giovedì 8 marzo 2012

Diego: una storia in cucina

La pensione della signora Ernestina è una casa uguale alle altre, nella 12 calle A. Non ci sono insegne, cartelli, prezzi, né nomi sul campanello. Ancora mi è oscuro come funzioni il giro di affari: come ci ha detto la stessa Ernestina, una signora dai lunghi capelli grigi e dal volto più giovane e più bello di quello che la vecchiaia di solito concede, qui c'è “solo gente fidata”. Noi ci siamo arrivati su consiglio delle ragazze del Mojoca, che hanno contrattato per noi il prezzo per telefono, prima di accompagnarci e presentarci alla proprietaria.
Oltre ai tre inquilini fissi (Mario, il tuttofare tarchiato e massiccio che russa come un Diesel da rottamare e non ci lascia dormire; i due studenti, quello alto e quello ciccione che somiglia - che è uguale - all'orso Yogi). Oltre a questi tre, dicevo, per questa casa passa parecchia gente. C'è chi ha alloggiato qui per un giorno, o una settimana: una donna bionda e americana, chiassosa soprattutto nelle prime ore del mattino e madre di due bambine, una bianca e una nera, entrambe perfettamente bilingue; una trentina di studenti canadesi in gita scolastica, che si sono fermati due notti in attesa di trasferirsi per una settimana in una comunità Maya (mica li mandano a Mantova a fare il giro con la motonave, loro...); poi famiglie, ragazzi di passaggio e una vecchia centenaria, più sorda che orba, che in questo momento sta girando in corridoio col deambulatore.
Una sera della scorsa settimana, nello spazio della cucina tra il lavandino e il microonde, abbiamo conosciuto Diego. Stavamo seduti a tavola, Laura e io, sfiniti dopo una lunga giornata di incontri e dialoghi in lingua straniera. E nonostante ciò lo abbiamo ascoltato per più di un'ora.

Circa un anno fa, al villaggio dove Diego vive, un ragazzino camminava per strada, vestito alla moda di certi cantanti visti in televisione: pantaloni dal cavallo bassissimo, cresta e qualche altra diavoleria che ora non ricordo. Fa parte delle stagioni della vita, insomma: a una certa età ti vesti da deficiente; poi, di solito, smetti. Fa parte di quell'età anche lo sguardo probabilmente di sfida (ma forse solo non abbastanza remissivo) che il nostro ragazzino ha incrociato con un ex patrullero (con questa parola Diego si riferisce a un membro di un gruppo armato formato da civili e appoggiato dall'esercito al tempo del conflitto interno). Mi immagino che sia andata più o meno come con i tamarri delle nostre periferie milanesi: uno decide che l'altro l'ha guardato male, e da lì comincia la storia. Solo che qui abbiamo un uomo armato e influente, amico di senatori, poliziotti e militari. Dall'altra parte abbiamo un ragazzino imberbe, per giunta vestito da deficiente.
L'uomo ordina alle sue guardie del corpo di catturare il giovane e di condurlo all'edificio che durante il conflitto interno veniva usato come carcere. Dopo avergli tagliato i capelli, gli danno un sacco di botte: l'accusa, inventata lì per lì, è di essere membro di una mara, una banda giovanile dedita alla violenza e alla devianza. La madre del ragazzo, avvisata di quanto stava avvenendo, va a cercare il figlio: anche a lei toccano botte e sevizie. Infine il padre, un poliziotto che in quel momento si trovava al lavoro, venuto a conoscenza dell'accaduto va a reclamare dall'ex patrullero. Mentre gli uomini parlano, parte un colpo accidentale, probabilmente autoinferto, che ferisce a una gamba una delle guardie del corpo. All'ex patrullero questo sembra un pretesto perfetto: decide che a sparare è stato il padre del ragazzo. Così lo torturano e lo picchiano per ore, prima di portarlo sulla pubblica piazza e dargli fuoco davanti alla gente.
Questi sono i metodi che si usavano al tempo del conflitto interno, in quei primi anni ottanta che per il nostro uomo non sembrano essere finiti. Ora come allora, grazie alle sue amicizie, si sente intoccabile. La gente lo teme e, in un certo modo non proprio spontaneo, lo rispetta.
Diego ci parla in piedi, appoggiato al lavandino. Tiene in mano un piatto di minestra che ha già scaldato due volte e che, immerso nel racconto, ha dimenticato di mangiare. Continuo a chiedermi perché ci stia raccontando tutta questa storia. Perché questa e non altre. Io gli ho solo chiesto da dove viene e che cosa ci fa in questa città orrenda, niente più.
Quel giorno, in piazza, Diego ha filmato il rogo con il cellulare, e questo c'entra qualcosa con il fatto che oggi si trovi qui: con quel filmino in mano, ha trovato il coraggio di denunciare l'ex patrullero, che ora si trova in carcere. Ma i suoi uomini e i suoi sostenitori sono liberi e già una volta hanno procurato a Diego un soggiorno gratuito di una settimana all'ospedale. Per questo è costretto a stare lontano da casa per un po' e a lavorare a trecento chilometri di distanza.
Il suo lavoro lui lo chiama di “salute mentale” e consiste nel guidare gruppi di auto-sostegno per i sopravvissuti al conflitto interno e per le molte donne vittime di violenze sessuali e non (ai tempi del conflitto, quando gli uomini salivano sulle montagne per unirsi alla guerriglia, le loro donne rimaste nei villaggi erano considerate a disposizione dei desideri peggiori degli uomini dell'esercito e dei patrulleros). Anche se Diego non lo dice apertamente, si capisce che parla della sua gente, dei popoli indigeni, dal 1492 in poi vittime elette degli eventi.
Poi ci racconta altre vicende della comunità Maya a cui appartiene, nel villaggio di Cotzal. Di storie ne conosce tante perché ci tiene a conservare la memoria, che ritiene essere uno strumento di libertà: per questo continuamente interroga gli anziani, chiedendo loro di ricordare e raccontare.
Alla fine di uno dei suoi racconti, con la minestra di nuovo fredda tra le mani, sorride e ci chiede che intenzioni abbiamo: se rientreremo a casa entro l'anno o meno. Gli spiego che, siccome c'è gente che va in giro dicendo che nel 2012 finisce il mondo, preferiamo non avere piani precisi.

