mercoledì 20 febbraio 2013

Il fattore Me Gusta


6 - 9 febbraio

Sbarchiamo a Picton martedì sera alle 6:30. L'aria è fresca delle piogge appena finite, le pecore nei pascoli sono ancora impregnate d'acqua, ma il colore del cielo sembra dire: “Da qui in avanti è tutto in discesa.”
Il porta-biciclette continua a traballare, ma decidiamo che non ci serve un meccanico. Se il bullone del gancio di traino è bloccato non possiamo serrarlo, è vero. Ma di certo non si sviterà neanche, e questo è un punto a nostro favore. Leghiamo comunque il tutto al portellone posteriore della macchina con una vecchia camera d'aria. Se non altro, qualunque cosa dovesse succedere, ci trascineremmo dietro la ferraglia fino a fermarci, senza rischiare di ammazzare qualche povero motociclista. La soluzione sembra reggere, il traballamento diminuisce, ma continuiamo a tenere un occhio sullo specchietto.

Mettiamo il nostro lamierone sulla strada per Nelson, la prima città importante dell'Isola Sud. Sappiamo esattamente cosa vogliamo: viaggiare in tutte le direzioni fino ad arrivare a Bluff, estremità sud della Nuova Zelanda, e nel frattempo guardarci attorno per decidere in quale luogo mettere nuove radici. Abbiamo bisogno di lavorare ancora qualche mese prima di partire per la Cina e, come è stato per Taupo, non vogliamo che sia in un posto qualsiasi. Deve essere un luogo in cui la mattina esci di casa e dici: “Ok. Mi spetta una giornata di odiosi sbattimenti. Però, minchia!” Abbiamo anche preparato una tabella in cui annotare i servizi presenti nei vari luoghi (Internet, supermercati, biblioteche...) e il nostro indice di gradimento rispetto al paesaggio, espresso in voti da uno a dieci. La colonna più importante è quella chiamata “Fattore Me Gusta!”, ovvero una valutazione in base all'entusiasmo e all'ottimismo che un luogo suscita in ciascuno di noi due (nel mio caso cerco di capire quanto, in un dato luogo, la catastrofe mi sembri meno imminente). 
Ci fermiamo a dormire in un'area di sosta nei pressi di una riserva naturale. È ormai notte e Nelson è ancora lontana. Il mattino seguente ci svegliamo all'alba al suono di nocche sul finestrino. Per la prima volta nella nostra lunga carriera di barboni su ruota gommata qualcuno si incazza e ci caccia. È l'omino delle pulizie, sostiene che qui non si può campeggiare. Con l'alito della prima parola detta al mattino ci scusiamo, un po' rimbambiti dal sonno. Diciamo che non abbiamo visto cartelli. Lui ne indica uno nell'angolo del parcheggio: non l'avevamo visto ieri, era troppo buio. Riprendiamo la strada e arriviamo in città prima di mezzogiorno. Ci fermiamo giusto il tempo di una doccia a pagamento e di dare un'occhiata in giro. Abbiamo voglia di andare e andiamo. 

Altro che viaggiare in tutte le direzioni... Il terzo giorno già mi sento un ottantenne: mi sveglio infreddolito alle cinque del mattino ed esco dalla macchina con un “Ahi! Ahiahiahi!” Cammino verso il bagno chinato in avanti, col dorso della mano appoggiato sulla schiena. Laura dorme ancora: alla sua giovane età l'incontinenza è ancora solo un concetto, una roba da vecchi col pannolone.
Dopo colazione (pane e Nutella, che come lo prepara Laura nessuno mai) mi metto al volante e nel giro di mezz'ora mi viene mal di testa. Stiamo diretti a Cape Farewell, estremità nord-occidentale dell'isola. Per arrivarci c'è una sola strada, lunga circa 150 km, e dovremo ripercorrerla tutta in senso inverso prima di continuare il nostro viaggio verso sud, dato che non ci sono altre connessioni. 
Tutti questi acciacchi mi mettono di pessimo umore. E in più sento le vocine nella testa. Una dice: “Sbrigatevi, trovate il posto che vi piace, lavorate quanto basta e poi partite! È ora che ti avvicini a casa: non lo vedi come sei messo?” Un'altra dice “Vai almeno oltre quella collina a vedere cosa c'è. L'ultima e poi basta!” Mi fermo al lato della strada col motore acceso e fisso il volante. Io e Laura valutiamo seriamente la possibilità di tornare indietro, visto che il cielo è nuvoloso e rischiamo di farci un sacco di chilometri per poi dover stare chiusi in macchina e non vedere niente. “Andiamo solo fino a lì” propongo, indicando la cima della collina che abbiamo davanti. 
Di collina in collina arriviamo a Cape Farewell e mi passa tutto: “Minchia!” Per la gioia di Laura smetto anche di lagnarmi delle mie sventure e mi godo la scogliera, i pascoli, le grotte, le foche addormentate. E il mare.

