venerdì 20 gennaio 2012

Del nostro regime alimentare

L'insegna dice Hosteria Angel. Dentro il posto è buio e non ha nulla di diverso dall'officina del fabbro dall'altro lato della strada, o dal garage del meccanico. Pavimento e pareti, fino all'altezza dei tavoli, sono rosso mattone mentre il resto del muro e il soffitto sono giallo ocra. Pochi tavoli in fila lungo il muro e una radio portatile, su un tavolino in fondo, che trasmette l'Anna Tatangelo locale.
Oggi ci fermiamo qui e ci sediamo pure, come i signori. Come la gente normale. Ci attirano i pentoloni fumanti all'ingresso (qui si cucina sulla soglia, quale miglior menu?) e il profumo di carne alla griglia. Abbiamo un'idea precisa in testa: la pechuga empanizada. Una bistecca impanata, praticamente, con patate fritte e riso. Una meraviglia, davvero. L'ultima volta che siamo stati qui ho mangiato una coscia di pollo in brodo piccante che ancora me la sogno la notte (per quanto era buona, e per quanto era piccante).
Da quando siamo qui la musica è cambiata, e non mi riferisco alla Tatangelo al posto del Jazz. Negli Stati Uniti seguivamo due tipi di dieta: quando avevamo una casa in cui stare, facevamo la nostra povera spesa (vabbé, niente Barilla e niente Parmigiano; niente verdure, che costavano un occhio; niente carne rossa... Ma tutto sommato c'era roba dignitosa). Facevamo la spesa, dicevo, e cucinavamo cose più o meno sane: pasta, pollo, risotti, pizze. Quando invece eravamo fuori la faccenda era più tragica e più comica. C'era poco da scherzare: ti distraevi un attimo dietro alla voglia di un caffè e partivano dieci dollari. Quindi eravamo fissi da Mac, affezionati al dollar menù: due cheesburger e il pasto era fatto, con due dollari più le tasse. L'acqua, ce l'avevamo nello zaino. Quando proprio la fame non ci lasciava in pace, davamo il colpo di grazia con due ciambelle di Dunkin Donats (sempre per un dollaro ciascuna) e via.
Qui in Messico ci possiamo rilassare un po'. Per la cena facciamo sempre la nostra povera spesa al mercato del quartiere (non più da Dominick's), mentre per il pranzo spesso ci concediamo le tante bontà che Puebla offre, ad ogni angolo di strada, più o meno al prezzo del cheesburger di cui sopra. Due giorni fa, tanto per dirne una, qui sotto casa abbiamo mangiato due cemitas con milaneza, che consistono più o meno in questo: una bistecca impanata, papaia, peperoncino, formaggio fuso, patate fritte, cipolla e salsa piccante. Il tutto tra due fette di pane locale, la cemita, appunto (altro che Big Mac). Eravamo estasiati, nonostante all'inizio ci fosse sembrata una porcheria. Tutt'altro!
Più spesso ci fermiamo in uno dei tanti baracchini a mangiare tacos o cemitas con arabe, che è una specialità di qui e somiglia molto al Kebab (la carne ha un sapore simile ed è cotta allo stesso modo).
Dove vai vai, qui a Puebla, c'è sempre qualche griglia che frigge, qualche pollo arrosto che gira e ti chiama per nome e ti dice vieni, dico a te, vieni.

venerdì 13 gennaio 2012

Oggi ho affittato una sedia

Nella stanza non c'è neanche una sedia.
È una settimana che siamo chiusi qua dentro con la febbre.
La padrona di casa è tirchia.
Se ti alzi dal materasso poi non sai più dove appoggiarti, o dove appoggiare la tazzina del caffè. Rimani in piedi, con la tazzina in mano, fin quando è ora di tornare al materasso.
La schiena... Ohi..
Qua dentro non c'è NIENTE, neanche una sedia di fantasia.
Sono uscito a cercare delle sedie.
Sono più tirchio della padrona.

Così, rientrando a mani vuote e rimuginando sui miei dispiaceri, mi sono imbattuto in una bottega piccolissima e traboccante del più desiderato dei beni.

