martedì 18 ottobre 2011

Meats: imparare l'inglese a Little Italy

Un negozio come gli altri: la porta, la vetrina, il bancone. L'insegna di lettere adesive rosse su fondo bianco dice MEATS.
Dentro ci sono due uomini, hanno facce familiari. Uno dei due raccoglie ciò che esce dal tritacarne in fogli di carta bianca. L'altro ha i baffi. Fa i conti con una calcolatrice.
File chilometriche alla rosticceria di Umberto
Mi preparo la frase sulla soglia. Da quando sono qui non sono riuscito a parlare inglese con nessuno. Voglio sei cosce di pollo, now.
Una donna sui quarantacinque, bruna, belle gambe, entra e scambia due parole con l'uomo coi baffi. Porta tacchi alti e smalto rosso. L'uomo le sorride, perde il conto, si strofina le mani sul camice bianco.
Dico la mia frase a quello che trita. La donna si gira a guardare, poi sorride d'intesa con i due negozianti. L'uomo lascia i suoi pacchetti di carne trita e scompare per un po' al di là di una porta.
"Sono otto dollari", mi dice di ritorno, porgendomi il pollo impacchettato in carta bianca.
"Grazie". Non mi resta che dire grazie...
Dietro il bancone (non l'avevo notato prima) un pc portatile è aperto sulla pagina web di una radio in streaming. Dalle casse, la pubblicità di un autosalone di Soverato promette affari imperdibili su tutte le marche: nuovo, usato e chilometri zero.
D'altra parte c'è da aspettarselo, se si va ad abitare in un quartiere chiamato "Little Italy".

sabato 15 ottobre 2011

Il jet lag e l'alba: un nuovo punto di vista sul mondo

Sono a Boston da 4 giorni.
Siamo sei ore indietro qui. Al mattino mi sveglio prima dell'alba, quand'è ancora buio. Michael, il padrone di casa, si sveglia ancor prima di me e se tendo bene l'orecchio riesco a sentirlo suonare nella sua stanza qualche accordo alterato alla chitarra.

Il mattino non mi è mai piaciuto. Per me ha a che fare con l'operosità, con la fatica, con le gabbie della vita quotidiana. Ma qui è diverso, dal momento che l'operosità, la fatica e le gabbie sono quelle degli altri: questi americani che accendono la luce uno alla volta, prestissimo, se ne vanno in bagno, si ficcano in bocca lo spazzolino, eccetera eccetera. Io non sono che un voyeur, appollaiato in cima a questo palazzo, qui al 350 di North Street, comodo comodo dietro le vetrate di una terrazza da cui si vede il mare.
Per questo ho deciso: non cercherò di adeguarmi al nuovo fuso orario. Mi godrò questo spettacolo inedito.

lunedì 10 ottobre 2011

Uno dice: parto.


Uno dice: parto.
E allora se l'è andata a cercare: le facce dubbiose o ammirate, le infinite domande sul dove il quando e il perché, le frasi di circostanza, tutto.
La cosa, nel mio caso, va più o meno così:
 
- Parto, sai. A ottobre. Sto via un po'.
- Un po' quanto?
- Mah, un annetto. Poi non lo so. Siamo io e mia moglie, dipende quando finiscono i soldi. Sono pochi, i soldi.
- Ah, però. Ma dove vai?
- Ehm. Allora. All'inizio negli Stati Uniti, ci sono delle persone che ci ospitano. Poi giù nel Sud America.
- Il Sud America è grande.
- Sì, lo so. Andiamo un po' in giro, qualche mese.
- Bello! Così, senza regole! Poi?
- In Nuova Zelanda. O a casa con la coda fra le gambe, se i soldi finiscono prima.
- Pazzi! E com'è che vi è venuta in mente una cosa così?
- ...

Insomma, sono a disagio. Non so molto di quel che farò.
E' che mi pare pesino delle aspettative su tutta questa storia. A volte mi sento come quei migranti che vanno in cerca di fortuna e non possono permettersi di tornare poveri come prima, pena il disprezzo per aver sprecato un'occasione. Ma io vado solo a fare un giretto, una vacanza. Magari un po' piu' lunga del solito.
Eppure, se dicessi che non mi aspetto niente, sarebbe una bugia. "Riempiti gli occhi", qualcuno mi ha detto nel salutarmi. E' quel che faro'.
Poi, mi permetto di far notare una cosa: c'è chi si fa il culo e paga dieci anni di rate per una Mercedes o qualche altra lamiera e nessuno dice beh. Io metto i due soldi che ho in un biglietto aereo: che c'è di strano? Che poi, comunque, anche potendo, preferisco le BMW.

Uno dice: parto. Io domani parto, e tant'è.