Percorsi i 150 km al contrario comincia la nostra vacanza-esplorazione dell'Isola. Un'isola più grande di quella Nord, ma meno popolata: poche città, poche strade, tante pecore. Le montagne sono più alte e i paesaggi ancora più estremi nella loro sfacciata bellezza. Fiumi e laghi ovunque e poche, poche case. Ma noi stiamo cercando una città, perché è dove c'è la gente che c'è lavoro. Vogliamo una città piccola ma ben servita, possibilmente affacciata sul mare o su un lago. Magari ai piedi di qualche montagna.
Le città della costa nord, Nelson e Motueka, ci sono piaciute molto, ma non ci hanno fatto innamorare. Percorriamo tutta la parte centrale dell'Isola in soli due giorni, passando in rassegna le città della costa ovest: Westport e Greymouth. Tutte gli altri centri abitati segnati sulla mappa sono praticamente inesistenti, agglomerati di poche case in mezzo ai campi. Compiliamo diligentemente la nostra tabella, ma abbiamo la sensazione di non aver ancora trovato quello che stiamo cercando.
Le cose cambiano più a sud, nella regione dei laghi. Laghi dai colori cangianti in mezzo alle montagne ancora bianche di neve sulle cime. Silenzio sulle rive, solo il fruscio delle poche auto che percorrono le strade costiere.
Ci fermiamo all'ora del tramonto sul lago Hawea, spegniamo il motore e ci affacciamo sullo specchio d'acqua. Il silenzio trasmette quiete e allo stesso tempo incute timore per una natura ancora selvaggia, non piegata ai bisogni urbanistici e industriali.
La stanchezza è ripagata dalla consapevolezza di essere vicini alla meta. Bluff non è più così lontano e in mezzo ci sono città che promettono di essere interessanti. La nostra tabella freme per essere riempita e lo sarà presto. Intanto cerchiamo un posto per la notte e lo troviamo a Lake Hawea. La temperatura è ideale e ci addormentiamo soddisfatti, ignari del brutto risveglio che ci aspetta.


Cape Farewell

Sono scemo

A Cape Farewell

Sono scemo 2

Laura contempla il lago Hawea

sabato 16 febbraio 2013

Una bolla di lamiera in mezzo alla tempesta


4 - 5 febbraio
Il traghetto per Picton, South Island, parte domani alle 2 pm. Facciamo il biglietto al Terminal della Bluebridge e quando facciamo per uscire la pioggia ci ferma sulla porta. Oggi il cielo è un batterista di heavy metal con le palle al rovescio: doppio pedale e tante paia di bacchette da spezzare, colpo dopo colpo, sul bordo del rullante. Litri d'acqua riempiono lo spazio oltre le vetrate, cadono pesanti come ghiaia sull'asfalto, coprono i rumori del traffico e le voci della gente dall'altra parte della strada. 
Uscire di qui ora sarebbe come rovesciarsi in testa il secchio dei gavettoni. Ne approfittiamo per darci una lavata nei bagni del Terminal, particolarmente puliti e spaziosi. Mentre con la mano destra cerco di convogliare un po' d'acqua all'ascella sinistra, col braccio proteso in avanti come Superman, penso che ne ho abbastanza di vita spartana. Ma Laura e io non abbiamo trovato altri modi per poter viaggiare a lungo con pochi soldi in tasca. E se vogliamo andare in Cina, dobbiamo continuare ad eliminare tutte le spese superflue e a ridurre al minimo quelle necessarie. Niente alberghi, niente campeggi, né tanto meno ristoranti. I pasti si comprano al supermercato, a seconda delle offerte, e si cucinano sul fornello da campeggio. Per dormire, per lavarci e per Internet sfruttiamo le risorse gratuite del territorio, se ci sono: aree di servizio, fiumi, laghi, bagni pubblici, biblioteche... Niente svaghi turistici: no alle escursioni guidate, alle gite in barca. No alle mostre ed ai musei a pagamento. 
Sono certo che qualcuno penserà che tutto questo non ha senso, e sempre più spesso mi ritrovo a pensarlo anch'io. Come adesso, che il lavandino ha esondato e mi sono bagnato le scarpe. Ma se Laura e io abbiamo potuto viaggiare per un anno intero con il budget di una crociera di due settimane è anche grazie all'austerità assoluta che ci siamo imposti. Ci siamo persi tante cose, è vero. Ma abbiamo avuto l'opportunità di conoscere le persone nei luoghi in cui ci siamo fermati, abbiamo mangiato quello che mangiavano loro e agli orari in cui lo facevano loro. Abbiamo imparato la loro lingua e alcune delle cose che non si dicono a parole. Abbiamo soprattutto fatto l'esperienza di essere stranieri, e ogni volta è stata diversa. Ci siamo persi tante cose, ma abbiamo avuto ciò che ci premeva di più.

