giovedì 27 settembre 2012

Lucia


Lasciata Palm Beach a bordo di Kiwi, la nostra macchina nuova, riceviamo via SMS un invito per un caffè da parte di Lucia, una ragazza spagnola incontrata per caso una settimana prima, quando noi eravamo appena arrivati e lei stava visionando una stanza da prendere in affitto nella proprietà di Michelle.
Sediamo tutti e tre al tavolino di un bar, nella piccola e allo stesso tempo grande città di Oneroa (due bar, due ristoranti, qualche casa e un ufficio postale). Parliamo in spagnolo e per noi è una boccata d'aria fresca riuscire ad esprimerci senza incespicare, bloccarci, rinunciare. Ed è così, chiacchierando del più e del meno, che Lucia ci invita a mangiare a casa sua. E poi, già che siamo lì, ci offre un posto per dormire, visto che la nostra macchina non è ancora dotata di materasso. Rimaniamo stupiti di tanta generosità, ma soprattutto della spontaneità e naturalezza con cui veniamo invitati. Poche cerimonie. Ti invito perché mi va di averti attorno: se vuoi fermati, se no vai. 
Casa sua non è proprio sua, ma di una signora sessantenne che passa l'estate neozelandese sull'isola di Waiheke e d'inverno se ne va in California, in cerca di un'altra estate. Lucia è la sua house-sitter, ossia colei che tiene tutto in ordine e sotto controllo, che le inoltra la posta e le sistema il giardino. Il tutto in cambio di vitto e alloggio. Stiamo parlando di una casa bellissima, affacciata sul mare e costruita in legno. La struttura assomiglia a quella di una chiesa gotica, con tanto di tetto spiovente, rosone e guglie. All'interno tutto è curato nei particolari: dal mosaico di pietre e conchiglie che percorre i muri e il pavimento del bagno, alle molte opere d'arte contemporanea sparse per i vari ambienti. Noi dormiamo al secondo piano, in una torretta tutta vetri e con vista sul mare. Nella stanza c'è solo una vecchia pianola sul suo cavalletto e un cannocchiale puntato verso l'orizzonte.
La mattina seguente conosciamo Martin, un tedesco di circa quarant'anni che parla perfettamente un'infinità di lingue. Tranne l'italiano: quello lo sa “piccolo piccolo”. Ha un'aria stanca e un'espressione impenetrabile, quasi assente. Ammette in effetti di sentirsi svuotato di energie, dato che ha appena finito di tenere un corso di yoga durato due settimane. Anche lui come Lucia vive sull'isola, dove sta cercando di ingranare come taxista, ed è deciso a fermarsi in Nuova Zelanda a tempo indeterminato. Entrambi, quando raccontiamo che abbiamo intenzione di trovarci un lavoro da qualche parte, ci danno consigli su come fare e a chi rivolgerci, ma noi abbiamo voglia di andare un po' a spasso per il Paese, ora che abbiamo la macchina. Non ci accontentiamo dell'isola.
Il cellulare di Martin suona: è la chiamata di un cliente. Nell'andarsene si ferma un attimo e dice: “Se decidete di fermarvi qui, io ho un divano libero.” Ci lascia il biglietto da visita ed esce. Ma noi abbiamo deciso: partiremo domani stesso. Andremo all'estremo nord della Nuova Zelanda e, lentamente, scenderemo alla ricerca di un posto che ci piaccia molto, un luogo in cui fermarci per un po' a lavorare. “Cercare prima il posto, poi il lavoro.” È la lezione che abbiamo imparato in Perù, dove siamo rimasti bloccati a Talara per un periodo che ci è parso infinito, in un luogo orribile e sterile. Ma vedremo, questa volta, quali eventi riusciranno a rovesciare i nostri piani. 
Per il momento, appena messe giù le ruote dal traghetto, la meta è Cape Reinga, la punta a nord. È prevista qualche sosta per equipaggiare Kiwi con un letto, una cucina e delle gomme nuove.

giovedì 20 settembre 2012

Toyota Corona


Vi presento “Kiwi”, il nostro mezzo nuovo mezzo di trasporto, che ci scarrozzerà (speriamo) finché saremo in Nuova Zelanda. Ecco una piccola scheda tecnica.