giovedì 23 febbraio 2012

Città del Guatemala: quando si dice giungla metropolitana

In questa città distrarsi non si può, mai. Ostacoli e pericoli di ogni genere sono parte di una normalità a cui un italiano medio come me, magari un po' buffo con il suo cappello da pescatore in testa, non è abituato. La cosa è divertente, porta con sé un gusto esotico. Fino a un certo punto.
Ogni mattina usciamo di casa come i nostri carabinieri escono dalla caserma a fine turno: lasciamo una specie di fortezza con filo spinato arrotolato intorno ad ogni possibile accesso, dal livello della strada fino al tetto. Camminiamo lungo marciapiedi disseminati di cacche di cane (ma va be') e tombini aperti. E quando dico tombini aperti intendo proprio dire che a terra ci sono dei buchi profondissimi di varie dimensioni: a volte ti ci sta solo la gamba, altre ci potresti entrare tutto intero. Qui la gente è abituata: chiacchiera, gesticola. E' pensierosa a volte, proprio come noi. Ma loro hanno un sensore infilato nei piedi e collegato al cervello, noi no. Anche noi chiacchieriamo, per carità. Solo che i nostri discorsi sono invasi da parole estranee, sempre le stesse due: "Buco!", "Merda!"
E così arriviamo a destinazione, costeggiando i tantissimi negozi della zona. Qui l'esperienza dell'acquisto in un negozio è fatta di sbarre ed oscurità: alzata la serranda c'è l'inferriata, e quella non si apre mai e per nessuna ragione. Le donne impastano le tortillas, i tecnici smontano i televisori, il farmacista cerca nei suoi scaffali... ma sempre al buio della propria prigione quasi sempre senza finestre. Ci sono poi i negozi più grandi, di vestiti o di scarpe o di elettrodomestici. Quelli somigliano più ai nostri: entri, giri, c'è luce. Solo che c'è una guardia armata ogni due corsie, ogni tre lavatrici.
La presenza di persone armate in uniforme è grande e tutt'altro che rassicurante: la polizia federale, i cui uomini girano seduti sui cassoni dei pick-up, armati fino ai denti come i talebani; le guardie giurate fuori da ogni negozio che se lo possa permettere, sugli autobus, nelle portinerie; i paramilitari che, come per la polizia, chissà se ti puoi fidare. (Si sa, non ti puoi fidare.)
Dalla sede del Mojoca, ogni mattina prendiamo un bus diretto alla zona nella quale lavoreremo, ogni giorno diversa. I bus, ragazzi! Iniziamo col dire che se non sai fischiare sei fottuto, dato che quello è il segnale che si usa per prenotare la fermata. Magari dal fondo del bus, quando tra te e quel pazzo alla guida ci sono cento persone, un venditore che vende e un predicatore che predica. Inutile dire che io non so fischiare. In alternativa ho visto gente percuotere la lamiera del tetto con vigorose manate, ma ancora non mi sento pronto per una cosa del genere: è già buono, per il momento, riuscire a scampare al predicatore e al venditore. O a non cadere giù, visto che si viaggia a porte aperte.
Quando si tratta di scendere devi essere veloce: non sempre l'autista si ferma (e se sei bianco è più probabile che voglia farsi due risate mettendoti in difficoltà): a volte rallenta solo e tu devi scavalcare tutti e saltare giù senza ammazzarti. Anche qui come in Messico ci sono gli scarti automobilistici degli Stati Uniti. I chicken bus sono per la maggior parte vecchi scuolabus, troppo vecchi o troppo rotti: qui ricominciano una nuova vita.
Oggi al Tanke è passato un tipo con una sospensione per camion appoggiata alla spalla, a mo' di mazza da baseball. Noi avevamo già finito le attività e i ragazzi si godevano il loro meritato pranzo seduti sul marciapiede. Il tale, alito alcolico e camicia vinaccia a quadri, è venuto proprio da me e Laura, non saprei dire perchè: forse gli sembravamo i meno collusi con quella marmaglia, o i più ingenui della situazione. Ci ha detto che qualche giorno prima i ragazzi lo hanno picchiato e derubato. Ci mostra il naso rotto e ci fa sapere che quel ferro l'ha portato per fargliela vedere. Gli dico solo che non mi sembra il caso, ma lui continua il suo discorso carico di irrevocabile odio. Intorno nessuno dei nostri sembra accorgersi di lui, nessuno interviene o si interessa. Non so se è vero quello che l'uomo racconta, ma è certamente possibile. Quello che è certo è che ci saranno altre botte, da una parte o dall'altra.

