lunedì 7 maggio 2012

Panajachel, San Cristobal e Semuc Champey: tra mete turistiche e posti qualsiasi

Semuc Champey
Ma Laura ha ragione quando, con in mano una guida turistica presa a prestito, dice: “Siamo qua, dall'altra parte del mondo, chissà se mai ci torneremo... Almeno andiamoci a vedere questi posti!” Il nostro visto è valido ancora per alcuni giorni, quindi possiamo prendercela comoda e farci un giro, prima di fare rotta verso sud.
E così, senza navette e senza ostelli internazionali, lunedì 30 aprile andiamo Panajachel, sul lago di Atitlan. Ci sediamo accanto ai mitici moli di legno che tante volte avevamo visto fotografati, dipinti, stampati sulle magliette. Ma le nuvole non ci permettono di vedere i vulcani fare da sfondo oltre la riva opposta, e ci restiamo male. Molta gente per strada parla inglese, gli indigeni (altrove sfuggenti e diffidenti verso gli stranieri) ci sorridono e ci salutano. Lungo la strada che porta ai moli troviamo bancarelle colorate di vestiti, borse in stoffa o in cuoio, bigiotteria. Tutte cose che non possiamo caricare nei nostri già troppo pieni zaini.
La notte successiva, come per controbilanciare, la passiamo a San Cristobal, un posto qualsiasi dalle parti di Cobán. Arriviamo col buio e bussiamo al portone di metallo dell'hotel Israel, nel quale si apre uno sportellino più piccolo da cui, dietro due corte sbarre, si affaccia una ragazzina. Da queste parti sembrano essere poco abituati a ricevere turisti (e ospiti in generale), tanto che la piccola rimane come sbigottita e richiude lo sportello. Poco dopo si affaccia la madre, una giovane dalla pelle bruna e dal sorriso discontinuo, interrotto da molti denti luccicanti d'argento. Anche lei un poco sorpresa, ci fa accomodare al tavolo dell'ampio salone del suo ristorante, che a quest'ora della sera è già chiuso. “Vado a preparare la stanza” dice, e tenendosi la lunga gonna colorata con una mano sale le scale seguita da sua figlia, che intanto non ha mai smesso di guardarci di nascosto e ancora adesso, dandoci le spalle sulle scale, ci osserva con la coda dell'occhio.
Al piano di sopra ci rendiamo conto di essere gli unici avventori. Il posto è povero e decoroso, il pavimento è quasi pulito e le lenzuola profumano di sapone. Nella stanza ci sono due letti, un chiodo arrugginito per appendere i vestiti e un piccolo televisore (già acceso per far bella figura) in un angolo. Nel bagno in comune non c'è l'acqua corrente, ma un grosso bidone blu a cui attingere con secchielli più piccoli, per lavarsi e tutto il resto. Dopo esserci sistemati usciamo a fare un giro e mangiamo per pochi quetzales carne alla griglia e patate fritte in un chiosco in piazza. Passeggiando per le poche strade di questo paesino circondato dalle montagne (montagne che sono come “fantasmi neri su un fondo blu”) incontriamo due capannoni da cui escono voci tonanti, suadenti e severe allo stesso tempo: sono i predicatori dentro alle loro chiese, ciascuno dei quali parla ad un pubblico di cinque o sei persone. In giro troviamo ragazzini in bicicletta, famiglie che rincasano, coppiette che passeggiano, ubriachi che barcollano. In un negozio compriamo del pan dolce, un succo di frutta per la colazione di domani e ce ne andiamo a dormire nella fresca quiete della nostra stanza.
Laura si addormenta in fretta, non faccio in tempo a chiederle a cosa ne pensi lei. Ma io mi sento molto più a mio agio a San Cristobal, un posto qualsiasi e sconosciuto, che tra le bancarelle, la musica e i locali di Panajachel, sul lago di Atitlan.


La mattina dopo prendiamo posto su un bus in direzione Semuc Champey, la nostra prossima meta. Semuc Champey in lingua quiché significa “dove il fiume si nasconde nella montagna” o qualcosa di simile. È un luogo sperduto nel profondo della selva guatemalteca in cui, appunto, il fiume Cahabón passa per un tratto attraverso una grotta, sotto terra, mentre contemporaneamente al di sopra forma delle pozze di acqua verde e limpida nelle quali ci si può tuffare a volo d'angelo. Accanto a me, appoggiato sul pavimento del bus, c'è un grosso cesto da cui spunta la testa rossa di un tacchino. Me ne accorgo solo dopo qualche minuto di viaggio, quando ci giriamo, il tacchino e io, contemporaneamente l'uno verso l'altro, trovandoci occhi negli occhi. Il bus intanto percorre la strada sterrata, scendendo il versante di una montagna per arrampicarsi poi su quella successiva e così via, per un numero di volte di cui perdo il conto.