Toyota Corona SW, 2000cc, benzina.
Immatricolata nell'anno 1991.
Km percorsi: 367.815 Km.
Pagata: 475 NZ$ (303€)
N. ruote: 4 (di cui 1 o 2 vagamente motrici)
Freni: frenare frena.

Non avremmo mai pensato di trovarla proprio qui, sull'isola di Waiheke. Né tanto meno per quel prezzo. Ma è stata una catena di piacevoli eventi, tra cui l'aver incontrato e stretto amicizia con Kevin, un sudafricano naturalizzato neozelandese, musicista jazz e programmatore. Lui ci ha dato una mano, ha telefonato per noi, ha contrattato, ci ha accompagnati... Fantastico.
Un'altra cosa interessante, sconosciuta a noi italiani, è la facilità con cui funzionano queste cose. Vedi una macchina in vendita che ti piace, ti metti d'accordo sul prezzo, compili un modulo lì nel parcheggio insieme al vecchio proprietario e gli dai i soldi. Poi vai in posta col modulo, paghi 9 dollari (meno di 6€) e la macchina è tua. Fine. Accendi il motore e te ne vai.

martedì 18 settembre 2012

Waiheke Island e le piante buone


Si scende attraverso il bosco per un sentiero fatto di gradini irregolari, ricoperto di frammenti di conchiglie bianche. Erbacce, rami e rampicanti hanno quasi del tutto inghiottito il passaggio e i piccoli orti, rubati alla pendenza con terrazze fatte di vecchi pneumatici, sembrano aver visto tempi migliori. Cinquanta metri più sotto, la legnaia è vuota. Nella rimessa, tra la polvere e le ragnatele, gli attrezzi sono arrugginiti sul banco da lavoro, accanto a telai di vecchie finestre e a qualche rozza scultura lasciata incompiuta. E c'è un pennello, immerso in un barattolo di vernice verde ormai indurita. Tutto riconduce a qualcuno: qualcuno che tagliava tronchi sul ceppo. Qualcuno che rinnovava vecchie finestre e le tingeva di verde. Qualcuno che scolpiva tronchi di legno rossiccio, abbozzando forme femminili. Qualcuno che non c'è più.

Da cinque giorni viviamo sull'isola di Waiheke, a quaranta minuti di traghetto da Auckland. Michelle, la padrona di casa, ha un'aria infelice e stanca. Non porta molta pazienza con noi che non capiamo le cose al primo colpo, e se diciamo “Sorry?” lei sospira, fa un cenno con la mano come per allontanare una cosa sgradita e dice “Nevermind, forget it.” Questo ci fa sentire stupidi, e il nostro balbettare peggiora ad ogni conversazione abortita. 
Il nostro compito qui è ripulire il sentiero dalle erbacce, liberare le piante “buone” dai rampicanti, preparare i piccoli orti per la semina. Più una serie di altri compiti, vari ed eventuali. Come ad esempio sgomberare la stanza di Michelle, che si prepara a lasciare tutto questo per raggiungere sua figlia diciannovenne, partita un giorno per la Thailandia e decisa a non tornare indietro. La sua stanza la affitterà a Kevin per qualche mese, per tirare su qualche soldo, mentre lei si trasferirà nel suo “studio”, qualche gradino più su lungo il bosco.
C'è anche un altro inquilino in casa. Si chiama Steve e vive in una stanza sempre chiusa, con le finestre occluse da teli scuri. Lo si incontra di rado, seduto sui gradini con una sigaretta ultra-light tra le labbra, bianco in volto e con gli occhi spenti. Vorrei chiedergli chi è, a cosa si dedica, ma la sua parlata concitata, che tanto stride col suo aspetto, mi è difficile da capire.
Laura e io alloggiamo in una piccola casa di legno, più in basso lungo il sentiero. Diciamo che c'è qualche spiffero, qualche vetro incrinato. Diciamo che c'è qualche infiltrazione, qualche macchia di umido. Diciamolo pure: cade a pezzi. Eppure ci piace. Non c'è bagno né acqua corrente, solo una cisterna d'acqua piovana proprio fuori dalla porta, ma vista la stagione non c'è pericolo che si svuoti. Quando cala il sole fa un freddo da far tremare ma, per fortuna, tra i pochi comfort c'è una vecchia stufa. Durante il giorno raccogliamo la legna nel bosco e di sera stiamo a guardarla bruciare, con le orecchie divise tra il crepitio del fuoco e l'infrangersi delle onde del mare, pochi metri più giù.

