venerdì 27 luglio 2012

Working Holiday Visa


E così ci abbiamo provato a ritagliarci un'oasi di pace, lassù sulle Ande. Avevamo trovato una stanza con finestra panoramica e persino due, dico due, sedie. Laura aveva iniziato come cameriera in un posto decente: niente minigonna d'ordinanza né l'obbligo di stare in piedi in silenzio ad attendere i clienti, come all'Uruguayo di Talara. Intorno a noi solo rovine incaiche, montagne immense da mozzare il fiato e un sacco di turisti che ogni giorno passano da Ollantaytambo – così si chiama il paesino in questione – per prendere il treno diretto a Machu Picchu. Io mi apprestavo a passare un buon periodo da uomo solitario e meditabondo, dedito alla scrittura e alle passeggiate. Un mantenuto, insomma.
È pur vero che la gente del luogo era particolarmente ostile con noi, almeno ogni volta che mettevamo il naso al di fuori del circuito turistico. Non vivevamo in un ostello da 50 soles a notte, ma in una stanza da 200 al mese. Non frequentavamo gli Internet caffè o i ristoranti “tipici” della piazza centrale da 5 soles per una tazza di tè, ma le pollerie da 6 soles per un pasto completo e il mercato comunale. Sì, ci arrabbiavamo più del dovuto nello scoprire, ancora una volta, che poco importa se sai benissimo il prezzo medio delle cipolle e dei pomodori: se hai la faccia da gringo e la felpa Adidas devi pagare il doppio, e se fai storie ti trattano male, qui più che altrove. Ma noi eravamo disposti a sopportare, il luogo in cui stavamo valeva la pena ed era il migliore per aspettare l'ormai agognato volo per la Nuova Zelanda.

“Leggi sempre bene e fino in fondo prima di firmare”: questo ti insegnano i genitori quando compi diciott'anni. Ma andiamo con ordine: esiste, per chi va in Nuova Zelanda dall'Italia ed ha meno di 31 anni, la possibilità di richiedere una Working Holiday Visa, un visto che ti permette di stare un anno ed anche di lavorare. E noi lo vorremmo tanto ottenere, questo visto. È facile: se sei italiano, o di qualsiasi altro paese occidentale, non devi che fare una richiesta online e pagare un centinaio d'euro. Ma se leggi bene e fino in fondo le molte regole e postille, scopri che se hai sfiorato anche solo col pensiero uno dei paesi non compresi nella lista di quelli da loro considerati “sicuri”, verrai considerato poco meno che un appestato. Figuriamoci se hai vissuto otto mesi in America Latina! Il motivo ti tanta apprensione sembra essere la tubercolosi. Quindi, se vuoi ottenere il visto, devi andare a tue spese da uno dei medici che è nella loro lista, farti fare una radiografia al torace e un certificato in inglese, compilare e far compilare al medico una serie di scartoffie e far pervenire il tutto ai all'Immigrazione neozelandese entro quindici giorni.

Come posso spiegare? Come posso farvi capire? Mi limiterò ai fatti.
Gli unici medici peruviani che compaiono nella lista si trovano a Lima, a ventiquattro ore di autobus da Ollantaytambo. Telefoniamo a tutti prima di muoverci e solo due dimostrano di sapere di cosa stiamo parlando. Di questi due solo uno vuole tanti soldi, l'altro invece ne vuole davvero troppi. Così facciamo i bagagli e affrontiamo all'inverso lo stesso viaggio di pochi giorni prima. Non abbiamo scelta: o così, o salta tutto il nostro programma per il prossimo futuro. A Lima, in effetti, sbrighiamo tutto in pochi giorni. Il dottore è di una cordialità irritante e ha un sorriso spento stampato in faccia che sembra dire: “Io faccio la mia particina, poi il resto son proprio cazzi vostri”. Gli piace farsi aspettare: io e Laura passiamo lunghe mezzore seduti nel corridoio bianchissimo di una clinica per ricchi, illuminati da grossi lucernari che sembrano veri. Alla fine il dottore esce dalla sua porticina, bianca come il tagliere nuovo di un macellaio, e ci consegna due buste sigillate. In un momento solo capiamo due cose: primo, non vedremo mai cosa c'è nelle buste, se siamo o meno tubercolotici e se il dottore abbia o meno fatto correttamente il suo lavoro; secondo: lui non trasmetterà un bel niente per via telematica all'Immigrazione neozelandese, come dovrebbe fare. Ci dobbiamo arrangiare noi a consegnarla in all'ufficio più vicino.
Quando torno a rileggere bene e fino in fondo il sito dell'Immigrazione neozelandese scopro che, secondo la lista, l'ufficio a noi più vicino è a Santiago del Cile, e questo sarebbe abbastanza per mettersi a urlare per la disperazione. Telefono all'Help Center in Nuova Zelanda e parlo con Charlie, in un inglese da ripetente di prima liceo. Gli spiego la situazione e lui mi dice di inviare il tutto quanto prima, ma a Londra. Riguardo al fatto che le buste siano sigillate Charlie ci può fare poco, dice che a volte succede. In altre parole, “son proprio cazzi vostri”.
E così eccoci qui, in un ufficio DHL di Lima, per una spedizione che ci costa quanto un mese di vitto e alloggio. Ci guardiamo in faccia Laura e io mentre consegnamo, non proprio fiduciosi, le due buste dal contenuto ignoto. Il tale dell'ufficio è sbrigativo, butta i nostri risparmi sudati a forza di tavolate chiassose e pizze orrende in un cassetto e dice: “Il prossimo!” Il vecchio dietro di me cerca di farsi spazio ma io non riesco a separarmi dalle uniche due copie di qualcosa che non so e da cui dipende il futuro di questo viaggio. In preda all'ansia mi azzardo a chiedere: “Ma... se si perde?” “Difficile” risponde l'impiegato. “Lo so,” insisto “ma se succede?” “Vai sul sito, con questo codice puoi controllare dov'è il tuo pacco. Il prossimo!”
                                                                                                                                                