“Buon giorno signore.”
“Buon giorno a lei. Come posso servirla?”
“Sono in vendita queste sedie?”
“No, sono a noleggio.”
“E quanto vengono?”
“Questa più comoda 5 pesos al giorno, queste altre 2 e 50. Ma quante gliene servono?”
“Mah... due.”
“Due?”
“Sì, per un mese. Ha anche tavoli?”
“Certo, ma solo quelli lì grandi. Io lavoro per i ristoranti, per le feste, le manifestazioni...”
“Certo... Allora solo le sedie.”
“Quale desidera?”
“Quella più scomoda.”
“Per quanti giorni?”
“Esattamente venticinque.”
“Posso farle cento pesos. Solo due allora?”
“Facciamo una, una sola.”
“...”
“Ci sediamo un po' per uno.”
“Come desidera. Sono cinquanta pesos.”
“A lei. Grazie molte e arrivederci!”
“Arrivederci.”

lunedì 9 gennaio 2012

Dianne

E alla fine l'appartamento l'abbiamo trovato. Sarebbe più corretto chiamarla camera, ma resta il fatto che è una sistemazione niente male, dotata di:

- zona notte



- angolo cottura,




- sala da pranzo,



- Jacuzzi,


- termoautonomo



Fermarci un po' in un posto ha diversi vantaggi. Il primo (il denaro viene sempre per primo!) si abbassano le spese e la media giornaliera (abbiamo tutto un taccuino fitto fitto di conti) torna ad una soglia al di sotto del limite d'allerta. Secondo, fermarsi un tempo relativamente lungo significa conoscere i luoghi e le persone in un modo diverso, un poco più profondo. Poi ci si riposa la schiena, ci si ritrova in una quotidianità per nulla disprezzabile; si ha il tempo di pensare indietro e avanti, di progettare, tenere contatti. Nel mio caso c'è il tempo per scrivere e perdere tempo (è così piacevole) sul web.
In questa casa non siamo ospiti di nessuno, per la prima volta (ostelli e bettolacce varie a parte). Ma ancora una volta sono rimasto senza parole né gesti di fronte alla generosità della gente. Ricordate la donna preoccupata, quella seduta dietro di noi sull'aereo per Città del Messico? Si chiama Dianne ed è un avvocato, figlia di padre newyorchese e madre messicana. Scendendo dall'aereo mi era venuto in mente di chiederle consiglio su quale compagnia di autobus prendere e in quale stazione per arrivare a Puebla da Città del Messico. Lei è stata molto carina e disponibile, da subito. Ci ha dato le informazioni che ci servivano e ci ha dato il suo numero di telefono pregandoci di chiamarla, senza farci problemi, dato che abita vicino Puebla. Così ci siamo salutati: lei nella fila dei cittadini messicani e noi dall'altra parte, con gli extracomunitari.
A Puebla siamo rimasti tre giorni all'Hostal S.to Domingo. Una bettola, tanto per cambiare: camerata da 18 con tanto di petomane e russatore professionista, freddo polare, cesso che non si chiude. C'è poi da dire che da queste parti sono piuttosto abili nel vendere ciò che in realtà non c'è. Per esempio, doveva esserci il servizio lavanderia. E non è che non c'era: solo si trattava di fare tutte le proprie cose in un fagotto entro le 11 della mattina e di consegnarle a una signora, che le avrebbe portate in lavanderia per 40Mex$ (ce le abbiamo portate noi, per 13). Allo stesso modo all'Hostal Moneda di Città del Messico vantavano (sul sito Internet) il servizio trasporto dall'aeroporto: basta una telefonata, dicevano. Dopo mezz'ora è arrivato un tale con una Pointer (una Polo venuta male) tutta scassata, con uno straccio infilato a chiudere la voragine dove un tempo c'erano le bocchette dell'aria. Si era appena alzato dal letto (erano le sette di sera) e tranquillo guidava facendo il pelo al traffico tremendo della città, con i Cure nell'autoradio a cassette. Il tutto per 160Mex$ (il tragitto inverso l'abbiamo fatto in metropolitana, per 6Mex$).
Ma stavo parlando di Dianne, mi pare. Al secondo giorno di permanenza all'Hostal le ricerche della camera procedevano, ma a rilento. Così abbiamo chiamato Dianne, che sembrava contenta di sentirci. Ci ha consigliato di comprare il Sol de Puebla (una specie di Settegiorni ma, spero, più serio) e di dare un'occhiata agli annunci in una certa sezione. Ci ha anche dato appuntamento al nostro Hostal per quel pomeriggio. Noi (io componevo il numero e reggevo il giornale) abbiamo fatto un po' di telefonate, ma ci siamo fermati in attesa di Dianne, per chiederle quali zone della città fossero migliori e quali assolutamente da evitare (c'erano strane differenze di prezzo). Lei è arrivata con il marito e una delle figlie e, senza perdere tempo, ha preso il giornale e si è messa a telefonare. Non sapevamo come comportarci. Alla seconda telefonata l'abbiamo sentita dire nel telefono: “Saremo lì entro venti minuti”. Poi ci ha detto: “Andiamo” e ci ha fatti salire in macchina. La stanza era troppo piccola per due, così abbiamo fatto altre telefonate. Il secondo appuntamento è andato meglio, anche se la stanza era gelida (compreremo poi una stufetta elettrica usata che non funzionerà) e buia (niente lampadine, finché qualcuno non paga l'affitto). Comunque ce la caviamo con 2300Mex$ al mese (circa 130€) e non è male.
Non sapevamo che dire a Dianne, a Carlos e alla loro figlia. Sappiamo solo che abbiamo imparato qualcosa da loro. Li abbiamo invitati a cena: non tanto per dovere (e comunque ci sembrava il minimo), quanto per passare dell'altro tempo con loro, per capire chi fossero davvero quegli angeli gentili. Ma alla fine Carlos è irremovibile: “La cena la pago io” dice. È un po' imbarazzante la faccenda (per noi), soprattutto per la difficoltà a comunicare nella loro lingua. Ma Dianne taglia corto e dice “Ci vediamo domani col colchon.”
“Eh?” dico io.
“Il colchon, il materasso. Ce n'è uno solo nella stanza. Vi porto anche qualcosa per fare le pulizie”.