Dopo tutto un giorno di viaggio arriviamo a Lanquin, a un passo dalla meta. E proprio a Lanquin, cadiamo in trappola. La saggezza ci suggerisce di fermarci per la notte e di inoltrarci solo domani verso il parco naturale, che sta a circa 12 Km di distanza. Ormai lo abbiamo imparato: meglio stare lontani dalle attrazioni turistiche; meglio appostarsi a una certa distanza, preparare l'attacco e poi “mordi e fuggi”. Ma scendendo dal bus c'è un tale ad aspettarci, forse avvisato dall'autista che ci ha portati fin lì. Il tale lavora per l'ostello El Portal, proprio a ridosso del parco naturale, e ci offre, se decidiamo di alloggiare dal suo datore di lavoro, il passaggio gratis sia all'andata che al ritorno. Il costo della stanza non è alto, anzi. Insomma: più per stanchezza che per ingenuità ci lasciamo convincere a salire sul cassone del motocarro, sul quale affrontiamo in piedi una sterrata anche peggiore di quelle viste fin lì. Al nostro arrivo ci sentiamo catapultati, che ne so, in Norvegia: mai in vita mia ho visto tante persone bionde tutte insieme come sotto la veranda del bar del Portal.
Tralasciando il fatto che non si capisce bene il senso di dormire in palafitte di bambù a due passi dalle case in muratura degli indigeni, devo dire che la loro strategia funziona bene: loro (quelli del Portal, maledetti) ti portano lì e dopo tu non te ne puoi andare in giro da solo, non hai energia elettrica per scaldarti le tue brodaglie o per mettere in fresco la tua acqua, non ci sono negozi dove comprare viveri... Insomma: se vuoi mangiare, bere o spostarti ti devi rivolgere alla reception, dove c'è un tizio che scrive il tuo nome sul suo quaderno e, sotto al tuo nome, mette in colonna i numeri: “Don't worry! You pay later” ti dice. E così, per evitare di scialacquare i nostri risparmi in un modo così indegno, il giorno appresso, dopo una serata di giochi da tavolo in mezzo a teste bionde, parlando con fatica un inglese che già non dominiamo più, andiamo a visitare il parco e ci facciamo riportare a Lanquin.
Prossima meta: Mar dei Caraibi.

Sul fiume a Semuc Champey (foto di Laura)

domenica 6 maggio 2012

Di nuovo in viaggio: Turisti fai da te in Guatemala

Foto di Laura Pelliciari
Nei tre mesi passati nella capitale abbiamo imparato la lingua quel tanto che basta a capire e a farci capire. Abbiamo anche imparato parte delle abitudini, i tempi del mangiare, i modi di dire e fare dei chapines (così i guatemaltechi definiscono se stessi). Ma le nostre facce sono rimaste dello stesso diverso colore di prima, a parte quel po' di abbronzatura. Con i ragazzi del Mojoca era diventato una specie di gioco: c'era uno, per esempio, che per farmi incazzare mi diceva “Ehi, gringo!” “Non sono un gringo” gli rispondevo io (i primi tempi convinto, poi divertito, alla fine un po' stanco). “Ehi, italiano che sembri gringo!” mi diceva lui allora.
In città ormai avevamo il nostro giro: la spesa alla Despensa Familiar, la fornaia, il macellaio... Tutti ci conoscevano, almeno di vista, e avevano smesso di tentare di fotterci, sparando per una libbra di patate prezzi doppi o tripli di quelli normali. È stato faticoso, ma alla fine ci eravamo lasciati alle spalle lo status di turista e avevamo conquistato quello di straniero. Alcuni erano curiosi di noi, cercavano la conversazione, volevano sapere da dove venivamo e com'è la vita dalle nostre parti.

E ora siamo punto e a capo: in viaggio con gli zaini in spalla e la chitarra siamo lo stereotipo preciso del turista da spolpare come un osso di pollo. Se non altro io ho abbandonato il mio cappello da scemo (il mio amico Edo lo chiamava “il cappello da Terence Hill” e forse questa notizia gli dispiacerà). L'ho regalato a Mefi, uno dei ragazzi che hanno partecipato al laboratorio di rap e che, per come mi ha guardato mentre glielo davo, non credo lo metterà mai. Ma nonostante il mio nuovo e guatemalteco cappello il copione si ripete sempre uguale, ed eccone un esempio:
“Quanto costa il passaggio per el Quiché?” chiediamo ad almeno cinque o sei persone intorno alla stazione dei bus.
“15 Quetzales per persona” è la risposta di tutti.
“Quanto costa il passaggio per el Quiché?” chiediamo infine al cobrador (il tale che si occupa di raccattare e stipare a bordo più gente possibile).
“40 per persona” dice lui.
Tra i cobradores alcuni hanno talento e non tentennano neanche un attimo: ti guardano appena e ti dicono il tuo prezzo con la massima naturalezza. Altri invece si soffermano più a lungo, come pesandoti, calcolando a occhio quanto ti possono rubare (inutile rivolgersi all'autista, suo socio e complice). È una situazione complicata quella dei trasporti collettivi, anche perché sulle prime il cobrador finge di non aver sentito la domanda, afferra lo zaino e lo butta sul tetto del bus, tra i sacchi di verdure, le biciclette e la ruota di scorta. Quindi, alle volte, c'è anche da opporre resistenza in senso fisico... Per fortuna la gente quasi sempre ci aiuta ed ha la pazienza di spiegarci le cose come stanno, con il fare di quei genitori che si scusano per le marachelle di un figlio discolo ma pur sempre amato.
Tutto questo può essere divertente, come quella volta che ho fatto l'offeso e alla fine, in cambio del mio perdono, abbiamo pagato meno noi degli altri. Però alla lunga è estenuante dover sempre dubitare di quel che ti dicono, interpretare gli sguardi, giocare d'anticipo e d'astuzia. Ma è questa l'esperienza che abbiamo voluto fin dall'inizio: conoscere la fatica dell'integrazione. Volendo, esistono navette che ti portano da un'enclave turistica all'altra, paradossalmente "senza dover mai passare per il Guatemala". Ti portano dalla Sesta Avenida della capitale ad Antigua, da Antigua a Panajachel, sul lago di Atitlan. E poi al mare, o dovunque ti pare, senza mai dover smettere di parlare inglese con altri occidentali o di usare – spesso – la tua American Express.
Non me la sto tirando per aver passato nove ore al giorno degli ultimi sei giorni a riempirmi di lividi sui bus, viaggiando su strade dissestate, seduto (ad andar bene) su sedili sfondati, prendendo capocciate sui vetri per via delle buche e facendomi venire il torcicollo per controllare se quelli che viaggiavano sul tetto mi stessero o meno rubando lo zaino. E neanche voglio intendere che sia un pirla colui che spende i suoi soldi per farsi portare direttamente nella cartolina. Voglio solo dire che sono davvero due esperienze diverse, e dovrebbero avere nomi diversi. Ma se quello delle cartoline si chiama turismo, ancora non so come chiamare il nostro fermarci e ripartire in un singhiozzo irregolare.