venerdì 17 febbraio 2012

Il tuffo

http://www.giovanniporzio.it/gp/index.php?page=article&id=82
Sei sul trampolino, sei sulla scogliera, poco importa. Ci sei andato di tua spontanea volontà, perchè il volo ti piace. Non sai esattamente come sarà, o come impatterai, per esperto tuffatore che tu sia convinto di essere: c'è sempre un margine di imprevisto, qualcosa che ancora non conosci sul conto del grande mare. La cosa sicura è che tra pochi secondi sarà tutto diverso, poche storie: dall'asciutto al bagnato (sarà fredda, questo già lo sai); dall'attesa nervosa al darsi da fare per guadagnarsi la riva.


Venerdì scorso io e Laura abbiamo incontrato Gérard Lutte, fondatore del Mojoca (Movimiento de Jovenes de la Calle). Un annetto fa, mentre preparavo uno dei miei ultimi esami universitari, avevo letto il suo "Principesse e sognatori nelle strade in Guatemala" e lo avevo tenuto a mente. Mi ero anche scritto i recapiti sul taccuino rosso che ora ci portiamo dietro. E così, dopo qualche mese di contatti via mail, eccoci lì nel suo ufficio, insieme a Glenda e Diana, due ragazze che hanno vissuto in strada e che ora occupano le cariche più importanti del movimento. Gérard ha 83 anni e una voce incerta, pur nella forza dei suoi argomenti. Dopo una vita di letture e scritture (da buon professore universitario) non ci vede quasi più e io gli afferro la mano mentre guarda in una direzione indefinita davanti a sé: sono contento di conoscerlo e glielo dico. Lui ci parla in spagnolo, e quello che dice è che secondo lui il nostro posto è nell'équipe di strada, quella che va a cercare i ragazzi nei luoghi in cui vivono e propone loro di partecipare alle attività del movimento. Ne avevamo parlato, Laura e io, diverse volte: mica ci metteranno in strada così dal niente, dicevamo. Non conosciamo i luoghi, la gente, la lingua, la cultura... Ci metteranno a fare i braccialetti scooby doo. (Questo lo pensavo io, nel mio abituale ottimismo.) E invece è tutto il contrario, e meno male. Si comincia lunedì mattina.
Dopo un week end passato nella nostra nuova stanza, alla pensione della signora Ernestina, arriva il momento: la sveglia suona e noi ci alziamo. Prendiamo la 13 calle, andiamo al numero 2-41, dove ci aspetta una colazione abbondante seduti alla lunga tavolata dei tanti frequentatori della sede del Mojoca. Conosciamo i nostri colleghi dell'équipe di strada, che oggi come ogni giorno si divideranno in due gruppi: Laura andrà con Alfonzo al Parque Central, io con Erick in un quartiere della zona 3 che si chiama Bolivar, e più precisamente in un posto chiamato Tanke. Ed ecco com'è stato il tuffo.