Tutto questo per noi è poco meno che un gioco. Se qualcosa va storto, in qualsiasi momento, possiamo sempre strisciare la Visa e tornare a casa. Tristi e senza un soldo, sì, ma ad aspettarci troveremmo una casa ed una famiglia pronta ad accoglierci e ad ascoltare i racconti delle nostre scorribande. Ma che dire di tutta quella gente, i migranti per davvero, che ogni giorno partono da posti come questo con la pretesa di passare dalla “parte giusta” del mondo? Non riesco a fare a meno di pensare a come dev'essere giocarsi davvero tutto, farsi i conti in tasca e dire: “Forse ce la faccio, ma di poco” e poi trovarsi un muro davanti. Ma non un muro di mattoni, col quale ci si aspettava anche di avere a che fare in qualche cantiere di periferia. Un muro di eventi incontrollabili, regole incomprensibili, requisiti insoddisfabili, scrivanie che non parlano la tua lingua, moduli telematici che ti rimandano sempre lo stesso messaggio d'errore. Un muro che ti chiede tantissimi soldi, soprattutto. E tu non puoi scegliere, perché di soldi ne hai già spesi troppi per arrivare fin lì e non te la senti di rinunciare e tornare indietro. E allora ne spendi altri, li spendi tutti. Ma con quei soldi non hai comprato proprio niente: solo la promessa che, tra un po', qualcuno ti manderà via e-mail una risposta su quello che sarà il tuo destino. E non è detto che ti piacerà.

domenica 15 luglio 2012

Cusco, di nuovo ai fornelli

Che meraviglia Cusco! Avevo perso le speranze.
L'ultimo tratto della strada che da Lima ci ha portati fin qui serpeggia tra i campi immensi, le bestie al pascolo, i piccoli paesi abitati da contadini ingobbiti e donne dagli abiti coloratissimi, dagli alti cappelli cilindrici che qui sono portati per abitudine, non per compiacere la fame d'esotico di noi turisti. Col naso incollato al finestrino capisco di trovarmi in uno di quei luoghi in cui resta lampante la bellezza di questo nostro pianeta. E sì, lo posso dire: ne è valsa la pena arrivare fin qui.
Nella testa ho ancora le sbarre graffiate e i fili spinati di Città del Guatemala, nelle narici il puzzo del quartiere cinese a Panama, negli occhi gli imprecisi parallelepipedi di cemento di Talara, appoggiati abusivamente l'uno sull'altro; nelle orecchie ho il rumore costante e onnipresente di clacson e reggaeton. Iniziavo ad accusare il colpo, i miei sensi maltrattati mandavano continui impulsi al cervello, tutti dicevano: basta, via di qua!
Ma entrare nella Plaza de Armas di Cusco ti ripaga di tutto, ti lascia col fiato sospeso. Soprattutto se vieni da Talara. A quel punto ti ricordi che anche questo paese ha una storia le cui radici vanno oltre le fragili intenzioni di ieri, le piccole truffe quotidiane e il foglio bianco e già sgualcito che è domani. Laura e io passeggiamo tra le case di pietra, i muri incaici precisissimi ed imponenti, i balconi “coloniali” e le chiese spagnole tutt'altro che decadenti. All'ombra della statua dorata dell'inca Pachacútec, nel centro della piazza, ci rendiamo conto anche di un'altra cosa: le tegole! I tetti sono fatti di tegole! Niente Eternit, niente lamiere. Niente steli di ferro arrugginito a spuntare dalle colonne portanti, come brutti fiori appassiti, pronte per la costruzione del prossimo piano abusivo.

Cerchiamo un alloggio, troviamo un lavoro. Questa volta supero me stesso nell'arte del bluff e mi chiedono di tenere un corso di quattro giorni sulla cucina italiana nel prestigioso ristorante “La Divina Commedia”, gestito da un francese che, detto tra noi, è un gran figlio di puttana. Ma mi paga bene e io, più o meno, riesco a reggermi il gioco da solo e a sembrare vagamente competente. Vagamente è proprio la parola adatta, ché quelli lì vogliono sapere quanti grammi, quante uova, quanti millilitri... e io: “Mah, un po' di più, finché la pasta non diventa elastica...” Poi mi viene in mente di usare a mio vantaggio la mia triste incompetenza e impartisco la più preziosa delle lezioni: “Per cucinare bene bisogna rompere gli schemi, usare la fantasia. È dagli errori, dalle approssimazioni, dai tentativi più audaci che nascono le migliori ricette. I migliori cucinano AD OCCHIO!” Lo chef Aurelio, con ragione, mi guarda perplesso coi suoi occhi scuri e abbandona il quaderno a righe sul quale ha provato ad annotare dosi e procedimenti. Anche oggi è andata, comunque. Domani l'ultima lezione e poi via, verso Machu Picchu, coi soldi in tasca.

venerdì 13 luglio 2012

Lima: il piacere di passare inosservati

Lima
Lima è una città moderna, occidentale. O almeno è così che si presenta approdando nel quartiere Miraflores, dove vive Daniela. Per un paio di notti saremo ospiti suoi e di suo marito Pierre. Loro sono una famiglia multiculturale, per così dire: lei italiana, lui peruviano. Per casa girano due bambini biondi e quasi bilingue che forse ancora non si rendono conto della ricchezza culturale che si portano appresso.
Laura mi guida per le strade, sulle combi affollate di gente che va e viene dal lavoro. Vuole farmi vedere la città che già conosce, in cui ha già vissuto per quattro mesi due anni fa, durante il suo tirocinio universitario. Ma il motore della nostalgia è sempre stato un traditore: sul più bello perde i colpi e tu ti ritrovi cambiati i colori dei muri, le empanadas non hanno più il sapore di una volta, il libraio all'angolo ha chiuso per sempre la saracinesca. Ma io mi sento bene, anche se le città grandi proprio non le sopporto. E credo di sapere il perché di tale benessere: sui marciapiedi, tra i rumori del traffico che non è peggio di quello della circonvallazione milanese, mi mischio a una moltitudine di gente di tutti i colori e nessuno si cura di me. Questo, dopo molti mesi di esposizione agli sguardi di gente poco abituata allo straniero, per me significa potermi rilassare un poco, potermi guardare intorno e osservare indisturbato un mondo che si fa i fatti suoi: non un mondo che guarda me.