lunedì 30 aprile 2012

Il 37

Ho appeso lo zaino al chiodo, per tre mesi: l'ho fatto per salvarlo dall'umidità. Poi ieri l'ho tirato giù e ci ho cacciato dentro tutto quel che di mio c'era nella stanza. Questa mattina presto (alle dieci, si sa...) abbiamo preso il 37, meno timidamente che tre mesi fa, e ce ne siamo andati.
Abbiamo assaggiato Città del Guatemala, in un breve accenno di vita possibile. A un certo punto, penso io, non ha senso restare oltre, se non per restare davvero.

sabato 28 aprile 2012

Mojoca Family, Voces de la calle (Voci della strada)

Para los amigos de Guatemala:
Aquí estan las canciónes que grabamos en el taller de rap. Espero pronto poder editar el vídeo con las imágenes que ha tomado Laura.  
Gracias a todos los que participaron, aprendí mucho de esta experiencia. 
Sólo les digo una última cosacomo hicieron este CD en menos de un mes, ustedes pueden hacer muchas otras cosas. Sólo tienen que creer en sí mismosenfrentar el miedoluchar, siempre levantarse cuando se caen. Lo sé: hacerlo no es tan fácil como decirlo...
Hasta pronto y suerte,
Andre

Per gli amici italiani:
A dire la verità tutta intera, l'idea l'ha avuta Lambros, un volontario di Salerno più audace e più loquace di me. Un mesetto fa si chiacchierava a tavola con Duglas, un ragazzo amante della musica rap, ed è venuta fuori la proposta: perché non fare un laboratorio di rap? La cosa sembrava un po' fuori portata: io avevo davanti solo un mese di permanenza, non avevamo mezzi tecnici a disposizione e, Duglas a parte, non avevamo idea se la cosa potesse suscitare l'interesse dei ragazzi. L'idea sembrava folle, ma lo stesso io ho detto: ci sto.
Grazie alla sana sfacciataggine di Lambros il Comitato di gestione del Mojoca ci ha dato l'ok e tant'è che alla fine ci siamo trovati con 11 persone (più altri, diciamo, visitatori) e abbiamo tirato fuori qualcosa che ci sembra buono. Quasi nessuno di questi ragazzi aveva mai fatto musica, se non in strada, e nessuno aveva mai registrato niente. Ci siamo trovati alle prese con strofe e ritornelli, microfoni e basi mp3. Con il mio piccolo netbook e con l'impianto voce del Mojoca, dopo aver recuperato qualche adattatore, abbiamo registrato quello che i ragazzi avevano da dire. Chi più chi meno, ma comunque tutti nettamente al di sopra di Fabri Fibra.


No me digas no 

Panda (Alberto)
Yao yao, esto es el Panda,
Representando Mojoca
Por los que están en la droga adicción.
Ahora solo quiero contarle por el mundo entero
Que Jesus Cristo siempre ha estado a mi lado.
Jamás me ha dejado, jamás me ha abandonado.
Porque el está conmigo para siempre, 
mi querido hermano,
Ahora solo quiero contarle para el mundo
Que Jesús Cristo es el rey de todo.
Yo le canto a todos los drogadictos.
Estribillo...
No me digas no,
Lo voy a intentar.
No me digas no, 
Soy soñador.
Todo lo que quiero yo es seguir,
Adelante
Robotin (Yefferson)
La calle se ha vuelto mi hogar
Pero es peligroso caminar
Yo mi vicio lo quiero dejar
Mi sueño es dejar la calle, solo,
Le pido mucho a Dios que cuide a mi mamá.
Yo juré que el amor no existía
En mi vida había solo rencor y tristeza.
Lo se que yo he actuado muy mal
Ahora la vida me quieren quitar.
Estribillo…
Sandy Papo (Sandy)
Gracias Señor, gracias padre,
Porque siempre has cuidado aquel niño abandonado.
Gracias señor te doy, por el alegría,
Por el aire por el sol que me das cada día.
Gracias señor por las nubes y las estrellas.
Siempre me has cuidado a pesar de mi marea.
Se que seré una buena hija cuando tu me toques el corazón.
Estribillo…
Lalo Cross (Hugo)
Tengo el conocimiento ya de la calle
Adaptándome a la vida cada día.
Esperando en Dios, ser mejor
Porque soy un soñador de la vida.
No me digas que tu no tienes un sueño
Por cumplir, por el cual luchar.
Lo único que quiero es seguir luchando 
Por dejar el vicio y la calle.
Estribillo…
Nicky Jan (Duglas)
Yo siempre iba vagabundo por la calle
Y siempre llevo mi purito en la bolsa.
Yo quiero salir de este
Porque todos mis amigos me miran tirado
Me miran hueliendo me miran fumando.
Oye, esto no es bueno para mi
Porque yo quiero salir de donde estoy
Porque ya no quiero seguir en lo mismo
Como siempre.
Estribillo…