C'è un muro bianco pieno di murales, intorno a un terreno comunale in abbandono. C'è un cancelletto fatto di rete metallica, chiuso e rivestito di stracci per frenare gli sguardi estranei. Ma per noi si apre ed io entro, i cani mi ronzano in sciami all'altezza delle ginocchia. C'è una tettoia sopra le nostre teste, e un rettangolo di cemento sotto ai nostri piedi. Ed è per questo che loro vengono qui.
Loro. Quelli che sono lungo il perimetro del rettangolo, seduti su vecchi divani recuperati chissà dove. Tengono in mano la bottiglietta di solvente, imbevono il piccolo straccio con gesto esperto, senza regalare niente al pavimento, e se lo portano alla bocca. Merda e solvente: sono gli odori che il mio cervello registra nella memoria, l'etichetta per richiamare alla mente questo posto. I ragazzi fanno fatica, sono lenti nei movimenti, biascicano nel parlare. Ma mi danno la mano nel loro modo di giovani di strada, mi salutano. Si fidano perchè conoscono quelli dell'équipe, perché con noi c'è Byron che è uno di loro, il loro rappresentante. Mi dicono il loro nome, anche se è difficile capire le loro parole impastate dal torpore del solvente. Yo soy André, dico. Mucho gusto.
(Mi chiamo André dalla notte di Capodanno, quando a Città del Messico ho dovuto spiegare a un ragazzino che non sono gay. Non mi ha creduto.)
I ragazzi iniziano ad alzarsi per raccogliersi in strada, dove faremo le attività: le loro compagne Stefany e Sandra li stanno già aspettando. Tra soli dieci minuti li ritroverò tutti pieni di vigore e voglia di scherzare. Ma intanto io ed Erick andiamo a fare un giro qua intorno: non tutti dormono sotto la tettoia del Tanke. Un gruppo è sempre un gruppo, ancor più quando è marginale. E se c'è un gruppo, ci sono anche gli outsiders.
Incontriamo una bambina di dieci anni con un bambino più piccolo, forse il fratello. Sono storditi dal solvente tutti e due e lei si mostra diffidente e protettiva. Mentre Erick le spiega chi siamo spinge via il piccolo e fa in modo di andarsene, non si fida, ha paura. Così ci avviciniamo ad un altro ragazzo, seduto al lato della strada in compagnia del suo solvente: gli parliamo, ci presentiamo. Non riesce ad orientare gli occhi dove vorrebbe, le palpebre sembrano pesargli come tende di velluto. Il suo modo di parlare è ben oltre la caricatura del più fradicio degli ubriachi, ma una cosa riesce a dirla ad Erick, che gli propone di partecipare alle attività: io voglio solo mangiare, dice. E se lo dice è perchè sa che prima si fanno le attività e solo dopo si mangia: questa è la regola del Mojoca, la partecipazione. Comunque, chissà perchè, quando già ce ne stavamo andando, mi viene di tendergli una mano, fingendo di non aver capito quel che ha detto. Io gli do la mano e lui la prende, si tira su. Barcolla, lo prendo al volo un paio di volte mentre continua ad inalare il solvente. Cammina con noi fino all'altro lato della strada, dove c'è un ragazzo seduto a terra, appoggiato alla colonna sporgente di un muro. Dall'altra parte della colonna un cumulo di escrementi assediato dalle mosche, proprio come lui. Non ne vuole sapere di alzarsi e così ce ne andiamo. Dopo pochi metri già ci perdiamo la mia nuova conquista: Erick gli ribadisce che deve partecipare e lui se ne va. Alla fine della spedizione torneremo con tre ragazzi, due dei quali in luglio diventeranno - per la quinta volta, per quanto riguarda lui - genitori.
La mattinata passa in fretta, tra lo shampo collettivo e gli esercizi di matematica. Rientriamo al Mojoca, traballando sull'autobus affollato. Mi chiedo se anche Laura ha visto quello che ho visto io. Fra poco glielo chiederò, a tavola.
A proposito, cosa ci sarà da mangiare?

sabato 11 febbraio 2012

Guatemala, è deciso

San Cristóbal de las Casas
Il 4 febbraio, alle nove e mezza della sera, Dianne e Carlos ci salutano alla stazione dei bus di Puebla. Pacche vigorose sulle spalle per i maschietti, occhi lucidi per le femminucce. Raccomandazioni, numeri di telefono sul nostro taccuino rosso. Poi si sale a bordo, guardiamo dal finestrino i nostri amici in piedi sulla banchina, loro aspettano la nostra partenza. Sarà l'autista, uno che in fin dei conti in questa storia non c'entra niente, a tagliare il cordone ingranando la retromarcia e portandoci via di là.
E così "Ciao Puebla", dopo più di un mese. Ciao Dianne, che mi hai soprannominato Milaneza, per quante me ne sono mangiate. Ciao multisala Cinemex, anche se dei tuoi film in spagnolo non ho capito un cazzo. Ciao Parco comunale (io li odio i parchi, ma quello lì no perchè ha le erbacce che spuntano dalle crepe del vialetto). Ciao omino del gas, che ci avevi proprio rotto le palle con il tuo megafono alle otto di mattina. Ciao padrona di casa, che volevi rubarci i soldi del deposito. Ciao piccola Sam, che hai ricevuto "in eredità" lo zaino di Laura, per i tuoi viaggi futuri. Ciao Estudiantino, vicino di stanza, e scusa se abbiamo usato la tua connessione Internet senza chiedertelo. Ciao a tutti, ormai è deciso: si va in Guatemala. E già che ci andiamo, ci andiamo lentamente, ci concediamo le nostre digressioni.
Sull'autobus che da Puebla ci porta a Salina Cruz (sull'Oceano Pacifico) non si dorme male. E del resto ormai ci siamo abituati. L'idea è di fermarci un paio di giorni al mare, a fare bagni e a prendere il sole, ma non abbiamo fatto i conti col vento che ti butta la sabbia negli occhi. Giriamo da una spiaggia all'altra con i Taxi collettivi, ma gli abitanti del posto ci fanno notare che non abbiamo scelto la località migliore: loro stessi, se vogliono andare al mare, vanno da un'altra parte.
Così il giorno dopo prendiamo altri bus fino a Tuxtla Gutiérrez, capitale del Chiapas. All'Hostal San Miguel passiamo la notte svegli a guardare sei puntate de "La nuova squadra Spaccanapoli", così che il giorno dopo siamo freschi e pronti di buon mattino per l'escursione con la lancia nel Canyon del Sumidero. Un posto incantevole, ma mi sarebbe garbato di più navigare un po' al di sotto dei 180km/h... Ho un sacco di foto ricordo, tutte mosse.
Tappa successiva a San Cristóbal de las Casas, luogo in cui mangiamo i tamales più buoni del mondo. Luogo, anche, in cui tocchiamo il punto più basso a livello di alloggi: cose che preferisco non raccontare. Dico solo che è stato logisticamente impossibile dormire. Per la prima volta in vita mia ho sperato che la sveglia suonasse presto e mettesse fine all'incubo puzzolente di quella topaia.
Per fortuna la sveglia è alle 5:30: alle 6:30 aspettiamo il pullmino per Guatemala City (che arriva invece alle 8). Il viaggio è lungo, pieno di intoppi e ritardi, cambi di mezzi e trasbordi di zaini. Alla frontiera cerchiamo invano di far valere i nostri diritti, di non farci rubare soldi, ma siamo forse troppo timidi e inesperti: ci lasciamo scucire 20 pesos a testa. Pochi soldi, ma mi gireranno le palle per qualche ora. Arriviamo a destinazione che è notte. In albergo non risulta la nostra prenotazione e noi non abbiamo moneta locale. Non accettano pesos nè carte di credito. Dopo una giornata del genere ci manca solo di restare per strada di notte, con gli zaini pieni e la pelle bianca, in una delle zone più pericolose di una delle città più pericolose del mondo (questo ci hanno detto tutti, per farci stare tranquilli). La tipa alla reception chiama il gestore, che per fortuna si lascia impietosire e ci dà una stanza, con la promessa di prelevare e pagarlo l'indomani mattina.
Ed ora, insomma, eccoci qua, a Città del Guatemala. Qui resteremo per tre mesi, a lavorare come volontari per il Mojoca, un movimento di ragazzi di strada.