Tutto questo è difficile da spiegare. In altre circostanze forse mi sarei tirato fuori da tanto interessamento. Vuoi per il vile sospetto che poi ci sarebbe stato un conto da pagare. Vuoi perché non è bello sentirsi di peso. Ma da quando siamo in giro (a Boston con Michael e Monica, a New York con Aron e Francesca, a Naperville con Marco e Sara, a Los Angeles con Berney e Kathy...) abbiamo respirato un'ospitalità e una naturalezza disarmanti. Una gioia di accogliere e conoscere, perfino. Non c'è dietro niente di più, davvero. Solo, ora sembra naturale anche a noi fare lo stesso quando ne abbiamo la possibilità. A quanto pare, c'è da guadagnarci in ogni caso. E c'è in ballo una ricchezza che sembra essere davvero inestimabile: un aprirsi di strade e orizzonti e possibilità inedite. Visto così, sembra che il mondo sia un bel posto in cui stare.

venerdì 6 gennaio 2012

Messico e nuvole

Quei maledetti barconi
In Messico apriamo le danze con una figuraccia, sull'aereo appena atterrato. Lo speaker dice qualcosa e, tanto per cambiare, io non capisco un tubo. Mi pare che dica di aspettare un attimo, che ringrazi per la pazienza; forse si scusa per un qualche inconveniente. Fatto sta che però le porte dietro di noi, seduti nella penultima fila, si aprono. Tre tali seduti in fondo si alzano e se ne vanno, solo una donna resta seduta. Laura si alza e, perbacco, lei lo sa lo spagnolo, avrà capito... Evidentemente è ora di scendere punto e basta. Faccio per seguirla ma rimetto subito il culo sul sedile perché vedo il tale seduto nella fila accanto che la prende per un braccio dicendo “No no no!” pieno d'apprensione. La donna dietro di noi dice qualcosa, anche lei preoccupata. Scopriremo poi che i tre tali erano dei Servizi segreti che dovevano scendere, per l'appunto, in gran segreto. Tutti l'avevano capito... Solo per noi era un segreto.
Ma a parte questo antefatto poi le cose sono andate meglio. L'ostello di Città del Messico puzzava di fogna, l'acqua calda c'era di rado e la colazione (quando arrivavi in tempo) faceva schifo. Però abbiamo fatto amicizia con i compagni di stanza: due ragazze francesi, un argentino e un peruviano. Con loro abbiamo passato il veglione organizzato dall'ostello: un cartello invitava ad una meravigliosa festa dalle ore 21, promettendo un banchetto niente male. Alla fine c'eravamo solo noi (quasi) e i panini sono arrivati a mezzanotte! Mi ero tenuto digiuno...
E poi, si sa, alle feste si balla. Questo dato di fatto mi ha consentito ci conoscere Richardo, un tedesco con gli occhi e i capelli da tedesco, alto alto, con una scarpa tenuta insieme dal nastro americano. Se ne stava lì appoggiato alla ringhiera della terrazza (la festa era sulla terrazza) a guardare giù e a scolare birre. Poi ha visto che io me ne stavo lì appoggiato al bancone a guardare in su e a scolare birre ed è venuto per fare due chiacchiere. Aveva quell'aria triste anche perché il giorno dopo gli toccava di tornare in Germania, dopo mesi in giro per il Sud America a fare il cooperante per una ONG. Più tardi, chiuse le danze e recuperata la moglie, siamo andati tutti e tre a fare un giro per il centro. Richardo ci parlava un po' in spagnolo e un po' in inglese, a seconda delle nostre lacune. Alla fine ci ha lasciato qualche riferimento utile per quando scenderemo più a sud.