Siamo qui di passaggio, come dicevo. Questo è il punto, in poche parole: abbiamo sì deciso di andare in Nuova Zelanda, ma tra il dire e il fare... Tra l'America e l'Oceania, forse lo sapete già, c'è di mezzo il mare. E noi lo volevamo attraversare in barca a vela. Avevamo preso accordi con un certo Kris, belga, che in cambio di pochi soldi al giorno e del nostro lavoro ci avrebbe accolti a bordo del suo veliero. Tutto questo accadeva quando ci trovavamo a Machala, in Ecuador, e tutto ciò che dovevamo fare era raggiungere Kris alle Galapagos. Ma poi abbiamo scoperto che se vuoi andare in aereo alle Galapagos, fosse anche dal vicino Ecuador, devi comprare anche il biglietto di ritorno. Insomma, per farla breve, non ce lo potevamo permettere: con gli stessi soldi (quasi) un altro aereo ci avrebbe portati direttamente in Nuova Zelanda. Così è che con profonda delusione ci è toccato rinunciare all'impresa e comprare i biglietti per Aukland. Ma l'aereo, se costa così poco, è perché partirà alla fine di agosto, da Los Angeles. Quindi, già che c'è da aspettare, abbiamo pensato di andarcene da Talara e cercare un posto migliore: le Ande. Per questo siamo a Lima. Tra due giorni prenderemo un bus per Cusco. Poi si vedrà.

lunedì 9 luglio 2012

La despedida: ultima notte a Talara


L'ultimo giorno di lavoro è anche meglio del primo giorno di vacanza. Non me ne frega niente di niente, tutto è leggero e sopportabile. 

Marcos, il proprietario della pizzeria Don Maximo, alla fine è una brava persona. Ha una marcia in più rispetto ai suoi concittadini, secondo me per il fatto di essere uno dei pochi privilegiati ad aver messo il naso fuori dal Perù. È di famiglia benestante e, non senza sudori burocratici, è riuscito a passare sei mesi a Manchester, col pretesto di studiare l'inglese. L'inglese l'ha imparato so and so, come dice lui, ma di sicuro ha avuto modo di respirare un'aria diversa e di rendersi conto che esistono ben altri orizzonti, altri modi di vivere e lavorare. Alla veneranda età di ventisette anni, tanto per cominciare, non è sposato e non ha figli e questo è abbastanza per dare scandalo in Perù, in una città piccola come questa. Durante il mese in cui ho lavorato per lui ho avuto occasione di dirgli che la sua pizza è orribile, che la sua cucina è un disastro. Me l'ha chiesto lui, che sia chiaro, e la cosa interessante è che mi ha sempre risposto con una risata sincera e consapevole, compiaciuto di tanta schiettezza: chiunque altro tra i presenti si sarebbe offeso a morte. E non solo: mi chiedeva consigli e li metteva in pratica, arrivando quasi a rivoluzionare l'organizzazione del personale. Non ha stima dei suoi connazionali e non perde occasione per ripeterlo: sono pigri, irresponsabili e ritardatari, dice. Mi sembra importante specificare che nonostante le mie osservazioni negative gli affari gli vanno bene: la sua pizza piace alla gente, anche se costa tanto. E poi lui, che non sa tagliare una cipolla, ci sa fare con la comunicazione: ogni giorno se ne esce con un volantino nuovo o una promozione; e la gente accorre. Per questo mi sono detto spesso: “Ma perché non mi sto zitto?” Insomma, mi sembrava che i talaresi meritassero la pizza di Don Maximo, un po' come gli italiani si sono meritati Berlusconi per tutti quegli anni. Un giorno risveglieranno. Ma mi sono detto altrettanto spesso: “Perché non lavorare per il cambiamento, per una pizza migliore?”

Serviti gli ultimi clienti verso la mezzanotte, Marcos mi dice che lui e tutto il resto del personale hanno organizzato per me una “despedida”, una piccola festa d'addio. “Ma devo andare a prendere Laura” gli dico. “Ti aspettiamo, vedi di tornare che siamo tutti qui per te.” Premesso che io odio le feste, tanto più se mi tocca stare al centro dell'attenzione, la loro mi sembra un'idea davvero carina. E d'altra parte, anche volendo, non mi posso sottrarre. 
Così mi avvio a prendere Laura al ristorante El Uruguayo, a piedi, ché la bicicletta l'ho appena regalata a Danyr, il ragazzo silenzioso che si occupa del forno. Al nostro ritorno paghiamo due Soles al tipo del moto-taxi, scendiamo e troviamo tutti seduti in cerchio fuori dalla pizzeria. In mezzo al cerchio c'è una sedia con sopra una bottiglia di pisco (che è più o meno come la grappa) e un bicchiere. In un angolo accanto agli scalini dell'ingresso, due casse di birra. Veronica, la cameriera, fa un breve discorso e mi consegna un piccolo regalo: una maglietta con la scritta “Talara” e il disegno di una pompa per l'estrazione del petrolio, che è un po' come la Tour Eiffel per i parigini. Poi si inizia a far girare la birra al modo peruviano: ti riempi il bicchiere e passi la bottiglia al tuo vicino, quello si tiene la bottiglia e aspetta che svuoti il bicchiere per riempirselo lui, e passare a sua volta la bottiglia. Insomma, evviva la mononucleosi. Finite le birre si attacca col pisco, finché non compare una nuova cassa di birra. “Io continuo col pisco,” mi permetto di protestare “preferisco non scendere di gradi.” Lo chef, che si chiama Marcos pure lui, vuole sapere perché. “Solo un asino mischia in questo modo!” lo apostrofa Laura prima di buttar giù un bicchiere tutto d'un fiato.
Alle quattro di mattina, con Laura appesa al collo, riusciamo a raggiungere la stanza: c'è chi si butta sul letto, chi si china con la testa sul cesso. Il giorno dopo ci aspetta un autobus per Lima e quando suona la sveglia alzarci è un impresa da titani. Apro la porta della stanza per far entrare un po' d'aria e incrocio Marcos, lo chef, che vive nella stanza accanto e sta uscendo a farsi un giro. Ci saluta per l'ennesima volta, ci augura buona fortuna. “Ma tu non hai mal di testa?” gli chiede Laura. “Non sono mica un asino, io.” risponde lui.