La pioggia non diminuisce. Abbiamo temporeggiato fin troppo, usando le poltroncine e la connessione gratuita della sala d'aspetto. Ora non ci resta che correre fino alla macchina. Ci bagneremo.
Dobbiamo trovare un posto per la notte e ci allontaniamo dalla città seguendo la costa. Dallo specchietto retrovisore vedo l'immagine liquida delle biciclette. Sono al loro posto, sul loro supporto installato sul gancio di traino, ma oscillano a destra e a sinistra in modo sempre più preoccupante. Ci fermiamo a dare un'occhiata e io stringo la vite del porta-biciclette per farlo aderire meglio al gancio di traino. Ripartiamo tenendo d'occhio lo specchietto, ma le cose non cambiano: il vento sembra voler strappare via tutto il blocco e buttarlo a mare. Al primo paese a nord di Wellington ci fermiamo sotto la tettoia di un benzinaio. Controllo di nuovo il porta bici, ma è ben stretto sul gancio e non ha nessun danno. Mi accorgo che è il gancio stesso ad essersi svitato un poco, probabilmente durante il viaggio. Chiedo al benzinaio di prestarmi degli attrezzi e lui esce per darmi una mano. In due cerchiamo di smuovere il crosso bullone, ma senza successo. Il meccanico dell'officina accanto spunta fuori e dice “È bloccato, l'unica soluzione è tagliarlo e metterne uno nuovo.” È quasi buio e per oggi non possiamo farci niente. Le officine stanno per chiudere e non ci resta che andare al parcheggio sulla spiaggia, quello con i bagni pubblici, che abbiamo visto lungo la strada ad un paio di chilometri da qui.
Ci aspetta una notte d'inferno. Le onde si sollevano alte e grigie come muri e si infrangono sugli scogli a pochi metri da noi. Il vento sibila tra le fessure dell'abitacolo e scuote la macchina, la scuote come fosse un pupazzo gonfiabile ancorato ad un sasso. La pioggia continua a picchiare da tutti i lati e di tanto in tanto qualche goccia ci arriva addosso. Pigiamo della carta igienica nei punti in cui mancano le guarnizioni dei finestrini e la situazione migliora un po'. O forse siamo troppo stanchi e ci addormentiamo, in una bolla di lamiera quasi impermeabile in mezzo alla tempesta.
Il mattino seguente le condizioni climatiche non sono cambiate di molto, ma piove meno. Torniamo a Wellington e per prima cosa ci fermiamo da un meccanico a chiedere un consiglio per il porta-biciclette. Anche lui cerca di smuoverlo e non ci riesce, ma dice che va bene lo stesso se lo usiamo solo per le bici. Non siamo tanto convinti, ma decidiamo di rinviare la soluzione del problema a domani, quando saremo dall'altra parte dello stretto e, forse, avrà smesso di piovere. Compriamo da mangiare al supermercato e ci mettiamo in coda per salire sul traghetto. 

Se avevamo una mezza idea di arrivarci in barca, in Cina, l'abbiamo cambiata. 
Attraversiamo lo stretto di Cook in mezzo a una tempesta e il traghetto, che visto dal porto sembrava un palazzo di cinque piani, ora è una barchetta di carta in balia delle onde. Onde sempre più alte e più lunghe. Ti senti salire, salire, e poi cadere tutto in una volta nel vuoto, mentre vedi la prua andare a sbattere contro un muro d'acqua più alto di lei e far esplodere schiuma bianca sul ponte e sulle vetrate. In pochi possono godersi lo spettacolo. I tanti turisti allegri hanno spento i sorrisi, hanno posato le guide illustrate e le macchine fotografiche ed ora sono pallidi in volto, tengono in mano un sacchetto di carta che quasi di sicuro useranno. Io mi sposto verso la poppa, nel corridoio tra il bar e i bagni, e mi siedo per terra. Cerco di respirare profondamente e di non guardare gli altri. Mi preoccupo un poco quando vedo una donna dell'equipaggio, che dovrebbe essere in giro a sorridere e a tranquillizzare, sedersi a terra dietro al bancone del bar e vomitare nel sacchetto, mentre una sua collega cade a terra mentre cerca di attraversare il corridoio.
Tutto questo dura circa quattro ore e poi smette. Il sole torna fare calore e luce proprio mentre iniziamo a navigare tra i primi lembi di terra dell'Isola Sud. Dobbiamo addentrarci tra isole e penisole prima di sbarcare a Picton, e la sensazione è quella di stare sospesi in una valle immensa ed allagata, come se una diga enorme si fosse rotta e se sotto questo mare turchese ci fossero stati un tempo villaggi, pascoli e strade. Le isole si alzano intorno a noi in colline di un verde acceso, lo stesso verde che a nell'Isola Nord era ormai scomparso, ingiallito dal sole estivo.
Ci siamo, le ruote toccano terra ed inizia il secondo capitolo della nostra storia neozelandese. E c'è il sole.


domenica 10 febbraio 2013

Con la Cina nel mirino


3 febbraio

L'edificio dell'ambasciata cinese a Wellington incute timore. Varcare le sue colonne di marmo, salendo ad uno ad uno i gradini grigi e affilati, è come fare un tuffo in un'altra realtà. In un paese come la Nuova Zelanda, in cui le case basse e luminose sembrano dirti “Prenditi il tuo tempo, goditi il tuo spazio”, l'ambasciata cinese ti dice invece “Tu, miserabile individuo, ricorda che non hai alcun significato se non alla luce dello Stato.”