venerdì 27 gennaio 2012

Via dalla città

Le acque de Las Brisas
Questa mattina ci siamo svegliati in un alberghetto di Cuetzalán, un paesino di strade lastricate e scoscese che conta, tra le altre cose, una cattedrale, un ostello e un bordello (se lo so è solo perchè il proprietario, titolare anche delle pompe funebri di rimpetto, in ciabatte fuori dalla porta del locale, ha scambiato due parole con noi a proposito delle imminenti elezioni messicane... Ci ha anche offerto una birra ora che ci penso. E ci ha invitati a entrare, così nel mezzo del discorso. Va beh.)
Ci siamo svegliati, dicevo, e di buon ora: Las Brisas ci aspettavano. Non so perchè il nome sia al plurale, visto che si tratta di una cascatella che si tuffa in acque verde scuro, in mezzo ai monti dove non c'è nessuno. Tutto il contrario dei colori aridi che solo ieri avevamo intorno, alle rovine di Cantona.

Ma arriva adesso il momento che aspettavo.

La Sierra Madre. Come gli Appennini in un ingrandimento in scala 3:1.
Abbiamo viaggiato per ore (sei ore) sballottati dentro ai Nissan Vanette, seguendo un itinerario di coincidenze scritto su un foglietto da un vecchio di Cuetzalán.
L'autista dell'ultimo colectivo che prendiamo ha una camicia verde padania (scusate, la maiuscola non gliela concedo) e traccia traiettorie sull'asfalto degne di un pilota di rally. Ogni tanto si aggrappa alla zampa di capra che pende al centro del parabrezza e aziona una tromba assordante, intima a tutti di fare largo. Ci sa fare il ragazzo, solo che forse non si ricorda che stipati dietro e accanto a lui ci sono una ventina di persone. Ci sono poi casse di verdure e altre mercanzie dall'odore pungente, che le donne riportano a casa dai mercati, ora che la giornata sta finendo. Non immagina che il machete appeso alla cinta del campesino in piedi accanto a me mi sta accarezzando lo stinco, affettuosamente.
Ma lo spettacolo fuori dal finestrino vale la pena. Ci lasciamo portare, fiduciosi che questo sistema di trasporti funzioni e ci riporti a casa. Intorno a noi, donne dai vestiti bianchi dai bordi colorati, parlano una lingua (il náhuatl) fatta di suoni morbidi, di fischi e fruscii; sulla strada incontriamo pascoli immensi con poche bestie, piccoli villaggi, cani magri e malandati.
Poi di nuovo la città, triste e rassicurante allo stesso tempo. Si tratta di Zacatlán, che a quanto ci hanno detto Dianne e Carlos varrebbe la pena visitare. Ma è già buio, e l'ultimo pullman per Puebla è in partenza. Facciamo solo in tempo a farci fare due tacos con chorizo alla stazione, prima di affrontare le ultime tre ore di questa parentesi, questo breve viaggio incastrato nella sosta di un viaggio più grande.