venerdì 6 luglio 2012

Raphael, arrivi e partenze


Nella cucina della pizzeria Don Maximo mi chiedono lezioni d'italiano. Il risultato è che ora la gente entra dalla porta e ti dice “Hola, colione”, o che nella confusione del servizio serale qualcuno se ne esce con un “Cornuto, prestame tu trapo”, o ancora “Estronso! Una pizza para la mesa cuatro”. L'unica cosa che non mi va di insegnare, malgrado le insistenze, sono i sinonimi della parola gay, ché non mi sembra troppo sana l'ironia che da queste parti si fa sull'argomento. Rispondo semplicemente che non ci sono altre parole, che siamo un paese civile, noi.
Ieri, ancora non mi ero messo la divisa, mi dicono: “Colione, te buscan!”, ti cercano, e mi indicano la porta d'entrata. Chi mai mi può cercare qui a Talara, a non so quanti chilometri da casa e dalla gente che conosco? A parte Walter, che non ho più rivisto da quando ho lasciato casa sua, non mi viene in mente nessuno. Fuori dalle vetrate vedo una figura familiare, un cappello portato all'indietro da cui spuntano dei ciuffi biondi disordinati.
“Raphael!”
“Hola André, ¿Qué tal?”
Che bella sorpresa, e inaspettata! Avevamo salutato Raphael a Turbo, in Colombia, dopo l'Odissea nei Caraibi che era durata troppi giorni e che ci era costata troppi soldi. Lui aveva deciso di proseguire per Cartagena con le ragazze olandesi conosciute per strada (per mare in verità), mentre noi avevamo proseguito con Walter fino a Machala, in Ecuador, per poi raggiungerlo qualche giorno dopo qui a Talara. C'è anche lui infatti, Walter. Mi raccontano che si sono messi d'accordo via Facebook per incontrarsi e che quando Raphael ha saputo che c'eravamo anche noi, qui a Talara, ha voluto incontrarci. Non sono molto contento, a dire la verità, di rivedere Walter. Me ne ero andato da casa sua deluso e arrabbiato, portando con me un pessimo ricordo di lui; ma il fatto che grazie a lui possa rincontrare Raphael fa passare tutto in secondo piano. Ci diamo appuntamento per domani, per pranzo, a casa di Walter.

Il giorno dopo a casa di Walter non c'è nessun pranzo, solo tanta tensione che rimbalza tra le mura di casa. Judith è in cucina e non si fa quasi vedere, le due gemelle sono in camera loro. Laura e io troviamo un pretesto per andarcene in fretta e chiediamo a Raphael di accompagnarci. Gli spieghiamo un po' la situazione e gli raccontiamo la nostra esperienza in quella casa; lui capisce e decide di ripartire l'indomani. 
Ci mettiamo d'accordo per vederci dopo il lavoro fuori dall'Uruguayo, il ristorante in cui lavora Laura. Quando arrivo mi siedo con Walter e con Raphael su una panchina di fronte al locale, sotto dei grossi alberi che delimitano la passeggiata pedonale tra le due carreggiate della strada. Laura è ancora alle prese con gli ultimi clienti, la vediamo attraverso le grandi vetrate del ristorante. Io ormai conosco tutti i cani, i gatti e gli ubriaconi che passano di qua, visto che venire a prendere Laura fa ormai parte della routine quotidiana. Mentre aspettiamo Raphael racconta le sue avventure in Colombia e in Ecuador, della ragazza della quale si è quasi innamorato a Cali. Walter, dal canto suo, spiega che non ha ancora trovato una squadra da allenare: in Perù non vuole lavorare, perché i peruviani sono irresponsabili; in una squadra in cui ci siano negri nemmeno, perché danno problemi, si ubriacano e arrivano tardi. Mi torna in mente Samuelito, il negrissimo capitano della lancia con cui abbiamo attraversato parte delle isole San Blas: Samuelito non lo voleva Walter a bordo, perché gli argentini sono razzisti e odiano i negri, diceva. Strane bestie i pregiudizi... 
Ma la chiacchierata non dura molto. Siamo tutti stanchi e un po' assonnati. Appena esce Laura facciamo un pezzo di strada insieme fino all'incrocio in cui dobbiamo prendere direzioni diverse, tra i clacson insistenti dei moto-taxi e il chiasso dei disco-bar. Raphael parte domani, dunque, in direzione nord. Noi dopodomani, in direzione sud. Per la seconda volta mi trovo a congedarmi da lui all'improvviso, per strada, senza esserne preparato. Questa volta ci diamo appuntamento in Germania, o in Italia, in un futuro indefinito; ma a differenza delle molte altre volte in cui ho scambiato frasi simili con altri viaggiatori, qualcosa mi dice che ci rivedremo davvero.