No dejo de soñar 

Conejito (Mefi)
Tu sabes mi hermano que yo tengo un sueño
Y lo tengo en lo alto
En la cima yo me paro y a todos los raperos yo les canto
Y con la lucha que yo hago,
Si quieres, mi hermano, cantemos y rapemos
Y nuestros sueños logremos porque con este empiezo,
Empezando cantando y rapando,
Porque gracias al Mojoca yo mis sueños casi ya los he logrado.
Escucha, escucha,
Tu sabes, mi hermano, que día con día nosotros los jóvenes de la calle
Hacemos una lucha para alcanzar nuestros sueños 
Y el mío es ser un rapero.
Estribillo (cyp-riot)
De noche despierto,
No dejo se soñar
Con el frio y la lluvia peleo,
Matar las pesadillas deseo 
Y si hoy la calle me gana,
Lo sé no será así mañana.
Robotin (Yefferson)
De nuevo me levanto
Miro a mi mamá llorando
Le pregunto: “¿que te pasa?”
Y ella me dice: “hijo! Anoche me vinieron a decir
Que si tu no te entregabas nos iban a matar.”
Yo le dije: “No te preocupes!”
Y eso fue el pasado, que ahora se ha alejado.
Lo único que hay que hacer es pedir mucho a Dios
Que nos ayude en lo que hagamos.
Velorio (Byron)
Nuevamente, caminando en la calle
Ando vagabundo como siempre me pare
Con mi paso siempre adelante,
me siento con la droga que soy un gigante,
Mientras tanto me voy hundiendo en la droga
Y mi camino cada vez más en droga
Pero pienso en lo que quiero hacer
Y a veces me pido consejo en nadie.
Que hacer. Siento que las cosas siguen en mi mundo
Soy un vagabundo y con eso respundo.
Y con esto suspiro voy adelante,
Pero ya no voy con el paso de un gigante.
Siempre  ando con el paso de un drogo
Que piensa que hacer con los mojón.
Estribillo
Andrei Away (Andre)
Ciudad de Guatemala, parada de mi viaje,
Déjame cargar tu sonrisa en mi equipaje.
Mañana el Mojoca dejaré
Y caminado por las calles donde sea recordaré
La Bolivar, colchones bajo un techo de metal,
y la Super, el Central, Concordia y Terminal,
Buena gente, ahogada en el solvente
Que no dejen de soñar en una esquina de sus mente.
Estribillo



Ayer no es como hoy

Yanky  (Gilmar)
Tengo 3 anos de estar en la cárcel
Hace dos meses por fin yo salí’,
Pero ahora no tengo trabajo, solo le pido gracias a Dios.
Por las drogas perdí’ a mi familia, ellas no dan a nadie lo bueno,
Solo te llevan a la perdición hasta las garras de tu enemigo.
Querido Dios te pido perdón por lo malo y por mi pasado,
Hubo un día que yo extorsionaba, hubo un día que yo asaltaba.
Mucha gente quería matarme, gracias a Dios, tengo mi vida.
Los demás sigan mi consejo, de mi no se vayan lejos.
Estribillo (cyp-riot y Andrei Away)
Ayer no es como hoy me acuerdo lo que soy
Sin miedo y con mi risa por las calles voy.
Ayer no es como hoy con el Mojoca estoy
Sin miedo al futuro por las calles voy.
Los ojos abiertos yo tengo,
El corazón pulsante, mi cuerpo y sentimiento.
Los sueños sin techo al viento,
Deseo en movimiento, la luz en mí adentro.
Chaparra (Sonia)
Soy una raperita y estoy viviendo al Mojoca
Todos los días para poder seguir a rapear.
No me importa lo que diga la gente,
Porque yo voy a salir adelante.
A mi no me importa lo que digan porque
ellos nos critican porque somos de la calle,
Pero los de la calle sabemos vivir 
compartir con nosotros mismos,
Porque sabemos que son las tristezas y los maltratos.
Unos a otros nos damos cariño y nos damos expresión.
A veces nos formamos como una familia.
Somos de la calle, somos buena onda.
No nos importa lo que diga la gente, 
Porque’ nosotros saldremos adelante.
Estribillo…
El Conejito (Mefi)
Yo yo, el poeta callejero…
Caminando por el tanque siempre bien loco
Porque’ soy marihuanero y me vale poco.
Paso por mi cuadra, me sacan papelillo
Si yo le forjo el purillo.
Tu sabes mi hermano, que yo soy del tanquerillo
Y ahí que nos vivimos con fríos y a mis tíos
No les importa ni un poquito…
Por esto que yo forjo el purito.
Por esto mis compadres me rollan el purito
Y yo a ellos se lo forjo bien forjadito.
Y ahí es por esto que yo lucho,
Y sabes mi hermano, lucho para salir de las calles
Y para regresar con mi familia.
Estribillo
Generi (Toñito)
Quiero salir adelante, librarme de las drogas
De la marihuana , de todas sus esposas.
A que no me gustaría enseñarlo, porque se que esto es malo
Y que siempre esto nos va a ir mal nos va a ir mal.
Porque’ esto es una tragedia y le pasa a todo el mundo.
Mira tu cuerpo lleno de cicatrices queda.
Velorio (Byron)
Ayer deje’ de soñar, olvido mi pasado
Ahora es el presente que siempre a va mi lado.
Gracias a mi Cristo que el no me critica
El siempre siempre esta’ conmigo.
Tumbando mis enemigos porque’ el me ha enseñado
Que las cosas son de hoy, mis sueños están conmigo
Siempre a mi lado.
Por que el me ha enseñado que las metas son ahora
Y no las del pasado.
Estribillo…
Mario 
Dale vuelta a 360, trago más de 7 kilos de cocaína
En mi mente y estoy demente
Y voy en la bicicleta bien loco y de repente
Me para la cura y me pregunta: “¿Y tus papeles?”
Y le digo: “no cargo”.
Y me dice “cárgate a la patrulla!” y le digo
“regálame una llamada para llamar a mi padre”
Y yo de la patulla llame’ a mi padre y ya lo tenia a lado mío y me dijo
“hijo mío, no te preocupes, voy a sacarte de la cárcel pase lo que pase”.
Yo he tenido unos compañeros que me decían:
“No vas a salir de aquí. Te vas a morir”,
Pero yo le dije:” Siempre voy a confiar en Dios porque’ se’ que Dios me ama”
Yo se que Dios puede sacar a ustedes también.
Estribillo…