venerdì 20 gennaio 2012

Del nostro regime alimentare

L'insegna dice Hosteria Angel. Dentro il posto è buio e non ha nulla di diverso dall'officina del fabbro dall'altro lato della strada, o dal garage del meccanico. Pavimento e pareti, fino all'altezza dei tavoli, sono rosso mattone mentre il resto del muro e il soffitto sono giallo ocra. Pochi tavoli in fila lungo il muro e una radio portatile, su un tavolino in fondo, che trasmette l'Anna Tatangelo locale.
Oggi ci fermiamo qui e ci sediamo pure, come i signori. Come la gente normale. Ci attirano i pentoloni fumanti all'ingresso (qui si cucina sulla soglia, quale miglior menu?) e il profumo di carne alla griglia. Abbiamo un'idea precisa in testa: la pechuga empanizada. Una bistecca impanata, praticamente, con patate fritte e riso. Una meraviglia, davvero. L'ultima volta che siamo stati qui ho mangiato una coscia di pollo in brodo piccante che ancora me la sogno la notte (per quanto era buona, e per quanto era piccante).
Da quando siamo qui la musica è cambiata, e non mi riferisco alla Tatangelo al posto del Jazz. Negli Stati Uniti seguivamo due tipi di dieta: quando avevamo una casa in cui stare, facevamo la nostra povera spesa (vabbé, niente Barilla e niente Parmigiano; niente verdure, che costavano un occhio; niente carne rossa... Ma tutto sommato c'era roba dignitosa). Facevamo la spesa, dicevo, e cucinavamo cose più o meno sane: pasta, pollo, risotti, pizze. Quando invece eravamo fuori la faccenda era più tragica e più comica. C'era poco da scherzare: ti distraevi un attimo dietro alla voglia di un caffè e partivano dieci dollari. Quindi eravamo fissi da Mac, affezionati al dollar menù: due cheesburger e il pasto era fatto, con due dollari più le tasse. L'acqua, ce l'avevamo nello zaino. Quando proprio la fame non ci lasciava in pace, davamo il colpo di grazia con due ciambelle di Dunkin Donats (sempre per un dollaro ciascuna) e via.
Qui in Messico ci possiamo rilassare un po'. Per la cena facciamo sempre la nostra povera spesa al mercato del quartiere (non più da Dominick's), mentre per il pranzo spesso ci concediamo le tante bontà che Puebla offre, ad ogni angolo di strada, più o meno al prezzo del cheesburger di cui sopra. Due giorni fa, tanto per dirne una, qui sotto casa abbiamo mangiato due cemitas con milaneza, che consistono più o meno in questo: una bistecca impanata, papaia, peperoncino, formaggio fuso, patate fritte, cipolla e salsa piccante. Il tutto tra due fette di pane locale, la cemita, appunto (altro che Big Mac). Eravamo estasiati, nonostante all'inizio ci fosse sembrata una porcheria. Tutt'altro!
Più spesso ci fermiamo in uno dei tanti baracchini a mangiare tacos o cemitas con arabe, che è una specialità di qui e somiglia molto al Kebab (la carne ha un sapore simile ed è cotta allo stesso modo).
Dove vai vai, qui a Puebla, c'è sempre qualche griglia che frigge, qualche pollo arrosto che gira e ti chiama per nome e ti dice vieni, dico a te, vieni.

venerdì 13 gennaio 2012

Oggi ho affittato una sedia

Nella stanza non c'è neanche una sedia.
È una settimana che siamo chiusi qua dentro con la febbre.
La padrona di casa è tirchia.
Se ti alzi dal materasso poi non sai più dove appoggiarti, o dove appoggiare la tazzina del caffè. Rimani in piedi, con la tazzina in mano, fin quando è ora di tornare al materasso.
La schiena... Ohi..
Qua dentro non c'è NIENTE, neanche una sedia di fantasia.
Sono uscito a cercare delle sedie.
Sono più tirchio della padrona.

Così, rientrando a mani vuote e rimuginando sui miei dispiaceri, mi sono imbattuto in una bottega piccolissima e traboccante del più desiderato dei beni.

“Buon giorno signore.”
“Buon giorno a lei. Come posso servirla?”
“Sono in vendita queste sedie?”
“No, sono a noleggio.”
“E quanto vengono?”
“Questa più comoda 5 pesos al giorno, queste altre 2 e 50. Ma quante gliene servono?”
“Mah... due.”
“Due?”
“Sì, per un mese. Ha anche tavoli?”
“Certo, ma solo quelli lì grandi. Io lavoro per i ristoranti, per le feste, le manifestazioni...”
“Certo... Allora solo le sedie.”
“Quale desidera?”
“Quella più scomoda.”
“Per quanti giorni?”
“Esattamente venticinque.”
“Posso farle cento pesos. Solo due allora?”
“Facciamo una, una sola.”
“...”
“Ci sediamo un po' per uno.”
“Come desidera. Sono cinquanta pesos.”
“A lei. Grazie molte e arrivederci!”
“Arrivederci.”

lunedì 9 gennaio 2012

Dianne

E alla fine l'appartamento l'abbiamo trovato. Sarebbe più corretto chiamarla camera, ma resta il fatto che è una sistemazione niente male, dotata di:

