'escursione con la lancia nel Canyon del Sumidero. Un posto incantevole, ma mi sarebbe garbato di più navigare un po' al di sotto dei 180km/h... Ho un sacco di foto ricordo, tutte mosse.
Tappa successiva a San Cristóbal de las Casas, luogo in cui mangiamo i tamales più buoni del mondo. Luogo, anche, in cui tocchiamo il punto più basso a livello di alloggi: cose che preferisco non raccontare. Dico solo che è stato logisticamente impossibile dormire. Per la prima volta in vita mia ho sperato che la sveglia suonasse presto e mettesse fine all'incubo puzzolente di quella topaia.
Per fortuna la sveglia è alle 5:30: alle 6:30 aspettiamo il pullmino per Guatemala City (che arriva invece alle 8). Il viaggio è lungo, pieno di intoppi e ritardi, cambi di mezzi e trasbordi di zaini. Alla frontiera cerchiamo invano di far valere i nostri diritti, di non farci rubare soldi, ma siamo forse troppo timidi e inesperti: ci lasciamo scucire 20 pesos a testa. Pochi soldi, ma mi gireranno le palle per qualche ora. Arriviamo a destinazione che è notte. In albergo non risulta la nostra prenotazione e noi non abbiamo moneta locale. Non accettano pesos nè carte di credito. Dopo una giornata del genere ci manca solo di restare per strada di notte, con gli zaini pieni e la pelle bianca, in una delle zone più pericolose di una delle città più pericolose del mondo (questo ci hanno detto tutti, per farci stare tranquilli). La tipa alla reception chiama il gestore, che per fortuna si lascia impietosire e ci dà una stanza, con la promessa di prelevare e pagarlo l'indomani mattina.
Ed ora, insomma, eccoci qua, a Città del Guatemala. Qui resteremo per tre mesi, a lavorare come volontari per il Mojoca, un movimento di ragazzi di strada.