Quando ce ne andremo da qui il sentiero sarà di nuovo bianco e sgombro. Il bosco sarà ripulito da tutte le immondizie rotolate giù dal bordo della strada e qualche raggio di sole raggiungerà gli orti, non più smorzato dai troppi rami secchi. Le piante “buone” torneranno a respirare, liberate dal reticolo opprimente di rampicanti. La legnaia sarà di nuovo riempita e la stufa di Michelle ricomincerà scoppiettare nelle ore più fredde.
Siamo capitati qui, per un caso difficilmente prevedibile. Qui con questa donna sola e oppressa da angosce che non sappiamo, mascherate dietro sorrisi poco convincenti. Ce ne potremmo andare, ma qualcosa ci trattiene: qualcosa ci dice che questa fatica comunicativa porterà da qualche parte. O almeno, porterà qualche raggio di sole alle piante “buone”.

Waiheke Island

lunedì 10 settembre 2012

Hot Springs, l'inizio di una nuova storia

Foto di Laura Pelliciari
La pioggia, obliqua e decisa, colpisce la superficie dell'acqua, amplificando il tremore delle luci elettriche riflesse. Mi immergo fino agli occhi per non sentire freddo, rilasso i muscoli delle gambe e delle braccia, mi affido alla spinta dal basso verso l'alto pari al peso del liquido spostato. Folate di vapore si muovono impazzite sul filo dell'acqua sferzato dal vento, ora nascondendo ora svelando i volti delle persone, mentre in lontananza un lampo illumina un pezzo di notte senza luna.

Annie e Sean sono due tipi riservati. Ogni sera ceniamo insieme nella loro casa dai muri di paglia e fango, piena di quadri d'arte contemporanea, di libri e di CD. Finita la cena, preso il tè, si congedano gentilmente e se ne vanno a guardare il loro programma preferito in televisione, lasciandoci soli. Danno confidenza un poco alla volta, non elargiscono troppi sorrisi gratuiti e non fanno troppe cerimonie. Se da una parte questo mi piace, dall’altra, dopo otto mesi passati in America Latina a volte è difficile adattarsi, e mi vien da pensare: “Senti, se ti sto sul cazzo dillo.” Ma non gli sto antipatico, loro sono fatti così e, nel bene e nel male, qui non siamo in America Latina. E poi oggi, oggi che è il nostro ultimo giorno di lavoro nella loro fattoria, hanno deciso di fare un'eccezione. Ci hanno voluti premiare per il nostro impegno e ci hanno portati alle Hot Springs, le piscine d'acqua termale che rendono famosa questa località sperduta. E mentre me ne sto qui, immerso in acqua fino agli occhi, ripenso ai diciotto giorni appena trascorsi. Trascorsi a raccogliere e pulire frutti, a strappare pannelli di cartongesso da una vecchia casa, a rivoltare zolle di terra. E poi a scavare buchi, riempire sacchi, svuotare secchi, trasportare rami, strappare erbacce, lavare vasetti, preparare compost, passeggiare cani...
Sono volati questi giorni, quasi tutti coi piedi nel fango: non ci sembra vero, ma tra poco è un mese che siamo qui in Nuova Zelanda. E se da una parte è tutto nuovo, tutto all'inizio di un capitolo che speriamo sarà memorabile, dall'altra è quasi un anno che manchiamo dall'Italia e ogni tanto bussa alla porta la voglia di tornare a casa. Ma non lo faremo, almeno per ora. Domani partiamo per Auckland, dove ci fermeremo due giorni a fare shopping, immersi in una città immensa dopo tre settimane di bucolico isolamento. Cose da mettere nel carrello: una mappa dettagliata del paese, due paia di guanti da lavoro, un'automobile. Fatto questo, partiremo per Waiheke, un'isola che promette di essere meravigliosa. Lì ci aspetta Michelle, e con lei altre due settimane di lavoro in fattoria.