Il primo gennaio passiamo la giornata con i nostri compagni di stanza. Decidiamo di lasciarci portare in giro senza fare troppe domande e finiamo in una trappola per turisti: sembrava trattarsi di una contemplativa gita in barca, tra le acque di canali antichi e misteriosi. Si è rivelata una scampagnata su una tangenziale acquatica, nell'ora di punta, con lavori in corso e tamponamento a catena. Un baccano infernale. Quei maledetti barconi dai nomi ridicoli, mossi da gondolieri armati di lunghi bastoni con i quali spingevano sul fondo, erano così tante che era un continuo scontrarsi, incagliarsi, arenarsi, intraversarsi, naufragarsi. A complicare le cose ci si mettono anche barconi di mariachi che ti vogliono vendere una canzone, barconi di venditori di tacos, di tequila, di giocattoli, di fiori. Alla fine l'impresa ci costerà 580Mex$ e se penso che fino a qui ci siamo tolti il cibo di bocca...
Intanto continuano, senza successo, le nostre ricerche per un appartamento a basso costo a Puebla. Città del Messico non è male: per strada mi sono pappato un sacco di tacos. Ma è una città troppo grande, troppo caotica, troppo difficile da interpretare. Abbiamo bisogno di qualcosa che sia più provinciale, più alla nostra portata. Il 2 gennaio salutiamo l'allegra compagnia e prendiamo un bus per Puebla, dove staremo in ostello per tre notti. Tre giorni per trovare un posto in cui stare.

venerdì 30 dicembre 2011

Joe

Al Capone
Joe è un uomo sui settanta con un maglione mica tanto bello e una storia da raccontare.

C'è un party questa sera nella casa di Redondo Beach: amici di vecchia data del padrone di casa si incontrano, forse per salutare insieme l'anno che arriva. Un fattorino ha portato due burritos lunghi un metro e mezzo ciascuno. Ci sono anche le polpette al sugo di Gaetano's e c'è un frigo da viaggio, pieno di ghiaccio e lattine. Capannelli flottanti di persone tessono pezzi di discorsi, qualcuno esulta agitando la stecca da biliardo. Il cane è nella gabbia e protesta: avrà anche lui la sua polpetta.
Ci aggiriamo prudenti, Laura e io, ché ogni conversazione comporta innumerevoli Sorry? e dopo un po' ci vuole una pausa. Credetemi, è faticoso non capire mai un...
C'è una sedia vicino all'ingresso e una parete di vetri spessi e opachi che separa l'ambiente da tutto il resto: per un po' mi pare che quello, la sedia all'ingresso, sia la posizione ideale per il mio primo party. Una specie di distanza partecipante. Ma poi, attraversando le linee alla conquista di una polpetta, trovo Joe che racconta.
Ha un cognome che non sarebbe il suo, tanto per cominciare. Facciamo che prima si chiamava Caputo e ora D'Amato. Alla pratica anagrafica ha provveduto nientemeno che Mr. Al Capone, per togliere dai guai suo nonno che ne aveva combinata una grossa a New York.
Joe è cresciuto a Chicago (la città di Capone) e per un po' ha fatto “le consegne”. Ci tiene a dire che non ha fatto del male mai a nessuno, ma che quelli erano tempi duri. E che è difficile prendere le distanze dal proprio mondo, dalle persone che t'hanno cresciuto. Ai tempi della scuola andava in classe col giubbotto anche d'estate: “Sto bene così” diceva se l'insegnante lo invitava a toglierselo, visto il caldo torrido di alcuni di quei giorni. Sotto al giubbotto Joe nascondeva la pistola, una 44, perché bisognava essere pronti a difendersi. Come si è difeso suo nonno, quella volta che qualcuno è entrato nella sua macelleria con una pistola in mano e ne è uscito senza braccio. E senza pistola.
“Me ne sono andato perché erano morti troppi miei amici, ora è tutto passato” dice. Dice di essere un uomo diverso, anche se il suo passato gli ha insegnato molto, nel bene e nel male: ha dovuto fare i conti con il concetto di lealtà e di giustizia. Quel suo passato, dice, lo ha reso un uomo forte.
Ora fa una vita diversa, al fianco della sua seconda moglie. Commercia in biro con lampadina L.E.D. (ne ha regalata una a Laura: scrive bene e fa una gran luce) e ama viaggiare, come noi. Solo che noi non abbiamo mai volato in first, per ora.