- zona notte



- angolo cottura,




- sala da pranzo,



- Jacuzzi,


- termoautonomo



Fermarci un po' in un posto ha diversi vantaggi. Il primo (il denaro viene sempre per primo!) si abbassano le spese e la media giornaliera (abbiamo tutto un taccuino fitto fitto di conti) torna ad una soglia al di sotto del limite d'allerta. Secondo, fermarsi un tempo relativamente lungo significa conoscere i luoghi e le persone in un modo diverso, un poco più profondo. Poi ci si riposa la schiena, ci si ritrova in una quotidianità per nulla disprezzabile; si ha il tempo di pensare indietro e avanti, di progettare, tenere contatti. Nel mio caso c'è il tempo per scrivere e perdere tempo (è così piacevole) sul web.
In questa casa non siamo ospiti di nessuno, per la prima volta (ostelli e bettolacce varie a parte). Ma ancora una volta sono rimasto senza parole né gesti di fronte alla generosità della gente. Ricordate la donna preoccupata, quella seduta dietro di noi sull'aereo per Città del Messico? Si chiama Dianne ed è un avvocato, figlia di padre newyorchese e madre messicana. Scendendo dall'aereo mi era venuto in mente di chiederle consiglio su quale compagnia di autobus prendere e in quale stazione per arrivare a Puebla da Città del Messico. Lei è stata molto carina e disponibile, da subito. Ci ha dato le informazioni che ci servivano e ci ha dato il suo numero di telefono pregandoci di chiamarla, senza farci problemi, dato che abita vicino Puebla. Così ci siamo salutati: lei nella fila dei cittadini messicani e noi dall'altra parte, con gli extracomunitari.
A Puebla siamo rimasti tre giorni all'Hostal S.to Domingo. Una bettola, tanto per cambiare: camerata da 18 con tanto di petomane e russatore professionista, freddo polare, cesso che non si chiude. C'è poi da dire che da queste parti sono piuttosto abili nel vendere ciò che in realtà non c'è. Per esempio, doveva esserci il servizio lavanderia. E non è che non c'era: solo si trattava di fare tutte le proprie cose in un fagotto entro le 11 della mattina e di consegnarle a una signora, che le avrebbe portate in lavanderia per 40Mex$ (ce le abbiamo portate noi, per 13). Allo stesso modo all'Hostal Moneda di Città del Messico vantavano (sul sito Internet) il servizio trasporto dall'aeroporto: basta una telefonata, dicevano. Dopo mezz'ora è arrivato un tale con una Pointer (una Polo venuta male) tutta scassata, con uno straccio infilato a chiudere la voragine dove un tempo c'erano le bocchette dell'aria. Si era appena alzato dal letto (erano le sette di sera) e tranquillo guidava facendo il pelo al traffico tremendo della città, con i Cure nell'autoradio a cassette. Il tutto per 160Mex$ (il tragitto inverso l'abbiamo fatto in metropolitana, per 6Mex$).
Ma stavo parlando di Dianne, mi pare. Al secondo giorno di permanenza all'Hostal le ricerche della camera procedevano, ma a rilento. Così abbiamo chiamato Dianne, che sembrava contenta di sentirci. Ci ha consigliato di comprare il Sol de Puebla (una specie di Settegiorni ma, spero, più serio) e di dare un'occhiata agli annunci in una certa sezione. Ci ha anche dato appuntamento al nostro Hostal per quel pomeriggio. Noi (io componevo il numero e reggevo il giornale) abbiamo fatto un po' di telefonate, ma ci siamo fermati in attesa di Dianne, per chiederle quali zone della città fossero migliori e quali assolutamente da evitare (c'erano strane differenze di prezzo). Lei è arrivata con il marito e una delle figlie e, senza perdere tempo, ha preso il giornale e si è messa a telefonare. Non sapevamo come comportarci. Alla seconda telefonata l'abbiamo sentita dire nel telefono: “Saremo lì entro venti minuti”. Poi ci ha detto: “Andiamo” e ci ha fatti salire in macchina. La stanza era troppo piccola per due, così abbiamo fatto altre telefonate. Il secondo appuntamento è andato meglio, anche se la stanza era gelida (compreremo poi una stufetta elettrica usata che non funzionerà) e buia (niente lampadine, finché qualcuno non paga l'affitto). Comunque ce la caviamo con 2300Mex$ al mese (circa 130€) e non è male.
Non sapevamo che dire a Dianne, a Carlos e alla loro figlia. Sappiamo solo che abbiamo imparato qualcosa da loro. Li abbiamo invitati a cena: non tanto per dovere (e comunque ci sembrava il minimo), quanto per passare dell'altro tempo con loro, per capire chi fossero davvero quegli angeli gentili. Ma alla fine Carlos è irremovibile: “La cena la pago io” dice. È un po' imbarazzante la faccenda (per noi), soprattutto per la difficoltà a comunicare nella loro lingua. Ma Dianne taglia corto e dice “Ci vediamo domani col colchon.”
“Eh?” dico io.
“Il colchon, il materasso. Ce n'è uno solo nella stanza. Vi porto anche qualcosa per fare le pulizie”.