sabato 23 giugno 2012

Arrivederci e grazie, America Latina

Talara è una città di mare, una città industriale. Lungo la costa desertica e montagnosa le spiagge accessibili sono rare: ovunque si trovano aree private e vigilate in cui arrugginiscono gru, carriponte, camini di raffineria, petroliere in attesa di salpare. La città si regge grazie all'azienda Petro Perù e ai suoi numerosi (e danarosi) lavoratori. Si fa un gran parlare dell'imminente ampliamento degli impianti e delle opportunità economiche che questo porterà. Molto meno si parla del fatto che se, un giorno vicino o lontano, il petrolio deciderà di non farsi più trovare, qui non resterà che un porto fantasma.
Alla pizzeria Don Maximo, dove presto servizio da ormai tre settimane come pizzaiolo, ragazzo immagine e garante dell'italianità, la pizza più costosa si chiama Petrolera. Nella sua versione grande (il cui diametro corrisponde a quello di una pizza normalissima delle nostre) costa 44 soles, circa 13 euro. (La mia paga giornaliera, per circa sette ore di lavoro, è di 45 soles.) Marcos, il proprietario della pizzeria, dice “L'ho chiamata Petrolera perché qui è pieno di petrolieri e loro me la comprano. Hanno un sacco di soldi e gli piace farlo vedere.” È una pizza immonda, la Petrolera. Cominciamo col dire che le basi vengono precotte e poi congelate: “Se no mi escono crude” dice Marcos. E vabbè. Sopra mi tocca metterci: pomodoro, mozzarella, salame, pancetta, prosciutto, salamino piccante, carne trita, pollo, carne di maiale, cipolla. E per concludere una spolverata extra di mozzarella. Tutti questi ingredienti vengono congelati e riscongelati ogni giorno, finché non finiscono, proprio come le basi delle pizze. Ma alla gente piace, la chiamano pizza e sono contenti così. Chi sono io per criticare un modo altro di cucinare, di organizzare una cucina?

Io sono una persona, mi trovo nella mia pelle, vengo da tutti i giorni e i luoghi attraverso i quali ho vissuto. Sulla base di questo, umilmente ma risolutamente, dico: quelle pizze fanno schifo. Fanno proprio cagare. Ci sono momenti in cui si guarda fisso davanti a sé una piastrella schizzata di pomodoro, muovendo veloci le mani mentre le ordinazioni piovono una dietro l'altra, sapendo che l'ananas per la pizza Hawaiana è finito e che per aprire il freezer dovrai spostare la montagna di cose che ci hanno appoggiato sopra e rimetterle a posto, mentre altre ordinazioni si accumuleranno a montagna. In momenti così è difficile mantenersi relativisti a oltranza; quello che si pensa è: non solo non sapete fare la pizza, ma pure questa cucina è un casino di cose e persone alla rinfusa. Un lavoro tanto semplice e piacevole diventa un supplizio qua dentro. E poi, Marcos, perché non compri un paio di stracci nuovi, che così la smettiamo di usare tutti lo stesso e per tutti gli scopi.
Lo so, forse è impopolare e per giunta ingrato parlar male. Però la verità è questa: “Felice di averti conosciuta, America Latina. Arrivederci e grazie.” come si dice in questi casi; e lo si dice immaginandosi già girati di spalle mentre ci si allontana. Ho sete di silenzio, di strade in cui la gente comunichi con le parole e non con il clacson. Ho scoperto che mi piace la pacatezza, magari ipocrita e di certo occidentale, di chi ti si avvicina piano e ti dice “Mi scusi...”. Non mi va più di essere chiamato a fischi, che mi si urli con insistenza “Amigo” con il solo scopo di vendermi qualcosa. Vorrei che non mi mancasse mai più l'acqua da sopra la testa proprio nel momento in cui ho finito di insaponarmi, mi piacerebbe vivere in un luogo dove l'abbiano già scoperta l'acqua calda. Vorrei addormentarmi fissando un soffitto che non sia macchiato di vernice ai bordi,  incontrare sulla mia strada un imbianchino che abbia tra i suoi strumenti di lavoro lo scotch e i giornali. Mi piacerebbe essere servito da un artigiano che pensi alla qualità e solidità del frutto del suo lavoro, non solo a dargli un'apparenza che porti il massimo guadagno con il minimo sforzo. Non voglio mai più vedere gente che vernicia di grigio una vite e te la rivende per nuova: basta con i ritocchi, le pezze, il fil di ferro. Non mi voglio più trovare a pensare che è meglio non avere una cosa che vale, perché di certo te la ruberanno.
Nel bene e nel male, sono figlio dell'occidente. Mi preoccupo di me stesso nel sentirmi a mio agio nei rari centri commerciali che trovo da queste parti, quando posso trascorrere momenti a tu per tu con le merci, prendermi il tempo di contemplarle e valutarle senza che questo implichi relazioni umane. Mi sorprendo sempre più spesso a cercar di ritagliare il mio spazio individuale, nel posto in cui vivo e in quello in cui lavoro, uno spazio piccolo ma geometrico, che sia facile per me da pensare e organizzare. Non mi vergogno di quella che chiamano “la freddezza degli europei” e che sento mia, non la cambierei con la teatralità vuota che chiamano “calore latino”, la quale non fa che viaggiare su un diverso binario dell'umana ipocrisia.