lunedì 26 dicembre 2011

Los Angeles

Io disapprovo Las Vegas
Sono giornate grosse, intasate. Ti svegli e vai a letto e neanche ti sei accorto. Quindi dovrò essere sbrigativo, se non voglio che passi troppo tempo senza aver raccontato niente.
Eravamo rimasti che saremmo migrati verso sud, insieme alle oche. E così è stato. Alla Union Station di Chicago abbiamo preso un treno che in circa 43 ore ci ha portati alla Union Station di Los Angeles. Due notti su quei sedili. Gli americani non la spengono mai l'aria condizionata, neanche se fuori c'è meno dieci. Comunque c'era la living car, un vagone con tavolini e poltroncine girati verso vetrate panoramiche. Io ci andavo soprattutto di notte, quando da vedere c'era poco (neanche un lampione per miglia e miglia, buio nero) ma era più tranquillo: il posto ideale per autocommiserarsi della propria insonnia.
A Los Angeles avevamo un appuntamento con l'autonoleggio Budget dell'aeroporto, perché noleggiare all'aeroporto, a quanto pare, costa meno; quindi abbiamo dovuto ingegnarci con metropolitane varie per arrivarci, con addosso quegli zaini immensi che dobbiamo assolutamente ridimensionare. Ma ce l'abbiamo fatta, alla fine. Quelli della Budget ci hanno dato un'altra Focus, bianca questa volta, e tre volumi (col culo lungo). Ce ne siamo stati in giro quattro giorni, un po' da barboni come al solito. Ma la cosa, con una macchina a fare da rifugio, ci viene più naturale. Due notti ci abbiamo dormito dentro e in totale abbiamo fatto circa 2500 miglia, attraverso un itinerario più o meno premeditato che ha toccato la Death Valley (meraviglia di aridità e rocce scavate da acque che non scorrono più da secoli), Las Vegas (posto orrendo, abbiamo anche perso un dollaro alla slot machine), e il Grand Canyon (il GRAND CANYON).
E ora siamo qui a Redondo Beach (nella contea di Los Angeles) ospiti della famiglia di Michael, che già ci aveva accolti nella sua casa di Boston. Che dire... Seduti in giardino, sul bordo della piscina, vediamo l'Oceano. Proprio noi, noi che abbiamo mangiato pane bianco e pappa per cani fino a due giorni fa. It's fantastic!
Ieri abbiamo passato il Natale in famiglia, quasi come due di famiglia. Eravamo a casa di granma (la nonna di Michael, non la barca di Castro). Abbiamo scambiato i regali intorno all'albero e mangiato un tacchino eterno (prima non finiva mai di cuocere, poi di ingombrare il piatto) tagliato con una specie di sega elettrica in miniatura. Un'esperienza di circa otto ore in totale.