martedì 28 agosto 2012

Miranda Road, Nuova Zelanda


Il primo giorno alla fattoria di Annie e Sean è filato via liscio: ore otto, preparazione compost; ore nove, rimozione erbacce dai pascoli; ore dieci e trenta, semina di piante che non ho capito il nome. Pomeriggio, macellazione di un cinghiale cacciato coi cani e ucciso a coltello da due ragazzi tedeschi amici di famiglia. È filato tanto liscio il primo giorno che il secondo non riuscivo a stare dritto in piedi, né a reggere la mazzetta e il piede di porco coi quali mi si chiedeva di procedere alla demolizione di un cottage.
Ci troviamo sulla costa a sud di Auckland, in una località chiamata Miranda. Dovrebbe essere un paese, stando alle mappe stradali, ma non lo è. Nessun agglomerato di case, nessun negozio, niente stazione di servizio. Solo fattorie e campi. Il paesaggio intorno a noi è fatto di dolci colline verdi e di un triste mare invernale, bello da spegnere le parole nella gola. Perché è inverno qui, fa freddo e piove spesso. Le nuvole passano rapide e cambiano le carte in tavola come e quando gli pare. Il nostro unico paio di scarpe è ormai irriconoscibile, perennemente inzuppato e coperto da una spessa crosta di fango ed escrementi di animali vari. Ma quando viene fuori il sole tutto si accende come in un presepe colossale, la luce disegna le ombre e dà vita ai colori, soprattutto verdi e azzurri. Un bel salto dal deserto della costa peruviana...
Annie e Sean hanno una sessantina d’anni e cinque ettari di terra su cui usare la fantasia. Coltivano frutta e verdura, confezionano formaggi e marmellate, allevano polli. Tutto rigorosamente “organic”. Lavoriamo per loro cinque ora al giorno in cambio di vitto e alloggio. Ci hanno sistemati in un caravan che è ben più grande di casa nostra e nel quale c’è tutto, compreso un frigorifero pieno di bontà locali. Siamo passati dal nutrirci di pasta infima, caffè solubile e cioccolato Nestlé, al latte munto in giornata, a frutti appena colti e formaggio fatto in casa.
Finite le nostre ore di lavoro, se il mal di schiena lo permette, prendiamo le bici e andiamo a esplorare il territorio. Ma a parte i pascoli e il mare, tutto è lontano. Presto o tardi dovremo infilarci nella capitale alla ricerca di un mezzo di trasporto nostro. E magari di un lavoro retribuito, giusto per non restare a piedi.

martedì 21 agosto 2012

Viaggiare versus costruire


All'aeroporto di Fort Lauderdale, in Florida, la coda all'Immigrazione è un serpente lungo e lento. Abbiamo fatto solo il primo scalo e siamo più stanchi del dovuto. In fila con noi ci sono molti giamaicani, appena arrivati con un volo da Kingston, e anche molti colombiani, imbarcatisi insieme a noi a Bogotà. Ci sono anche gli statunitensi, ma loro fanno un'altra fila, più veloce. Laura e io comunichiamo con monosillabi stentati, mentre avanziamo trascinando gli zaini verso lo sportello della polizia. Abbiamo mal di testa, non abbiamo voglia di parlare: “Hai tutto?” “Mmm.” “Compilato il modulo?” “Mmm.”
“Ehi compaesani!” dice una voce, qualche posto più indietro nella fila. “Vi ho sentiti parlare” aggiunge “e l'idioma mi sembrava familiare.” Lui si chiama Jacopo e a vederlo è lo stereotipo di quello che io, con una certa supponenza, ho sempre definito un fattone. Treccine, braccialetti, orecchini, una spilla da balia su una maglia decisamente da lavare. Ma ha anche un sorriso bianco e sincero, e degli occhi che sembrano aver visto più dei ventisei anni di vita dichiarati sul suo passaporto. Viene da sette mesi di America Latina ed è preoccupato: in molti gli hanno detto che con l'aspetto che ha, di sicuro gli faranno storie qui negli Stati Uniti. Il suo obiettivo, ma lui preferisce chiamarlo sogno, è l'India; ma per il momento è diretto in California dove cercherà di tirare su qualche soldo lavorando, diciamo così, nel ramo dell'agricoltura.
Sbrigate con successo le formalità ci ritroviamo tutti e tre nella sala d'attesa del volo per Los Angeles. Abbiamo tutti fame, ma un panino piccolo piccolo costa otto dollari e quindi ce la teniamo. Jacopo è un fiume in piena di parole, ma devo dire che lo ascolto volentieri. Tutti abbiamo dei pregiudizi, perché negarlo? L'importante è essere pronti a riconoscerli e metterli da parte, quando è il caso. Così, questo fattone mi si rivela una persona molto interessante. Non tanto per le cose che fa e dice, ma per la vitalità, la partecipazione e la consapevolezza che traspira.