Sono pensieri così, chiedo scusa. Ma, da buon occidentale, non dimentico di fare il punto. Primo: ho bisogno di tornare tra i miei simili, e non mi riferisco agli italiani: mi basterebbe non essere una mosca bianca, continuamente esposta agli sguardi e agli imbrogli. Perché puoi diventare competente e disinvolto quanto vuoi, ma quella è una differenza che non si può cancellare. Secondo: la novità è che ce ne andiamo, tra un po'. Ce ne andiamo in Nuova Zelanda. E come sempre siamo convinti che là, là sì che sarà tutto diverso.

giovedì 14 giugno 2012

Immigrati a Talara

Talara (Perú) by night
Oggi cambiamo casa. Un'altra volta.
Dopo esser stati da Doña Eleonora, in Ecuador, avevamo accettato l'invito di Walter a raggiungerlo nella sua casa peruviana di Talara per festeggiare il suo compleanno e a fermarci quanto volevamo, dato che lo spazio era tanto e che a lui faceva tanto piacere. Avremmo fatto grigliate e passeggiate al mare, in compagnia delle sue due figlie gemelle e di Judith, la loro madre.
Ma arrivati qui abbiamo trovato una persona diversa da quella che avevamo conosciuto nei Caraibi. Walter passa la notte e il giorno sul divano, guardando il calcio alla televisione; quando non ci sono partite si dà ai film comici e lo si sente scoppiare in risate sguaiate. Se ha fame, sete, prurito alla schiena, non deve far altro che urlare “Judith!”. Lei molla tutto e corre ad esaudire il desiderio del momento.
In questa casa manca di tutto: lampadine, detersivo per i piatti, qualsiasi alimento che non sia l'indispensabile per oggi. Il lavandino della cucina perde e la lavatrice è rotta. La corrente salta di continuo e la candela, l'ultima, è quasi finita. Non ha un soldo Judith. Era lei a mandare i soldi a Walter durante il nostro viaggio nei Caraibi, vendendo cose e chiedendo prestiti. Ma lui non sembra accorgersi di niente, non sembra preoccupato. Non fa che ripetere che deve essere il lavoro a cercare lui e non viceversa, ché quando uno ha una fama e un prestigio non può abbassarsi a certi livelli. E visto che me l'ha chiesto, io gliel'ho detto che questa mi pare una cazzata. Ma quando si entra in una famiglia, magari incasinata, separata e allargata come questa, le cose sono sempre complesse, stratificate di promesse e rancori che non è dato conoscere. Non glielo dico neanche che secondo me dovrebbe provare ad alzare il culo ogni tanto, e farselo da solo il caffè; o che dovrebbe provare a chiedersi da dove viene il cibo che mangia ogni giorno e preoccuparsi di ciò che manca alla sua famiglia. E a Judith, che in confidenza ci fa capire che non ne può più, non glielo dico neanche che se lui è così, forse, è anche perché gliel'ha sempre concesso. Le vorrei cantare: “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fora li denti!”. Ma non sono affari miei. E se proprio dobbiamo dirla tutta, in questa casa ci mancano solo due turisti invitati da un'ospite occasionale.
Per qualche giorno abbiamo provato a stare qui, dando una mano con la spesa, la cucina, i lavandini che perdono e le lampadine. Ma non è il caso di rimanere oltre, tanto più che le cose peggiorano: Walter minaccia di andarsene in Argentina, dall'altra sua famiglia, e c'è aria di litigio. In questo momento, mentre facciamo gli zaini, lui è nell'altra stanza, sdraiato a pancia in giù. Le gemelle, una per gamba, gli stanno radendo i polpacci. Ha appena ordinato a Judith che gli porti un succo di frutta, quasi si è scocciato perché non ci sono dolci in casa. Ci tocca disturbarlo, per salutare e ringraziare tutti.

Già da qualche giorno Laura lavora come cameriera in un ristorante uruguayano. Io ho comprato per due euro una bicicletta da un tale chiamato Rambo e l'ho dipinta di rosso. Ho cazzeggiato per un po' lungo la strada costiera, salendo e scendendo dalle montagne aride e disseminate di spazzatura. Ho fatto il meccanico per un giorno e mi hanno pagato tre euro. Poi mi sono fermato alla pizzeria Don Maximo, la più rinomata di Talara. Ho parlato col titolare e mi sono spacciato per uno chef italiano, uno che di pizza ne sa a bizzeffe. Lo so che non si fanno queste cose, che non si dicono le bugie; ma il tale mi ha offerto vitto, alloggio e uno stipendio limitatamente misero. Ora passo le mie serate preparando pizze immangiabili, nel clima frenetico di una cucina. Quando c'è tempo mi chiedono di preparare qualche specialità e io, sotto gli occhi sospettosi dello chef (quello vero) mi metto all'opera.
Così ora siamo qui a Talara, ci prendiamo un po' di tempo per decidere sul da farsi. L'unica cosa che ci preme è di non perdere la leggerezza.

L'abito non fa il monaco. Però, ragazzi, che classe!

venerdì 8 giugno 2012

Doña Eleonora

Sulla porta della sua casa, a  Machala dell'Ecuador, Doña Eleonora ci accoglie con cortesia ma con un calore incerto. D'altra parte non ci conosce. Ci fa accomodare nel salotto al pian terreno, sui divani di legno intarsiato e velluto verde. Ha circa 70 anni e un occhio ridotto a una fessura per via di una recente operazione alla cataratta. “Scusatemi,” dice, “il dottore mi ha detto che non devo fare sforzi. Altrimenti mi avreste trovata in cucina a prepararvi la zuppa di pollo!” Parliamo un po' di com'è andato il nostro viaggio, dei problemi che abbiamo avuto a Panama, delle ultime notti passate sugli autobus. Poi ci accompagna di sopra, ci mostra un letto singolo in corridoio e dice “Accomodatevi, qui potete riposare quanto volete”.
Doña Eleonora è madre di Miriam, la nostra vicina di casa di San Giorgio su Legnano, originaria di Machala. Quando, ormai un anno fa, le avevamo parlato del nostro proposito di viaggiare in Ecuador si era offerta di prestarci la sua casa, dato che era vuota: “Dico a mia mamma di darvi le chiavi” aveva detto. Ma ora la sua casa, attaccata a quella in cui ci troviamo, è in affitto.
Miriam è una donna gentile, onesta, piena di casini. Si sbatte lavorando di giorno e di notte, corre a destra e a sinistra per Tomy, il suo ultimogenito di otto anni. E anche a lei come a noi tocca sorridere a quelle teste di cazzo degli altri vicini, per mantenere un minimo di pace condominiale. Sono curioso di vedere casa sua, il posto che ha deciso di lasciare e il posto in cui, forse, un giorno tornerà.
Anche Doña Eleonora ha lavorato in Italia per dieci anni, e in Italia si trovano tutti i suoi figli. È sola qui e per via delle mutate leggi sull'immigrazione non è in condizioni di poter ottenere un visto per raggiungere la famiglia. Del resto a Machala, grazie al denaro guadagnato lavorando come badante nel nostro Paese, se la passa relativamente bene: ha una casa grande e ben ristrutturata in cui non manca niente ed è padrona di altre due fette dell'edificio che dà in affitto. Mi stupisco quando mi dice che sta dando una mano alla figlia a pagare le rate della macchina: avevo sempre pensato che fossero gli emigrati a mandare i soldi a casa.