Fin qui il nostro viaggio è andato alla grande. Ci siamo presi il nostro tempo e in tre giorni di sole abbiamo percorso circa 700 Km. Abbiamo saputo concederci ampie digressioni, malgrado la solita fretta di andare lontano. Siamo stati sul monte Taranaki, che visto sulla mappa somiglia ad un occhio dalla cui iride si diramano una miriade di capillari (in realtà fiumi). I maori l'hanno chiamato così per la sua lucentezza dovuta alla neve che lo ricopre (tara = montagna; ngaki = lucente). Il capitano Cook invece l'ha chiamato Egmont: evidentemente secondo lui sembrava un uovo al tegamino. Tutt'oggi il monte ha due nomi ufficiali (cosa non rara in Nuova Zelanda), ma io sono dell'idea che si dovrebbe chiamare Monte Occhioiniettatodisangue. O Monte Occhio.
Dopo la montagna, il mare. Ci siamo fermati a Wanganui, sul Mar di Tasman, e abbiamo passeggiato sulla sabbia scura con le scarpe in mano. 
Intimiditi dal ricordo dei nostri sguardi grigi dello scorso ottobre, quando pioggia e vento ci avevano costretti a lunghissime giornate all'interno dell'abitacolo gocciolante di Kiwi, prima di partire temevamo il peggio. Ma ora è estate, ed è tutta un'altra vita. Ci fermiamo quando abbiamo fame (e non quando piove un po' meno) e ci rilassiamo sui tavoli da pic-nic, nelle tante aree di sosta con bagno (e qualche volta barbecue) sparse per la Nuova Zelanda. Nelle stesse aree di sosta ci fermiamo a dormire: ci spostiamo nella parte posteriore della macchina, tiriamo le tendine e buonanotte. Al mattino tiriamo fuori il fornellino per il caffè, il pane e la Nutella e ci accomodiamo al tavolo per la colazione.
Arriviamo a Wellington di domenica pomeriggio ed io ho l'ennesima conferma: non sono tagliato per le grandi città. Non so mantenere la calma in quei posti in cui parcheggiare la macchina costa di più che continuare a guidarla tutto il giorno (4 dollari all'ora!). Non mi pare possibile che se prendi un senso unico sbagliato ti ritrovi in un labirinto incomprensibile, in cui devi scegliere in fretta: destra o sinistra? E scegli sempre la sinistra e invece era la destra. E vaffanculo.
Così ci allontaniamo dal centro e tiriamo giù le bici. Con quelle è un po' più semplice girare e riusciamo ad arrivare al porto, dove c'è gente che cazzeggia, ragazzini che si tuffano, fidanzati che si baciano.
Per la notte riprendiamo la macchina e ci spostiamo a Makara Beach, a venti minuti dalla città oltre le colline. È un villaggio di poche case, tutte a pochi passi dal mare. La spiaggia di sassi bianchi è enorme e sembra il posto ideale per dormire in macchina.
Mentre ci guardiamo intorno un ragazzo si esibisce in derapate alla guida di una piccola Dune Buggy autocostruita. Poi si ferma nel suo garage, ad un lato della spiaggia, e aiutato da un amico armeggia con una chiave inglese dalle parti del motore. Pochi minuti dopo il bolide ricomincia a percorrere la spiaggia a tutta velocità, ma questa volta alla guida c'è una biondina di circa vent'anni.
Al lato opposto della spiaggia c'è una casa di legno scuro, isolata dalle altre. Nella veranda tre uomini bevono birra e guardano verso il mare. Un cagnolino bianco che stava con loro inizia a correre dietro alla Dune Buggy, abbaiando. La ragazza cerca di evitarlo, frena e poi riparte schizzando sassi con le ruote. Ma il cagnolino non si arrende e le si para davanti di nuovo, nonostante i richiami di uno dei tre uomini della veranda. Questa volta la frenata è più lunga. Il cane è salvo per poco, ma le piccole ruote sono infossate e la ragazza esce dall'abitacolo per cercare di liberarle. Il padrone del cane, calzoni corti e scarponi da trekking, una maglietta bianca con la scritta “Proprietà dell'ospedale psichiatrico”, si avvicina velocemente e afferra il telaio della macchina. Ma non è per liberarla: prima la rovescia su un fianco, poi a ruote in aria. È incazzato nero e inveisce contro la ragazza. Non ne può più, dice, che continuino a terrorizzare la gente con quella cazzo di macchina. Partiti dal garage, nel frattempo, i due meccanici percorrono la spiaggia di corsa, brandendo l'uno un martello e l'altro una chiave inglese da 32.
Inizia un litigio furibondo in cui fucking è la parola più ricorrente. Uno dei due ragazzi, quello col martello, si avvicina all'uomo e alza il braccio. L'uomo con gli scarponi non indietreggia, ma evita di replicare ulteriormente. Intanto anche gli altri due uomini hanno lasciato la veranda e si sono portati alle sue spalle. Stanno con le braccia conserte, decisi a mantenere la pace ma pronti ad intervenire. Non so come né perché, ma tutti quanti riescono a calmarsi prima dell'irreparabile. I ragazzi chiudono la Dune Buggy in garage ed entrano in casa, e i tre uomini ritornano nella veranda.
Mezz'ora più tardi, mentre io e Laura mangiamo un'insalata di tonno, vediamo avvicinarsi a piedi una squadra di sei poliziotti e un cane antidroga. Hanno parcheggiato dietro la curva per non essere visti e in pochi secondi circondano la casa dei due ragazzi. Quello all'ingresso principale bussa alla porta, mentre gli altri controllano che non scappi nessuno.
Nelle ore seguenti ci saranno perquisizioni e interrogatori. La scena finale, ormai al crepuscolo, vede i due ragazzi fare un ultimo tiro dalla sigaretta e gettarla a terra con il gesto degli sconfitti, prima di salire sui sedili posteriori della macchina della Polizia.
Vi racconto questo per mettervi in guardia. Se venite in Nuova Zelanda, non fate gli scemi con la Dune Buggy sulla spiaggia, perché se la prendono sul serio.
Il mattino dopo ci svegliamo sotto un cielo grigio e il mare ci soffia addosso un vento poco gentile. Mentre ritorniamo a Wellington cadono le prime gocce di pioggia e i tergicristalli spalmano uno strato di polvere e salsedine sul parabrezza . Parcheggiamo davanti all'ambasciata cinese: alla fine è per questo che siamo venuti. La Cina è il nostro prossimo obiettivo.