È nato nella provincia di Siena, in un paesino di cinquemila abitanti dove ci si conosce tutti. La sua famiglia è benestante e a lui non è mai mancato nulla: motorini, macchine, soldi. E non solo questo: aveva già un futuro assicurato nella ditta di lavorazione di metalli che la sua famiglia portava avanti da tre generazioni.
Ma lui non ci si trovava in quei panni. “Fino a quattro anni fa” dice “non ero mai uscito dal mio paese e lo sentivo come una prigione.” Ma non è solo questo. Lo capisco quando mi racconta della sua passione per il paracadutismo: “C'erano delle volte che, mentre mi avvicinavo a terra, mi chiedevo 'Lo apro o non lo apro?'”. Stava male e si rendeva sempre più conto che qualcosa nella sua vita non tornava. Così ha trovato il coraggio di tirarsene fuori, anche se questo gli è costato essere la vergogna e la rovina per la sua famiglia. Ha iniziato a girare il mondo e non si è più fermato: torna in Italia per qualche mese, lavora duro, e appena può riparte. Suo padre ha venduto la ditta ad un ex dipendente ed ora lavora per lui come operaio. Sua madre ha pianto molto, preoccupata per questo figlio che andava incontro a qualcosa che lei stessa non conosceva. Ma col tempo questa rottura ha portato a qualcosa di buono: dopo quattro anni suo padre, che è uno che parla poco, perché ci si vuole bene ma non lo si dice, una sera gli ha detto: “Sai, non sono mai stato così tranquillo come ora.” E sua madre è contenta delle lettere che lui le scrive dalle località più sperdute: “Scrivimi ancora,” gli dice “che mi sembra di viaggiare anche a me, mi sembra di fare quello che non ho mai fatto e che avrei voluto fare”. E ha ragione Jacopo quando dice che se è successo questo è perché, quando lui torna a casa, i suoi glielo leggono in faccia che sta bene. Lo sentono nel tono della sua voce, lo vedono in tutta la sua persona. Quindi che importa la ditta, le macchine, i soldi? In questo senso credo che questo ragazzo abbia aiutato la sua stessa famiglia a crescere. 
Jacopo mi parla della necessità di dare un freno al cervello, di usare il cuore come guida nella vita. Dice che cerca di non decidere nulla, ché quasi sempre le cose vanno al loro posto naturalmente. Mi ripete più volte, e ne è convinto, che nulla accade per caso. Io non la vedo allo stesso modo, e faccio fatica a spiegargli il perché. Ma sono contento di avere incontrato una persona alla ricerca, uno che mette in discussione tutto a cominciare da se stesso. Non sta a me né a voi dire a che punto sia questa ricerca, ma come lui stesso dice “Se questo è cercare, maremma, che figata!”
Così continuerà a viaggiare. Attualmente, questo è l'unico modo in cui vuole vivere. Mi torna in mente il ragazzo torinese conosciuto qualche giorno fa a Bogotà, che da dieci anni a questa parte ha vissuto nei posti più disparati, dall'Australia alla Colombia, dalla Spagna all'Indonesia. E senza che ci fosse dietro un progetto, o un'intenzione: lui viaggia e basta. E mi torna in mente anche Gaetano, il fotografo conosciuto in Costarica, che da ormai una vita si sposta ogni quattro o cinque anni e ricomincia una vita nuova in un altro posto, insieme ai suoi tre amici artisti. Quando l'abbiamo conosciuto aveva da poco trovato casa e stava per inaugurare la sua piccola rosticceria. Mi incuriosiscono questi uomini, perché c'è qualcosa in loro che mi sfugge: “Ma cosa state costruendo voi, spostandovi di luogo in luogo?” vorrei chiedergli io, che mi illudo di sapere dove voglio andare a parare. Io che sto imparando cose che forse mi saranno utili, io che ho intenzione di tornare a casa, di avere una casa. Ma loro ti guardano con uno sguardo tranquillo, consapevole: “E chi ha detto che si debba costruire? Non ci si può limitare ad essere?” sembrano dire.