Tutto questo è difficile da spiegare. In altre circostanze forse mi sarei tirato fuori da tanto interessamento. Vuoi per il vile sospetto che poi ci sarebbe stato un conto da pagare. Vuoi perché non è bello sentirsi di peso. Ma da quando siamo in giro (a Boston con Michael e Monica, a New York con Aron e Francesca, a Naperville con Marco e Sara, a Los Angeles con Berney e Kathy...) abbiamo respirato un'ospitalità e una naturalezza disarmanti. Una gioia di accogliere e conoscere, perfino. Non c'è dietro niente di più, davvero. Solo, ora sembra naturale anche a noi fare lo stesso quando ne abbiamo la possibilità. A quanto pare, c'è da guadagnarci in ogni caso. E c'è in ballo una ricchezza che sembra essere davvero inestimabile: un aprirsi di strade e orizzonti e possibilità inedite. Visto così, sembra che il mondo sia un bel posto in cui stare.

venerdì 6 gennaio 2012

Messico e nuvole

Quei maledetti barconi
In Messico apriamo le danze con una figuraccia, sull'aereo appena atterrato. Lo speaker dice qualcosa e, tanto per cambiare, io non capisco un tubo. Mi pare che dica di aspettare un attimo, che ringrazi per la pazienza; forse si scusa per un qualche inconveniente. Fatto sta che però le porte dietro di noi, seduti nella penultima fila, si aprono. Tre tali seduti in fondo si alzano e se ne vanno, solo una donna resta seduta. Laura si alza e, perbacco, lei lo sa lo spagnolo, avrà capito... Evidentemente è ora di scendere punto e basta. Faccio per seguirla ma rimetto subito il culo sul sedile perché vedo il tale seduto nella fila accanto che la prende per un braccio dicendo “No no no!” pieno d'apprensione. La donna dietro di noi dice qualcosa, anche lei preoccupata. Scopriremo poi che i tre tali erano dei Servizi segreti che dovevano scendere, per l'appunto, in gran segreto. Tutti l'avevano capito... Solo per noi era un segreto.
Ma a parte questo antefatto poi le cose sono andate meglio. L'ostello di Città del Messico puzzava di fogna, l'acqua calda c'era di rado e la colazione (quando arrivavi in tempo) faceva schifo. Però abbiamo fatto amicizia con i compagni di stanza: due ragazze francesi, un argentino e un peruviano. Con loro abbiamo passato il veglione organizzato dall'ostello: un cartello invitava ad una meravigliosa festa dalle ore 21, promettendo un banchetto niente male. Alla fine c'eravamo solo noi (quasi) e i panini sono arrivati a mezzanotte! Mi ero tenuto digiuno...
E poi, si sa, alle feste si balla. Questo dato di fatto mi ha consentito ci conoscere Richardo, un tedesco con gli occhi e i capelli da tedesco, alto alto, con una scarpa tenuta insieme dal nastro americano. Se ne stava lì appoggiato alla ringhiera della terrazza (la festa era sulla terrazza) a guardare giù e a scolare birre. Poi ha visto che io me ne stavo lì appoggiato al bancone a guardare in su e a scolare birre ed è venuto per fare due chiacchiere. Aveva quell'aria triste anche perché il giorno dopo gli toccava di tornare in Germania, dopo mesi in giro per il Sud America a fare il cooperante per una ONG. Più tardi, chiuse le danze e recuperata la moglie, siamo andati tutti e tre a fare un giro per il centro. Richardo ci parlava un po' in spagnolo e un po' in inglese, a seconda delle nostre lacune. Alla fine ci ha lasciato qualche riferimento utile per quando scenderemo più a sud.
Il primo gennaio passiamo la giornata con i nostri compagni di stanza. Decidiamo di lasciarci portare in giro senza fare troppe domande e finiamo in una trappola per turisti: sembrava trattarsi di una contemplativa gita in barca, tra le acque di canali antichi e misteriosi. Si è rivelata una scampagnata su una tangenziale acquatica, nell'ora di punta, con lavori in corso e tamponamento a catena. Un baccano infernale. Quei maledetti barconi dai nomi ridicoli, mossi da gondolieri armati di lunghi bastoni con i quali spingevano sul fondo, erano così tante che era un continuo scontrarsi, incagliarsi, arenarsi, intraversarsi, naufragarsi. A complicare le cose ci si mettono anche barconi di mariachi che ti vogliono vendere una canzone, barconi di venditori di tacos, di tequila, di giocattoli, di fiori. Alla fine l'impresa ci costerà 580Mex$ e se penso che fino a qui ci siamo tolti il cibo di bocca...
Intanto continuano, senza successo, le nostre ricerche per un appartamento a basso costo a Puebla. Città del Messico non è male: per strada mi sono pappato un sacco di tacos. Ma è una città troppo grande, troppo caotica, troppo difficile da interpretare. Abbiamo bisogno di qualcosa che sia più provinciale, più alla nostra portata. Il 2 gennaio salutiamo l'allegra compagnia e prendiamo un bus per Puebla, dove staremo in ostello per tre notti. Tre giorni per trovare un posto in cui stare.