Movimiento

domenica 15 aprile 2012

Cose che succedono sotto casa (seconda parte)

Alfombra
Il Venerdì Santo la avenida Elena, due corsie per senso di marcia, è chiusa al traffico. Per lunghe ore, fin dal mattino, uomini e donne dalle mani esperte hanno lavorato sotto il sole, chinati sull'asfalto, per disegnare la alfombras, gli enormi tappeti fatti di segatura colorata, fiori o frutta, ricchi di composizioni e decorazioni a volte complesse e dalla precisione impressionante. 
I lavori finiscono appena in tempo, si ritirano le assi di legno usate per tracciare le linee rette, le corde, i ponteggi alti venti centimetri usati per poter lavorare al centro dei tappeti senza calpestarli, i secchi con gli avanzi di segatura e tutto il resto. Ed è un po' come quando il carrozziere tira via lo scotch dai cristalli e dai fanali e rimane l'opera, intonsa e lucente. Ma tra non molto, questione di minuti, tutto sarà spazzato via dalla processione, che calpesterà le minuziose geometrie, e dagli addetti del Comune, che seguono il corteo armati di scope, palette e sacchi, mischiati alle ultime donne velate di nero. Per questa occasione non ci sarà bisogno di bagnare la superficie leggera delle alfombras per difenderla dal vento, perché già ci pensa la pioggia, che con l'avvento dell'estate guatemalteca si fa sempre più spesso viva.
La strada si riempie in fretta di spettatori vestiti di scuro e inizia l'attesa: donne anziane col seggiolino portato da casa si guadagnano la prima fila, venditori di dolci urlano i loro prezzi mostrando l'espositore a tracolla, i bambini si rincorrono e gli adulti discorrono. E là in mezzo ci siamo anche noi due musi bianchi, rispettivamente in braghette corte e con la felpa rossa dei Chicago Bulls.

Passano le andas, enormi tavole in legno massello simili a bare giganti, al di sopra delle quali si trovano delle statue che raffigurano le diverse fasi della Passione di Cristo, portate a spalla da uomini vestiti con tuniche viola o da donne vestite di nero. Queste ultime portano andas più piccole, generalmente dedicate a Maria. Ogni anda è guidata da un coreografo, diciamo così, che dà il segnale di fermarsi o ripartire, gestisce i cambi tra i portatori e dirige l'ondeggiare al ritmo della marcia funebre suonata dalla banda. Seguono ogni carro anche gli "addetti ai cavi", anche loro vestiti di viola, armati di lunghissimi bastoni le cui estremità somigliano a forche e con i quali sollevano i cavi dell'alta tensione, per evitare che la croce ci si impigli o che Gesù muoia fulminato prima del tempo.
La  più grande delle andas ha le dimensioni di un trasporto eccezionale e per svoltare al semaforo dove siamo appostati noi ha bisogno di un paio di manovre. Affaticato e fiero sotto il suo peso troviamo anche Erick, che per poterci essere ha pagato quindici quetzales. Sopra la "sua" anda è raffigurata la scena in cui Cristo viene deposto dalla croce. Erick è concentrato sulla respirazione, guarda i propri passi e sopporta la fatica, mentre la pioggia gli squaglia il gel e glielo cola sulla faccia. E a me a vederlo viene in mente un ricordo della sua infanzia, che proprio pochi giorni fa mi ha raccontato.
All'età di otto anni se n'era da poco andato di casa, per via delle botte che prendeva dalla nonna, dal cugino e dalla stessa madre. Ma le sorelle maggiori, quando lo trovavano in giro per la città, lo riportavano a casa. E lì di nuovo erano botte e castighi crudeli, come l'obbligo di stare inginocchiato sul mais o cose del genere. Ma in una di queste occasioni sua nonna e sua mamma hanno pensato bene di "crocifiggerlo a una colonna, proprio come Gesù Cristo", legandolo da dietro con delle corde e lasciandolo lì così. Questo mi viene in mente a vederlo faticare là sotto quel legno pesantissimo, sotto il cristo liberato dai chiodi e, finalmente, tra le braccia di sua madre.

giovedì 12 aprile 2012

Emergenza

Oggi, giovedì 12 aprile 2012, è accaduto l'inevitabile. La nostra scorta di caffè Lavazza qualità rossa è finita.
Per paracadutare un aiuto, ecco le coordinate di casa nostra:
+14° 38' 23.62", -90° 31' 18.40"





venerdì 6 aprile 2012

Cose che succedono sotto casa (prima parte)

La 12 Calle A è una strada breve e di per sé tranquilla, una delle poche ad avere un inizio e una fine. Nel senso che nel reticolato di Città del Guatemala, fatto per lo più di strade parallele e perpendicolari che attraversano l'intera città, la 12A non è che una traversa della trafficata Avenida Helena, e va a sbattere dopo un centinaio di metri contro il muro dell'Università, per poi riprendere dall'altra parte, con il nome di 12B.