Questa pioggia non aiuta, rende la penombra dell'ufficio visti ancor più pesante. Il ragazzo dietro lo sportello ha la faccia fresca di rasatura e un colletto immacolato. Parla un inglese più decente del nostro e sorride con cordialità, ma non c'è traccia in lui della disponibilità che spesso abbiamo incontrato tra i neozelandesi: gente che passa dall'altra parte della scrivania e ti spiega, ti disegna mappe, fa telefonate al tuo posto per chiedere informazioni. Ma quel che c'era da capire l'abbiamo capito: è troppo presto per il visto, e questo ci incasina le cose. Dovremo stare in Nuova Zelanda ancora per qualche mese, e il visto cinese va fatto al massimo un mese prima di partire.
Ci rimettiamo in macchina e puntiamo verso il porto. Visto che la trafila burocratica è rimandate, se non altro possiamo fare il biglietto per l'Isola Sud e prendere il traghetto al più presto.
Guidando nel traffico cittadino, dallo specchietto retrovisore vedo le biciclette oscillare pericolosamente sul gancio di traino. Il cielo intanto si fa sempre più pesante, gonfio di cattivi presagi...

giovedì 31 gennaio 2013

Quel giorno è domani. Si riparte

Tre mesi sono abbastanza. Uno si adagia, si abitua. 
Quando ti fermi in un posto dopo un lungo viaggio, posi lo zaino sul pavimento e prendi un bel respiro. Rimani imbambolato davanti ad un armadio vuoto che ti pare immenso. "Cazzo, ci potrei abitare dentro!" pensi. E invece c'è un'intera stanza a disposizione, e nell'armadio ci metti le cinque magliette logore che ti sono rimaste, le mutande dall'elastico mollo e il coltellino svizzero. Il resto è eco. Ti senti uno che ha appena fatto 100 alla ruota di Iva Zanicchi, pensi che quello spazio è molto di più di quello a cui sei abituato e di cui avrai bisogno.
Ma basta poco, nemmeno te ne accorgi. È  questione di giorni e già ti espandi, ingombri i ripiani, compri magliette e mutande al negozio dell'usato. Ti procuri libri, chiavi inglesi, creme solari, lampadine, biciclette (quattro), innaffiatoi, imbarcazioni, padelle, casse di birra...
Poi quel giorno si avvicina, anche se hai sempre fatto finta che non sarebbe successo. 
Poi quel giorno è domani, e devi ritornare a stare in uno zaino. Tagliare il superfluo, via le comodità. Sai che dopo i primi cinquecento metri a piedi maledirai ogni singolo grammo che avresti potuto lasciare. Arrivi a tagliar via le etichette dei vestiti, a temperare le matite più del necessario. Tutto per non sentirti schiacciare la colonna vertebrale, per non sentire quel dolore alle spalle che ti fa venir voglia di lasciar cadere lo zaino a terra e proseguire senza.