Qui è un po' come fosse fine maggio in Italia. Stamane abbiamo camminato scalzi sulla spiaggia, Laura ed io, accanto ai surfisti e ai cormorani che volavano a filo d'acqua, assecondando il moto delle onde, millimetrici.
Stiamo per andarcene dagli Stati Uniti: per noi una fase si chiude. Tre giorni, tre. Poi: Mexico.

martedì 13 dicembre 2011

Starnazzando verso Sud

Foto di Laura Pelliciari
Siamo tornati alla base: di nuovo a Naperville.
Stamane, cosa davvero insolita da queste parti, ci ha svegliati il frastuono: un centinaio di oche starnazzavano come dannate, in piedi sulla superficie del lago che durante la notte gli è ghiacciato sotto al culo. Mi sembrano sconcertate da questo fatto.
Si radunano in schiera di fronte a Mamma Oca, che sta aspettando il momento opportuno per dare l'ordine. Come Fidel alla guida dei rivoluzionari cubani prima di salire sul Granma.
Ci siamo. Il baccano cresce. Le ali sbattono. Una nuvola scura si muove verso sud.

Dall'altro lato della casa, sulla strada, il nostro vicino sta caricando i suoi scatoloni su un camion.
E presto, a giorni, toccherà anche a noi di sbattere le ali verso sud. Chissà, Mamma Oca: magari ci si ribecca in Messico.

sabato 3 dicembre 2011

New Orleans!

Eccoci nella nostra stanza di New Orleans. Spifferi, cesso sbreccato, quadro appeso a testa in giù. Il letto è enorme, direi tre piazze visti i tre cuscini in fila. Il designer ha pensato al verde scuro quale colore dominante (tende, fodere delle sedie, moquette) e alle crepe come motivo principale (ce n'è sul soffitto, sulle piastrelle del bagno, sulla porta...).
Non male. Un paradiso insomma, e lo dico seriamente: le ultime tre notti le abbiamo passate in viaggio sui pullman della Megabus e avevamo addosso un odore di dormitorio tale che una doccia, per quanto ingiallita e crepata, era tutto quel che ci voleva. Non vedevamo l'ora di toglierci quei vestiti di dosso e tutt'ora siamo indecisi se bruciarli.
In ogni caso viaggiare sui pullman è stata un'esperienza formativa. È andato tutto per il meglio.
A parte la volta che il tale seduto davanti a me ha iniziato ad avere le convulsioni e quasi ci restava secco. L'ha portato via l'ambulanza, ma prima ha fatto in tempo a sbausciarmi sulle scarpe. E a parte il Pazzo: ce lo siamo beccato per due viaggi di fila e parlava da solo, rappava una specie di rosario incomprensibile, imbacuccato come un Touareg coi Ray-Ban. Per il resto, a parte qualche bambino molesto e una giovane autista al suo debutto assoluto (1000 Km in notturna!) è andato tutto bene. A un certo punto abbiamo fatto caso a una cosa: eravamo quasi sempre gli unici due musi bianchi della situazione.
La prima tappa l'abbiamo fatta a St. Louis: siamo scesi infreddoliti e assonnati alle cinque di mattina. Fuori dal bus c'era una stazione chiusa e una città muta. Per quanto girassimo a velocità supersonica in cerca di un bar non c'è stato verso: gelo e basta, finché non ha riaperto la stazione. Siamo riusciti a scaldarci un po' nel pomeriggio, sdraiandoci tipo lucertole in riva al Mississipi.
Tappa numero due a Memphis. Arrivati nel tardo pomeriggio (dopo il viaggio con lo sbauscione) ci siamo concessi una cena messicana (buonissima) e una birra con concerto in un locale (non male). Una bella serata, estremamente mondana per i nostri standard.
Terza tappa ad Atlanta, dove abbiamo passato la giornata su una panchina al sole e non ci sembrava vero di poter togliere qualche strato di dosso. E a cena (accidenti, non abbiamo rispettato il budget quotidiano previsto!) un hamburger con patatine (mica quelli di Mac) e una porzione di chili. Spettacolo.
L'ultimo tratto l'abbiamo fatto in macchina. Stamattina il pullman ci ha scaricati alle cinque a Mobile (Alabama), davanti a un Holiday Inn. Lì abbiamo scroccato un passaggio a un cliente che andava verso l'aeroporto, dove abbiamo noleggiato la Focus che ci ha portati a destinazione.
E ora eccoci qui a New Orleans. Siamo pronti, per New Orleans. Che dire: speriamo che ci sia buona musica. Altrimenti che senso ha?