Il tale che non sappiamo come si chiama cura le auto e le lava, nel suo parcheggio privato a pochi metri da casa nostra. Incontrarlo è un rito. “Buenos dias”, gli diciamo noi. “Muy buenos dias”, risponde lui sospendendo qualsiasi attività e facendo un mezzo inchino con la testa. “Que le vaya bien” (che le vada bene), aggiunge poi, sempre sorridendo. Che sia seduto all'ombra sul gradino di casa, impegnato in una conversazione, o che stia intingendo nel secchio lo straccio da passare sulle portiere della carretta di turno, si ferma e fa la sua pantomima. E al ritorno uguale: “Muy buenas tardes, que le vaya bien”. Ma se passo io da solo, senza Laura, è molto meno ossequioso. “Buenas” dice, punto e stop, continuando a fare quel che stava facendo. A me sta anche meglio così, che sia chiaro, ma: dov'è il confine tra le formalità nelle relazioni di genere e la schizofrenia?
L'altro ieri lungo il marciapiede c'era più gente del solito, tutti sulla porta a parlare, a far finta di niente. Tutti concentrati su un evento, e noi non capivamo quale.
Più o meno a metà strada passiamo accanto ad un pick-up della polizia, con un paio di agenti appoggiati alla fiancata in attesa di qualcosa. Nello stesso momento da una porta escono altri due poliziotti. In mezzo a loro un ragazzo con meno di vent'anni. Ci passano davanti a pochi centimetri. Il ragazzo ha ai piedi una scarpa sola e le mani legate dietro la schiena con le stringhe dell'altra. Lo caricano sul cassone e se ne vanno via. La gente rientra, scambiando saluti e qualche ultimo commento.

martedì 3 aprile 2012

Via dalla città II (Monterrico, Guatemala)

Ci siamo presi due giorni di vacanza. Non da soli: con tutto il personale del Mojoca, alle sette di giovedì mattina, siamo saliti sull’ex scuolabus statunitense, modello “Blue bird”. Puntualmente, siamo partiti con due ore di ritardo, aspettando quelli che per varie ragioni erano rimasti con la testa incollata al cuscino. Destinazione Monterrico, sulla costa sud.
Ho già avuto modo di ripetere che Città del Guatemala è un luogo orrendo: una città corrotta e violenta, dove la bellezza è calpestata e umiliata. Una città di sbarre, fucili a pompa e vetri polarizzati. E poveracci, cani zoppi, gente disincantata che cammina guardandosi alle spalle. Poi è pur vero che c’è la Sesta Avenida, chiusa al traffico e splendente di vetrine, piena di artisti di strada e benessere occidentale; c’è la cattedrale, davanti al Parque Central, bianca e maestosa; c'è il grigio palazzo del Governo, con la sua enorme bandiera a sventolare. Come se il contraltare della miseria e della violenza sia poter, finalmente, accedere a quel vendere e comprare televisori al plasma, o rispecchiarsi nei marmi dell'opulenza della Nazione o della Chiesa.
E così prendo aria: via dalla città un’altra volta. Lungo la strada, fuori dai finestrini dello scuolabus, passano vulcani e montagne, fiumi e villaggi, agglomerati di negozi pitturati di blu per fare pubblicità alla compagnia telefonica Tigo e case col tetto di lamiera o di paglia. La giornata è di sole e promette bene; l'umore della brigata è fin troppo allegro e le casse Pioneer, ormai sfondate, diffondono reggaeton a tutto volume (questo non impedisce a qualche anima molesta di intimare all'autista di alzare un po').
Arrivati a destinazione ci avventuriamo (tutti e trenta, con la discrezione di un gregge di vacche dotate di campana) nel piccolo villaggio, che consiste in due file di case e negozi ai due lati dell'unica strada. C'è poi un piccolo cimitero di tombe malandate, pitturate di rosa, verde o azzurro, pieno di bottiglie vuote e altri rifiuti. Prendiamo posto in un ristorante verso l'una. Alle tre (i tempi tecnici vanno sempre rispettati) arriva il mio pesce fritto: enorme, squisito. Non ne è rimasto che un occhio e qualche lisca.

Il finlandese padrone dell'hotel ha gli occhi color del ghiaccio e un portamento da SS, a dispetto della camicia hawaiiana aperta che lascia in bella mostra il pelo brizzolato. Mi chiedo per quali vie sia arrivato da così lontano a scegliersi questa vita, a mettere in piedi questo suo “Atelier del Mar”, con due piscine e a dieci passi dalla spiaggia, dove la sera puoi sdraiarti sull'amaca, sotto le palme, e ascoltare i tonfi brutali dell'Oceano.
L'Oceano, appunto. Lo chiamano Pacifico, ma è meglio non dargli troppa confidenza. Meglio spiaggiarsi tipo orca e lasciarsi frullare un po’ ad un metro dalla riva, senza perdere il contatto con la sabbia del fondo. Sabbia più scura e più grossa della nostra sabbia romagnola, ma non meno piacevole sulla pelle. Poi si può sempre trovarsi un posto appartato nella spiaggia immensa e starsene lì a seccare, a guardare il mare. Quando s'alza l'onda, dentro ci si può vedere una superficie satinata con venature che vanno dal verde metallizzato FIAT al rosso delle foglie d'autunno, dal giallo degli occhi dei gatti al blu, quello sì, del mare.

lunedì 26 marzo 2012

Carramba che ironia!