A casa di Doña Eleonora ci sistemiamo un po': è quasi un mese che viaggiamo all'insegna della precarietà abitativa e alimentare.  Laviamo l'infinità di vestiti sporchi che si sono accumulati negli zaini, riposiamo. Poco a poco anche la nostra ospite si rilassa e chiacchiera volentieri: ci parla di quand'era in Italia, di come non voleva imparare la lingua ma lo ha dovuto fare, dei casini dei figli. Sembra contenta di avere un po' di compagnia, di poter parlare con qualcuno.  Noi ascoltiamo volentieri un punto di vista nuovo su storie che ci suonano familiari e ci fa un certo effetto sentirle nominare con precisione luoghi come Busto Arsizio, Legnano, Rescaldina; luoghi tanto vicini e tanto lontani.
Tre giorni dopo, comunque, decidiamo di andar via. Non per un motivo particolare, solo perché ci sembra tempo. Doña Eleonora è gentile ma ha le sue abitudini, i suoi giri: non è abituata a situazioni come questa. Per esempio, se esce di casa prima che noi ci svegliamo chiude a chiave la porta e finché non torna restiamo chiusi dentro. E se esce mentre noi non ci siamo, rimaniamo chiusi fuori. Fino ad ora ci eravamo abituati a gente che ci lasciava le chiavi di casa con tranquillità, ma se ci mettiamo nei panni di questa donna anziana e sola che non ci ha mai visti prima la capiamo benissimo. E non vogliamo metterla in difficoltà.
“Grazie per la sua ospitalità. È stato un piacere conoscerla, arrivederci.”
“Buon viaggio, che vi vada bene e che Dio vi protegga.”

venerdì 1 giugno 2012

Odissea nei Caraibi, capitolo III: falsi traguardi

Allora non scherzava il vecchio! Mentre ci allontaniamo dal molo dell'isola Narganà a bordo di una lancia, poco distante dal punto in cui ieri io e Rafael abbiamo nuotato, passiamo accanto ad un coccodrillo enorme e serafico, che gioca a nascondersi e riemergere con gli occhi sul filo dell'acqua. Ma siamo vivi, abbiamo ancora tutti gli arti al loro posto. E poi siamo di buon umore stamattina perché ce ne stiamo andando in Colombia, finalmente. 
Panama è una maledizione, è un furto. Una nave cargo che passi per il Canale, oltre a dover essere costruita su misura, può pagare circa 500 mila dollari di pedaggio, a seconda del peso. A due turisti pezzenti come noi, che generalmente in situazioni analoghe se la cavano con meno di trenta dollari, per attraversare il paese da nord a sud tocca spendere più di 500 dollari tra alloggi, ricerca di informazioni, autobus e passaggi in barca. Meno male che pesiamo poco.
Ma scordiamoci il passato. Il mare è una meraviglia di colori cangianti e il vento scompiglia i capelli a chi ce li ha, porta via la polvere dagli zaini e cancella le tracce delle nostre lunghe attese. Passiamo attraverso isole dalla sabbia chiarissima, alcune grandi quanto basta per contenere tre palme e le loro radici. Ogni isola ha un proprietario, generalmente un occidentale danaroso. Non so bene a chi ci si debba rivolgere, se ci sia un punto vendita o un'asta su ebay, ma la cosa mi pare ripugnante. È come se a Britney Spears un martedì pomeriggio di novembre, dopo la ceretta, venisse l'idea di comprarsi l'Isola d'Elba e qualcuno gliela vendesse per davvero.

Navighiamo per circa sei ore a velocità sostenuta, decollando su ogni onda prendendo sonore culate contro la panca di legno ad ogni atterraggio. La nostra rotta si incontra con quella della gente del luogo, a pesca con le canoe a remi, e con quella di certe tartarughe giganti che, secondo il tale che guida la lancia, hanno appena deposto le uova e sono dirette in Australia. A bordo insieme noi ci sono due ragazze olandesi, vestite di Ray Ban, canottiera e pantaloncino inguinale, partite stamane da Panama City.
A Puerto Obaldia ci fermiamo per il controllo della polizia di frontiera e per farci fare il timbro di uscita da Panama sul passaporto. Nel cortile della caserma ci fanno mettere gli zaini a terra, aperti, e tutti noi ci mettiamo in fila contro la recinzione, mentre un cane antidroga annusa i bagagli. Poi si passa al controllo manuale. Un controllo piuttosto meticoloso per tutti, ma soprattutto per Walter, unico sudamericano del gruppo. Il poliziotto rovista dappertutto e trova un flacone. Lo apre e si rovescia nella mano una decina di grosse pastiglie, di diversi colori. E queste?” dice. Walter inizia a spiegargli che è uno sportivo professionista, che ha giocato con questo, che ha allenato quell'altro, che quelle pillole sono sostanze innocue. Inizialmente il tipo è diffidente, lo guarda severo con la bocca serrata al di sopra del giubbotto antiproiettile. Poi, sotto voce, gli dice “Ma non hai qualcosa per... per migliorare le prestazioni...” “Ma è chiaro compadre!” gli risponde Walter in tono complice. “Senti, se prendi quella bianca ti rimane duro tutta la notte, dai retta a me. Prendi, prendi compadre!” aggiunge offrendogli la pastiglia in regalo. Quello sorride, come quando si accetta di scherzare con qualcuno. Ma intanto la pastiglia la prende e se la mette in tasca. “Mi raccomando, un'ora prima” gli dice Walter mentre ci allontaniamo. Poco dopo ci confiderà che la pillola bianca era un rilassante muscolare: “Lo diamo ai giocatori dopo le partite, per farli dormire almeno dodici ore.”