Ma questa volta c'è una notizia buona e una cattiva.
Quella buona è che abbiamo una macchina, almeno finché siamo in Nuova Zelanda. Quindi è vero che entro domattina dobbiamo finire tutte le birre, ma è anche vero che possiamo concederci il lusso di portare qualcosa con noi.
La brutta notizia è che abbiamo quella macchina. "Un mezzo davvero affidabile, lo uso tutte le domeniche per andare in chiesa" aveva detto il precedente proprietario, offrendoci il suo sorriso color senape. Sembrava sincero dietro ai suoi occhiali a specchio, mentre con una mano si aggiustava il cappello verde giallo e rosso con la faccia di Bob Marley stampata sopra e con l'altra s'infilava in tasca i 475 dollari. 
Un mezzo affidabile... In quattro mesi ecco il riassunto (si esclude l'ordinaria manutenzione):
Ottobre
- Il parabrezza si stacca dal telaio. 
- Il finestrino è bloccato.
- Lampadine e fusibili come se piovesse. E in più piove.
- Una gomma a terra nel parcheggio del supermercato.
Novembre
- Lo sterzo non gira più. E sono soldi.
- C'è da convincere l'omino delle revisioni che quel buco nel telaio causato dalla ruggine in realtà è frutto della sua fantasia. 
Dicembre
- Ci rifiutiamo di usare la macchina.
Gennaio
- Fusibili e lampadine sotto un sole cocente.

Ce la faremo ad arrivare all'Isola Sud e a tornare indietro? Durerà almeno tre mesi quel rottame? O ci ritroveremo sul ciglio della strada a pigiare la nostra roba negli zaini e a fare l'autostop?

In barca a vela sul lago di Taupo

In quanto al datore di lavoro, a Laura è andata meglio che a me. Tant'è che per salutarla e ringraziarla ci ha invitati entrambi ad un giro in barca a vela con grigliata. Ecco un breve reportage (Foto di Laura Pelliciari).


Prima di partire


In cerca di qualche boccone extra per il barbecue

Il nostro amico Charles, sognando Titanic

Incisione maori a cui si arriva solo via lago

Il Capitano

Il Capitano 2

Atmosfera niente male
Il barbecue

Al tramonto

lunedì 28 gennaio 2013

Huka Falls, che spettacolo

Non sarà come esserci di persona, ma ho pensato che un posto del genere non ve lo potevate perdere. Così ho preso la bicicletta, la telecamera, e mi sono inerpicato su per il sentiero...


venerdì 25 gennaio 2013

Rotorua, love is in the air


La prima volta che abbiamo varcato le porte di Rotorua, Laura e io abbiamo iniziato a guardarci con sospetto reciproco. Nessuno dei due ha osato muovere accuse specifiche, ma la verità aleggiava nell'aria. Inequivocabile. Ho abbassato un poco il finestrino, e il cigolio della manovella non ha fatto che amplificare il nostro silenzio e il nostro disagio.
“Mangiato pesante?” ho chiesto.
“Gallina che canta...” mi ha risposto.
Poi abbiamo capito: quell'odore pungente era di zolfo* e veniva dalla terra.  
Rotorua, città affacciata sull'omonimo lago, è anche nota come The Sulphur City (la Città dello Zolfo), ed è un luogo dall'impressionante attività geotermica. Qualcuno la chiama Rotten-rua, in onore delle uova marce (rotten eggs).
Comunque ormai lo sappiamo e non ci lasciamo sorprendere. Tutt'altro: ci orientiamo con l'olfatto e non abbiamo bisogno di cartelli di benvenuto. Lo sappiamo dall'odore che siamo arrivati. 
Questa volta siamo in compagnia del mio ex collega Dennis e del suo compagno Terry. Siamo qui per una gita fuori porta, per passare un po' di tempo insieme prima della nostra partenza verso l'Isola Sud. Laura e io ce ne stiamo comodi sui sedili posteriori della loro macchina e ci godiamo la loro simpatia.
“Terry, sei disgustoso!” dice Dennis. Ma Terry non raccoglie, è troppo gentile d'animo per un contrattacco e si limita a sorridere. Così Dennis si gira verso di noi e dice: “Lo sentite? È l'odore di Rotorua!”