La sede del Mojoca
Nel piccolo ufficio dell'équipe di strada, sempre in disordine nonostante la pulizia giornaliera che oggi per altro è toccata a me, c'è troppa gente per trovare un posto a sedere. Mi appoggio ad un mobiletto accanto alla porta d'entrata, spostando indietro col sedere il telefono tenuto insieme con lo scotch, le cartacce, le felpe e i bicchieri appiccicosi di caffè.
Oggi è giovedì, e come ogni giovedì mattina alcuni dei ragazzi con cui abbiamo lavorato in strada sono stati invitati in sede a conoscere le attività del Movimento. La mattinata è finita e, come da prassi, ci si riunisce per parlare con quelli che, dopo aver assistito alla presentazione, sono interessati a partecipare. Si chiede loro a quale meta vogliono arrivare e in che modo hanno intenzione di partecipare, se cerchino solo un appoggio temporaneo per poi tornare in strada, o se siano seriamente interessati ad intraprendere un percorso attraverso le quattro tappe del Mojoca: la partecipazione alle attività di strada, la scuola e i laboratori, l'inserimanto nelle case alloggio e infine il reinserimento nella società.
Oggi abbiamo davanti Hugo, che molto schiettamente dice che a lui interesserebbe solo un aiuto legale per conseguire un documento d'identità, visto che non ce l'ha. Sta seduto a capotavola. Intorno, almeno tre gironi di persone: quelli seduti al tavolo, quelli in piedi alle loro spalle e quelli che, come me, cono abbarbicati sui vari mobili lungo le pareti della stanza.
Hugo non sa di preciso quando è nato, dice di avere più o meno quindici anni. Suo padre, di cui non conosce il cognome, non l'ha mai conosciuto, e a quanto ne sa lui è morto da molto tempo. In poche parole, nemmeno lui saprebbe dire di preciso il suo nome completo. Wendy, la nostra coordinatrice, gli fa altre domande per cercare di capire qualcosa di più, e mentre lui risponde intorno si crea una confusione sempre maggiore: battute, risate, scherni. Io e Laura restiamo allibiti. Io penso che, se fossimo in Italia, tutto questo avverrebbe in una stanza pulita e fin troppo ordinata, forse con un paio di disegni infantili alle pareti per stemperarne l'austerità. Di questo colloquio si occuperebbero persone presumibilmente ben preparate, le quali userebbero tutto il tatto necessario nel porre certe domande, parlando magari con un tono accogliente, comprensivo.
Invece qui l'umore è alto. Lo stesso Hugo ride quando racconta che un paio d'anni fa, a scuola, ha fatto amicizia con una compagna che poi ha scoperto essere sua sorella da parte di madre (anche lei mai conosciuta). A sentire questo i ragazzi dell'équipe esplodono, quasi battono i piedi a terra dal ridere, lo sfottono. E lui, bonariamente, li manda a fare in culo. La coordinatrice si copre la faccia con le mani come a dire: "Certo che sei un caso disperato, tu!"

Solo noi siamo in imbarazzo, ma a parte noi due non c'è nulla di stonato in tutto questo. Non c'è nulla di crudele, se non quel che ormai è stato.
Ride Helmer, che quando aveva nove anni sua madre gli ha dato uno zainetto con dentro le sue cose e gli ha detto: "Ormai sei grandicello, puoi farti la tua vita". E tutto perché il piccolo non aveva voluto accettare, su di sè e sulla propria madre, le violenze e i maltrattamenti del patrigno.
Ride Diana, cresciuta fino agli otto anni con un padre alcolista e violento e con la sua matrigna. Entrambi le hanno sempre detto che la sua vera madre era morta. Alla fine l'ha conosciuta, sua madre, all'età di diciotto anni, da dietro le sbarre di un istituto correzionale.
Anche Carlos ride. Cresciuto con la nonna fino ai quattro anni, prima di finire in strada, visto che la madre non lo ha mai voluto con sé.
E ride Mirna, cresciuta fino ai dieci anni con la nonna, la quale l'aveva sottratta ai genitori tossicodipendenti raccontandole che erano morti. All'età di dieci anni Mirna ha scoperto che quella che credeva essere sua zia (Carramba!) era in realtà sua madre ed è andata a vivere con lei. Ma per poco, visto che con i suoi veri genitori ha trovato botte e maltrattamenti e che la nonna, ormai offesa, non la rivoleva con sè.

Tutti loro ridono, e nel farlo forse condividono qualcosa. Intanto Hugo ci saluta. La coordinatrice ha preso appunti e ne parlerà con l'incaricata dell'Ufficio Giuridico per vedere cosa si può fare.

domenica 18 marzo 2012

Funamboli della strada

Il Mojoca è un movimento di giovani di strada autogestito, seppur con l'aiuto di una parte (minoritaria) di persone esterne. Questo significa una complessa organizzazione fatta di organi decisionali a diversi livelli, un manuale di funzionamento annualmente e democraticamente rivisto, elezioni e continui dibattiti. In parole più povere, significa che i ragazzi e le ragazze di strada, nel partecipare al movimento, decidono per sé stessi se e come aiutarsi a vicenda.
Il senso (l'utopia?) del movimento è aprire possibilità affinché i giovani che abitano la strada possano auto organizzarsi, studiare, imparare un mestiere e divenire parte attiva della società. E cambiarla, alla fine, la società. Nella pratica, il manuale di funzionamento attuale prevede borse di studio, una scuola interna, delle case alloggio, dei laboratori di cucina, pasticceria, falegnameria e sartoria. Sono previsti anche sostegni a distanza per i figli delle ragazze di strada che vogliano intraprendere uno dei percorsi del movimento, gruppi di attività per persone già “uscite” dalla strada e un gruppo per i loro figli, chiamato “Generazione del cambio”. Le regole, decise dai ragazzi stessi, prevedono che si lascino le droghe e la criminalità e che si rispettino i principi base del movimento. E, soprattutto, è richiesto di partecipare come si può, di dare il proprio contributo umano e intellettuale. Il denaro necessario per tutto questo proviene da ONG e fondazioni europee, da iniziative di autofinanziamento e dalle così dette “reti di amicizia” italiana e belga.
L'équipe di strada, quella in cui lavoriamo noi, è composta da una coordinatrice e da due operatori, che in passato hanno vissuto in strada, da un maestro esterno e dai coordinatori di zona, che vivono in strada tutt'ora. Lavoriamo in quattro zone di Città del Guatemala, scelte sulla base del fatto che sono abitate da gruppi di ragazzi di strada, e per ogni zona c'è un coordinatore: uno di loro viene eletto dai compagni affinché li rappresenti nel movimento.
Queste persone, i coordinatori, fanno parte dell'équipe e, in un certo senso, ne sono il nucleo. Sono, nella loro fragilità, il punto di forza. Sono l'anello di congiunzione con la strada, la sua voce più autentica, la chiave di accesso alle persone che vi abitano. Ai coordinatori, come a tutti coloro che partecipano al movimento, viene chiesto di lasciare le droghe e di smettere i comportamenti criminali. Si chiede loro di essere d'esempio per i compagni, secondo i principi democratici e solidali del movimento. Ricevono, per il loro lavoro, una piccola “borsa di studio” con la quale comprare cibo e vestiti. Partecipano, eventualmente, al Comitato di gestione o ad altri organi decisionali.