Siamo arrivati. La lancia ci lascia a Capurganà, in Colombia. In tasca ci è rimasto meno di un dollaro, abbiamo speso tutto per poter arrivare qui. Ma qui dovrebbe finire il nostro incubo. Dico dovrebbe, perché dopo aver fatto il giro del paese ci rendiamo conto che non c'è nessun bancomat, come invece ci avevano assicurato. Né tanto meno ci sono strade per incamminarsi in cerca di altre soluzioni. Ancora una volta ci si può muovere solo via mare. I nostri stomaci si sono ormai ristretti e la delusione è tanta: ci eravamo rilassati, eravamo pronti per una lauta e dignitosa cena. E invece no, invece pane un'altra volta. E un uovo diviso in due.
Poi ci ricordiamo di avere trenta euro infognati da qualche parte e troviamo un vecchio antipatico che accetta di cambiarli. Ma con quelli non ci paghiamo che l'alloggio e neanche la metà del costo del passaggio fino a Turbo, il centro abitato in cui troveremo strade e servizi (o almeno così dicono). 
Le olandesi intanto si sono unite a noi e la cosa mi pare strana, nel senso che mi sembrano abituate ad altri standard. Invece vogliono dividere una stanza con noi quattro, la più economica possibile, dicono. Inizialmente penso che sia per la lingua, visto che non sanno una parola di spagnolo; penso che si sentano più sicure con noi. Ma il motivo vero è che sono rimaste senza soldi anche loro. E anche Walter, tra bibite fresche, laute mance e caffè è rimasto quasi al verde. L'unico che ha un po' di soldi (ma non certo abbastanza per tirar fuori tutti dai guai) è il tedesco, Rafael. E pensare che Walter lo sfotte perché non capisce le barzellette e perché si nasconde negli angoli per tirare fuori il portafoglio. “Intanto” gli dico io “è l'unico che se ne può andare da qua autonomamente.” “Questo è vero” mi risponde Walter. Poi, accennando col capo verso il culo di una delle olandesi che ci ondeggia davanti, aggiunge: “Certo che noi, cerchiamo soluzioni e incontriamo nuovi guai.” E in effetti, cosa c'è di peggio che essere in Colombia, in quattro e senza soldi? Essere in Colombia, in quattro, senza soldi e con due persone bionde a carico. Ma non possiamo mica dir loro “Arrangiatevi, ognuno per la sua strada.” Non sarebbe giusto. E poi se io e Laura siamo arrivati fin qui è anche all'aiuto delle tante persone corrette e generose che abbiamo incontrato, non ce ne dimentichiamo.

Il tipo dietro la scrivania della biglietteria dice “Dica.” E io penso “E che cazzo gli dico?” Poi prendo un bel respiro, gli spiego con calma la situazione e gli chiedo se non sia possibile, per sua grazia, pagare metà ora e il resto appena arriviamo, dopo aver prelevato. Mi aspetto un no, un'altra delle tante porte in faccia a cui in questi giorni abbiamo fatto l'abitudine. Ma il tipo dice “Quanto avete?”
Così torno dai miei compagni di viaggio, che sono seduti in cerchio sul terreno davanti alla porta della nostra stanza. Spiego in spagnolo che forse siamo salvi; Rafael traduce in inglese per le due ragazze. Poi contiamo quanti soldi abbiamo in tutto: arriviamo a poco meno della metà del prezzo del passaggio. Torno dal tipo della biglietteria e gli mostro la cifra, scritta su un foglietto stropicciato. Lui accetta; calcoliamo insieme l'ammontare del debito e ci diamo appuntamento a domani mattina.

Così è come abbiamo attraversato Panama e siamo arrivati a Turbo, dove una ressa di ragazzi aspettavano urlanti sul molo per portare valige, accompagnare gente agli autobus o al ristorante, chiamare un taxi in cambio di una mancia. Io mi faccio portare al bancomat e finalmente pago il mio debito. C'è poco da fare: mi sento meglio coi soldi in tasca.
Pochi minuti dopo succede che Rafael ci saluta: ha deciso di andare con le olandesi a Cartagena, mentre noi proseguiamo con Walter verso il Perù. Questo fatto, brusco e improvviso, mi coglie impreparato: mi rendo conto che mi ero affezionato a quel ragazzo riservato e autonomo che amava nuotare coi coccodrilli.
Ma così è, l'autobus parte e non c'è tempo per niente, solo per una stretta di mano e un saluto. Un minuto dopo esserci seduti sul bus che ci porta verso Medellin, Walter ha già preso posto accanto a una donna piacente sui quaranta, con un sacchetto sulle gambe. Si chiama Maria e il sacchetto è il suo unico bagaglio. Stava andando a Panama col marito, ma alla frontiera il marito l'hanno fatto passare e lei no, così che ora sta tornando verso casa, a Bogotà. Lei e Walter parlano, ridono e scherzano per tutta la durata del viaggio. Arrivati a Medellin Maria decide di non proseguire per Bogotà, almeno non subito. In centro, all'albergo Casa blue, prendiamo due camere doppie.

[FINE]