È ora di imbarcarsi: altra fila altra perquisa. Arrivati a Los Angeles Jacopo decide di ripartire subito con un autobus notturno, alla volta di una comunità hippie della California. Noi invece cerchiamo invano un alloggio ad un prezzo umano, ma alla fine ci accasciamo a dormire sulle poltroncine dell'aeroporto. E qui siamo tutt'ora, dopo quasi 24 ore, in attesa del volo FJ811, destinazione Fiji.

domenica 19 agosto 2012

martedì 14 agosto 2012

Una nuova partenza, una nuova vigilia


Ormai ci siamo. Domani lasceremo Mancora e inizieremo a risalire verso Bogotà, dove il 20 di agosto daremo il via ai numerosi scali aerei con destinazione Auckland. Nel giro di una settimana si cambia lingua, cultura, paesaggio. Si cercherà una casa, un lavoro, magari una bicicletta e un paio di scarpe nuove. L’entusiasmo e la stanchezza giocano a dama nelle nostre teste.

venerdì 10 agosto 2012

Effetti collaterali


Oggi il mare è calmo. Gli alberghi costruiti a un passo dalla riva hanno un giorno di tregua, gli addetti all'abusivismo risistemano i sacchi di sabbia e le sdraio sono pronte a resistere ai nuovi attacchi delle maree. Inutile dirlo: io faccio il tifo per le onde. Che buttino giù tutto, possibilmente sulla testa dei prepotenti. Ma è possibile che nessuno possa più camminare sul bagnasciuga, che ci si debba arrampicare alla ricerca di assurde deviazioni, per permettere a due stronzi di sorseggiare il caffè su una terrazza panoramica di cemento armato?
È sparito il grosso elefante marino che da giorni si era spiaggiato, con la bocca aperta in una smorfia che a me pareva di dolore. Mi sa che il mare se l'è ripreso. Al suo posto è comparso un piccolo delfino con un buco in testa. Effetti collaterali di tecniche di pesca poco pulite, immagino. Non lontano dal cadavere c'è un ragazzo dai capelli lunghissimi, completamente nudo. È in piedi, dà le spalle al mare e oscilla leggermente con le braccia aperte, come se stesse in equilibrio su una fune. Effetti collaterali, immagino.

La spiaggia El Amor è quasi sempre deserta. Da lì parte la mia passeggiata quotidiana, lunga circa un chilometro, verso l’altro capo della baia. La meta è l’hotel Don Giovanni, dove lavora Laura. Lungo il cammino la sabbia e i relitti lasciano posto agli ombrelloni gialli marchiati Cristal, una delle birre nazionali. Un bambino ciccione, alla guida di un quad di grossa cilindrata, fa lo slalom tra la gente sdraiata al sole. Un americano pieno di tatuaggi cerca di far partire un cavallo pigro. In acqua, i surfisti cercano la loro onda. 

Meno dodici al volo per Auckland.


sabato 4 agosto 2012

Mancora: di nuovo in attesa


Finiti i giorni della burocrazia, intensi e fitti di ansie varie, di nuovo viene il tempo dell'attesa. Meno 21 alla partenza per Auckland. Ma Lima non andava bene per noi che abbiamo bisogno di silenzio e natura intorno. E tornare a Ollantaytambo non era possibile: a parte la noia di rifare per la terza volta lo stesso tragitto, semplicemente, non ce lo potevamo permettere in vista del viaggio che ci aspetta. E dove potevamo andare? C'era da ricominciare tutto da capo: la ricerca di una stanza a prezzi “peruviani”, di un lavoro, di un negozio di fiducia per la spesa...
Ed ecco l'idea: se non è la montagna, che sia al mare! Ma non a Talara, in mezzo alle petroliere. Avevamo più volte sentito parlare di una località chiamata Mancora, sulla costa a nord del Perù: un paradiso per surfisti, turisti e viaggiatori d'ogni provenienza. Perché no? Perché non una casetta sulla spiaggia? Perché non un lavoretto semplice in un luogo in cui i turisti stranieri lasciano volentieri laute mance?
Detto, fatto. Trovata la stanza, nuova e pitturata di fresco, in un villaggio turistico deserto e non ancora aperto al pubblico. Trovato anche il lavoro in un hotel di lusso sulla spiaggia che ha aperto dieci giorni fa. A dir la verità è Laura che sta lavorando: a me volevano mettermi in cucina un'altra volta, volevano che gli avviassi l'attività con pranzi e cene dai menù italiani. Ma non esageriamo adesso, non mettiamoci nei guai. E poi siamo ad agosto, é tempo di vacanze!

p.s.
Visto concesso!