Dopo una breve sosta in un bar sul lago di Rotorua (una grigia trappola per turisti) risaliamo in macchina e ci lasciamo portare, nemmeno noi sappiamo esattamente dove. Ci fermiamo un quarto d'ora più tardi in cima a una collina, a metà tra il lago Tikitapu (o Lago Blu, che deve il suo color turchese al fondo di riolite e pomice) e il Rotokakahi (o Lago Verde, che deve il suo color smeraldo alla scarsa profondità e al fondo sabbioso).
Io mi trovo sempre in disaccordo con gli altri sulla definizione di ciò che è blu e ciò che è verde, e così è anche oggi. Questi laghi mi sembrano verdi tutti e due, solo in modo diverso. Dennis dice che dipende dalla luce: ogni giorno i due laghi cambiano di tonalità. Resta il fatto che questo posto è incredibile e fa rabbia il non poter abbracciare tutti e due i laghi con un solo sguardo. Bisogna invece girarsi, quando guardi il blu non puoi vedere il verde e viceversa.
Un cartello avvisa che il Lago Verde, il più grande dei due, è di proprietà della Comunità Maori. È considerato sacro ed è vietato pescare, entrarci con una barca o anche a nuoto. E infatti, visto da quassù, sembra solitario e silenzioso, mentre l'altro è punteggiato di bagnanti, canoe, sciatori nautici, motoscafi. Ed è lì che anche noi siamo diretti.

Dopo un pranzo gustato ad un tavolo da pic nic sulla riva del Lago Blu, intrattenuti da un bambino maori che tirava sassate alle oche, ci rimettiamo in macchina e torniamo a Rotorua. 
Passeggiando per Kuirau Park mi sento un pollo troppo vicino alla pentola: vedo del fumo in lontananza (siamo in piena estate, il giorno è particolarmente caldo), mi avvicino e mi trovo davanti una pozza di fango che ribolle rumorosamente. E poi un'altra e un'altra ancora. E noi che ci aggiriamo su questo pianeta con il passo del padrone... Se gli girano le palle, al Pianeta, finisce che scompariamo in un battito di ciglia. 

“...e solo il silenzio come un sudario si stenderà 
fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, 
ma noi non ci saremo.”
(Lo so: che palle, ancora con questo Guccini.)

È ormai quasi sera e siamo tutti e quattro stanchi. Puntiamo verso Taupo, la città in cui viviamo da ormai tre mesi e che sarà casa nostra ancora per poco.




*Ad essere precisi si tratta di solfuro diidrogeno e, stando a Wikipedia, “si forma per decomposizione delle proteine contenenti zolfo da parte dei batteri, si trova pertanto nei gas di palude, nel petrolio greggio e nel gas naturale. È, insieme ai mercaptani, il responsabile dello sgradevole odore delle feci e delle flatulenze.”

sabato 19 gennaio 2013

Papaveri, carote e libertà provvisoria


La chiamano Tall Poppy Syndrome, Sindrome del Papavero Alto. “Se sei meglio degli altri” dice Chris fendendo l'aria con la mano tesa “ti tagliano via! Ti riportano allo stesso livello come fanno con i papaveri.” Lui ne fa una questione di classe: sostiene che qui in Nuova Zelanda imperi la working class, che lo standard prescriva il seguire le partite di rugby, bere fiumi di birra e ascoltare musica pop. “E io sono sempre stato diverso.” dice, “Per questo, anche se sono nato e vissuto qui, mi sento uno straniero.”
Infilzo un paio di gnocchi con la forchetta e me li infilo in bocca. Mi rabbuio. Oggi è stato il mio ultimo giorno di lavoro al Taste Café e sono deluso da questi ultimi tre mesi. Non sono un papavero alto, ma mi sento reciso. Nell'entusiasmo. 
Come spiegarlo senza vittimismo? Difficile. Diciamo che ho fatto del mio meglio, e qualche volta meglio degli altri. Ho messo tutta la cura possibile tanto nel fregar padelle quanto nel cucinare uova, ma i miei slanci sono andati perduti nell'apparente indifferenza dei colleghi. I miei rotondissimi crostini di parmigiano finiranno nel giro di una settimana e poi si tornerà a quelli maciullati e bruciacchiati che si facevano prima. Quando sono arrivato avevo molto da imparare e si vedeva. Ma a nessuno è venuto in mente che potessi avere anche qualcosa da insegnare. Guai! Insegnare sembra essere una parolaccia da queste parti. Al di là di tutto, io volevo solo partecipare, questo è quanto.
Non mi sento un papavero alto, ma piuttosto una delle tante carote che ogni giorno passano nel frullatore di quella maledetta cucina. Grattugiata una, sotto un'altra. È questione di uno, due secondi e nessuno fa caso ai meriti di ciascuna carota, a quanto fosse succosa o rinsecchita, di un arancione brillante o spento. Sotto un'altra, punto. 
“L'unica cosa positiva del lavorare al Taste” ho detto a Dennis “è che abbiamo conosciuto te e Terry!” E lui è scoppiato in una delle sue risate. Chissà se mi ha preso sul serio... A pensarci bene sono anche contento di aver conosciuto Leo, il cuoco cinese, un po' pasticcione ma buono come il pane. Abbiamo parlato spesso io e lui, seduti sulle cassette del latte nel retro della cucina, tra i bidoni dell'immondizia e le scope. Mi ha raccontato il suo punto di vista sulla Cina, davvero troppo piena di gente. Mi ha detto di quella volta che, ubriaco, è finito nei guai per aver picchiato un tassista e un poliziotto. Mi ha parlato del suo disamore per i giapponesi, ladri di isole che apparterrebbero alla Cina. Mi ha confidato il suo sogno di aprire un ristorante tutto suo. Gli auguro di riuscirci un giorno.