Detto così forse tutto sembra facile, ma non è.
Qualche giorno fa camminavamo attraverso il mercato della Terminal, una delle nostre quattro zone. Io seguivo Hector, il coordinatore di quella zona. Non lo perdevo di vista un attimo, mentre mi facevo largo tra la frutta e le grida e i DVD pirata, tra i pesantissimi carretti che passavano veloci aprendo le folla in due e gli sguardi che si appiccicavano addosso alla mia faccia da gringo e ai miei occhi stranieri.
Seguivo la schiena di Hector e mi chiedevo che cosa avesse a che fare lui, così sicuro e perspicace, con quegli altri, quelli che si alzano a fatica dal loro letto di cemento, con la mano chiusa a pugno sullo straccio imbevuto di solvente. Dove sono in lui i segni della strada, mentre lo seguo come fanno i bambini, mentre mi sento al sicuro? Ci penso e ci ripenso, mentre guardo la sua faccia pulita e i suoi vestiti freschi di bucato.

Decine e decine di autobus sono parcheggiati a lisca di pesce davanti all'edificio in muratura della Terminal, la stazione degli autobus al di là del mercato. Alcuni dei ragazzi di questa zona dormono sul tetto di questo edificio e per raggiungerli dobbiamo arrampicarci e camminare su uno degli autobus. La parte centrale del tetto, più alta, sporge per circa un metro sulla parte laterale, creando una sorta di tettoia sotto la quale si può stare solo sdraiati e che, quando piove o fa freddo, è un luogo ideale per passare la notte. Hector tira un calcio ad una scarpa destra, che va a finire nei resti ancora fumanti di un barbecue: avanzi di pollo recuperati chissà dove messi a cuocere su una manciata di rifiuti bruciacchiati. Poi scosta una coperta, che costituisce la terza parete del giaciglio. Scuote il suo compagno, avvolto nella coperta, gli dice qualcosa a voce alta, scandendo bene le parole: conosce bene la difficoltà, la lentezza provocata dal solvente. Quello si alza dal materasso, barcolla un po' infastidito dalla luce. Alla fine fa un gran sorriso e ci saluta tutti. Allo stesso modo svegliamo gli altri e poi giù attraverso il tetto e la scaletta di un altro autobus, perché quello di prima se n'è andato.
Quindi è qui che dormi, Hector? È qui che tornerai alla cinque, finita la tua giornata di lavoro? Oppure all'incrocio, vicino alla vostra “Tour Eiffel”?

punto di forza fragilità anello di congiunzione voce autentica autogestione lasciare le droghe vestiti puliti occhi che si chiudono comitato di gestione risate battute solvente spazzatura cappellino da rapper
dove sono i segni della strada?

Se cammini dietro a Hector e lo osservi bene ti accorgi che, mentre ti parla e ti fa ridere con uno dei suoi giochi di parole, le sue dita si infilano automaticamente e distrattamente a cercare monete dimenticate nei telefoni pubblici.
Quando entri nell'ufficio dell'équipe, la mattina, manca sempre qualcuno. Allora guarda sotto al tavolo e lo troverai dormendo, recuperando il poco sonno della strada. La sveglia ha suonato alle sei, per arrivare a farsi il bucato alle sette, la colazione alle otto e il lavoro alle nove. E ogni marciapiede, ogni sedile di autobus, ogni colonna è buona per recuperare un minuto di sonno.
Entrando al Tanke, al Bolivar, i ragazzi si alzano dai loro materassi e pescano da alcuni sacchetti, a terra, pezzi di tortillas, manciate di riso, avanzi di pollo. Ne offrono ai loro compagni, ai nostri coordinatori. Anche qui siamo diversi, Hector: ne offrono anche a me ma io rispondo che non ho fame, mentre a te brillano gli occhi.
Oggi sei qui con me, Hector. Mi guidi in giro per la città, mi presenti gente, mi togli di torno i rompipalle. Ma certi giorni il tuo sguardo è diverso e allora è evidente che cammini su un confine sottile, che ti porti un peso enorme e che dubiti di potercela fare. Quei giorni capisco che la strada, con tutto quello che significa per te, ti chiama e ti strattona e quasi ti inghiotte un'altra volta. E d'altra parte quanta gente mi hai presentato, in strada, dicendomi: “Guarda, lei era coordinatrice”, “Lui era nella Casa de los amigos”, “Quello lì era nel Comitato di gestione”. Quanti funamboli prima di te sono caduti e risaliti e caduti di nuovo? Mi dico che forse hanno solo scelto, liberamente, di tornare in strada. Ma i loro sguardi e le loro parole si riempiono di malinconia quando si parla di quel che è stato, e le bocche chiamano a sé il solvente, treno deragliante che porta all'oblio.