In ogni caso la parentesi è chiusa, il mio contratto anche. Sono di nuovo un uomo libero, almeno finché non finiscono i soldi. Diciamo che sono in libertà provvisoria. 
Non ho avuto occasione di dire good bye a Darren, il mio datore di lavoro (che poi è un modo carino per dire che non mi ha neanche salutato) e questo fatto mi riporta al luglio scorso, ad un altro ultimo giorno di lavoro. Eravamo a Talara, Perù, e io avevo fatto il pizzaiolo da Don Maximo per circa un mese. Sedevamo sul marciapiede fuori dal locale, in cerchio. Marcos, il proprietario, aveva provveduto alla birra e al Pisco. In abbondanza. C'eravamo tutti, dallo chef ai ragazzini delle consegne. Di tanto in tanto spuntava fuori qualche pizza fumante e la si faceva girare. La despedida dell'italiano era un pretesto per stare insieme. Un altro stile, un altro mondo.


mercoledì 9 gennaio 2013

Body Fuel vs Taste Café

In questa trasmissione televisiva, andata in onda su un canale nazionale, un'attrice entra nei bar più in vista di Taupo con una camera nascosta e ne testa la qualità. "Ma lo sai che il Body Fuel è risultato il migliore?" mi dice Charles, mentre aspettiamo che Youtube carichi il video. "Ah, bravi!" dico io. E in effetti fanno un figurone, e Laura ha l'onore di lavorare in quello che - trasmissione a parte - sembra essere considerato il miglior caffè in città. Ma poi il video continua e scopro che sono entrati anche al Taste, dove lavoro io. Che figuraccia.




p.s. Please Dennis, don't fire me for this. Not yet.

giovedì 3 gennaio 2013

Dog sitters


Lei si chiama Bonny, un'esemplare irruente di setter inglese dagli occhi maledettamente persuasivi. Lui è Monty, un bonaccione piccolo e nero di razza indefinita. (Ma da quando è stato nominato capo del governo tecnico, le ciotole languono.) Per dieci giorni Laura ed io dovremo dividere con loro il televisore da 60 pollici e la pelle del divano. 
Oggi per esempio non lavoro, e fuori piove. Con una tazza di caffè in mano mi piazzo sul divano ed eccoli che arrivano, tutti e due. Cercano sempre il contatto, il calore, l'affetto. Il cibo.
Sono i cani di Steve, il proprietario del caffè in cui lavora Laura, e questa è la sua casa. Starà via per una decina di giorni e ci ha chiesto se per noi fosse tanto incomodo spostarci qui, dove purtroppo ancora manca una Jacuzzi. “Ma la vista non è male, e c'è Sky”, ha detto per rimediare. “E ovviamente vi pago” ha aggiunto. Che dire... E facciamolo quest'atto di carità, pover'uomo.

Su un canale dal nome Rialto danno “La solitudine dei numeri primi” di Costanzo e poi “Baaria” di Tornatore (entrambi in italiano, e la cosa mi disorienta un poco). Ma l'occhio evade dalla cornice del televisore. Cade oltre le vetrate, dove le nuvole si muovono rapide, trasformando il lago ora in una lastra di grigio acciaio, ora in una porzione di mare caraibico. Mi distraggo poi a guardare Bonny, che ha rubato un intera tavoletta di cioccolato, l'ha scartata e se l'è mangiata. Mi toccherà pulire. Poi mi volto alla mia destra, verso una cucina che per attrezzatura e per dimensioni potrebbe fare invidia a certi ristoranti.
E mi ritrovo a pensare che mi piacerebbe davvero avere una bella casa, con tanto spazio a disposizione. Niente lusso, intendiamoci. Intendo spazio per la creatività, i progetti, i cambiamenti. Spazio per mettere in cantiere ciò che mi passa per la mente. Ma il pensiero successivo è: no. Meglio sbattere il ginocchio contro il comodino che restare schiacciato sotto un mutuo. Tra lo spazio e il tempo, se proprio devo scegliere, scelgo il tempo. Tempo libero, per godere delle cose gratuite che ancora restano a disposizione degli esseri umani.

“Fabbricare, fabbricare, fabbricare
Preferisco il rumore del mare 
Che dice fabbricare fare disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare.”
(Dino Campana)