giovedì 27 giugno 2013

I tunnel di Cu Chi

Poco distante dalla città di Saigon si trova Cu Chi, un' area percorsa da centinaia di chilometri di tunnel sotterranei, costruiti inizialmente dai Viet Minh durante la guerra di liberazione contro i francesi (1945-1954) e poi ricondizionati e ampliati in occasione della nuova guerra di liberazione, quella contro gli americani, combattuta tra il 1960 e il 1975. Si tratta di una complessa rete di gallerie, costruite su tre livelli di profondità, che consentivano ai VietCong di muoversi senza essere visti, di far muovere informazioni e rifornimenti e, infine, di sopravvivere alla schiacciante superiorità di mezzi dei nemici, che bombardavano innanzitutto per via aerea. Sotto terra si trovavano anche ospedali, depositi di armi, dormitori, cucine... A garantire la quantità d'ossigeno necessaria erano una serie di condotti che collegavano le gallerie con la superficie.
Per noi tutto inizia quando troviamo, in una stanza d'albergo in Cambogia, un libro abbandonato. Si intitola "The tunnels of Cu Chi". Laura lo legge, mi racconta quello che viene a scoprire, ed entrambi veniamo incuriositi da quella storia. Decidiamo di andarci.
Per pigrizia facciamo l'errore di prenotare una visita guidata ai tunnel direttamente dall'albergo, a Saigon. Le visite guidate hanno di solito un ritmo imposto, in genere si è in molti e ci si affolla tutti insieme intorno ad uno stesso oggetto. E poi manca il silenzio, necessario a far lavorare l'immaginazione, per poter ricreare nella propria mente situazioni passate, fatti accaduti in quel determinato luogo. Comunque ormai è fatta, vada come vada.
Viene a prenderci un ragazzo magro dagli occhi affilati che sarà la nostra guida per la giornata e ci accompagna attraverso il vicolo fino alla strada principale, dove ci aspetta un bus già riempito di altri turisti di diverse provenienze.
Siamo una trentina di persone. La guida dice di chiamarsi Em: "Da non confondere con Am! Non mangiatemi per favore!" dice, prendendo un piglio sarcastico che manterrà per tutto il tempo.

Mentre fa i biglietti per tutti, lo aspettiamo in una sala le cui pareti sono percorse da fuciliere piene di armi da guerra, prevalentemente di fabbricazione americana e cinese. Carabine, mitragliatrici, lanciagranate e altra artiglieria lasciata sul terreno dai soldati durante la guerra. Em ci raggiunge pochi minuti dopo: "Scegliete la vostra preferita!" dice "AK47? Come John Rambo? Ta-ta-ta-ta-ta."
Dopo aver visto un video documentario dal sapore propagandistico, datato 1967, che illustra la vita dei soldati rivoluzionari e la collaborazione dei civili nella lotta armata, ci spostiamo all'imbocco di uno dei tunnel. Em indica un punto sul terreno dove non vedo altro che foglie e terra: nessun buco, nessun segno visibile. Poi muove alcune foglie col piede e scopre una piccola botola di legno rettangolare, non più lunga di 40 cm e larga 30. La apre e spiega che quella è un'entrata "standard", ovvero che è stata lasciata delle misure originali e non allargata per meglio consentire le visite turistiche. Chiede se qualcuno se la sente di provare ad entrarci e a chiudere il coperchio dietro di sé. Dentro non si vede altro che una biforcazione e poi il buio, in entrambe le direzioni: sembra la tana di una talpa. "Il volontario deve essere magro," spiega, "a misura di vietnamita." Poi prepara un'altra frecciata: "I GI, i soldati americani, rimanevano bloccati quando cercavano di entrare nei tunnel perché erano grassi." Simula una pancia gonfia con le braccia. "Gli piaceva troppo fumare la marjuana, e la marjuana mette fame."
Un rumore molto simile a uno sparo in lontananza mi distrae, poi un altro e un altro ancora. "Hai sentito?" chiedo a Laura. Lei non l'ha sentito, e io mi sto sicuramente sbagliando. Deve essere una suggestione dovuta al luogo in cui mi trovo e ai troppi film spazzatura che Hollywood ha dedicato al tema e che io mi sono sorbito da bambino.
Proseguiamo attraverso le trappole atroci che i VietCong nascondevano per impedire ai loro nemici di trovare i tunnel: vecchie gabbie per tigri, buche con una varietà di spuntoni in bambù (o in metallo recuperato dai detriti delle bombe americane) che andavano a conficcarsi in diverse parti del corpo a seconda del tipo. I malcapitati rimanevano così bloccati e feriti, finché i VietCong non andavano a recuperarli per portarli nelle prigioni e trasferirli poi ad Hanoi, nel Nord.
Riprendiamo a camminare attraverso un bosco di alberi della gomma, che tra l'altro a quel tempo non c'era. Non un albero era rimasto, solo terra bruciata, grazie ai bombardamenti al Napalm e agli agenti chimici a base di diossina usati dai GI.
Ci avviciniamo ad un carro armato americano, probabilmente danneggiato da una mina anticarro, e sento di nuovo gli spari. Una vera e propria mitragliata questa volta, e molto vicina. E poi altri spari ancor più vicini, finché non arriviamo alla sorgente di quel rumore e io rimango a bocca aperta: c'è una cava di terra rossa alla cui estremità sono sistemate diverse armi: gli AK47 vanno per la maggiore, ma c'è anche un M16 montato su un cavalletto, a bordo di una Jeep dell'esercito americano. Capisco che Em non scherzava quando diceva "Scegliete la vostra preferita". Per una cifra che va dai 20.000 ai 40.000 VND (da circa 1 a 2$) è possibile sparare con una di quelle armi. Solo uno di noi, un australiano, lo farà. Mi avvicino incuriosito: non mi aspettavo proprio di trovarmi in una sorta di parco dei divertimenti. Una raffica di mitra mi assorda e devo portarmi le dita alle orecchie: era un italiano a sparare, ed ora se ne va col figlio in adulazione sottobraccio. "Papà, com'era?"
La situazione è paradossale: in un luogo in cui un'atroce guerra d'aggressione ha avuto luogo, turisti occidentali provenienti da quello stesso mondo un tempo sconfitto impugnano quelle stesse armi per gioco, sotto gli occhi annoiati dei locali. Quegli stessi locali che hanno organizzato tutto, e che ora ne ricavano profitti.
Il nostro australiano divarica le gambe nude una davanti all'altra, avvicina un occhio al mirino, si concentra. Poi fa fuoco, sembra soddisfatto. Un soldato vietnamita, responsabile di quell'arma, lo guarda con un'espressione incolore ad una distanza di un metro. Si avvicina per ricaricare il fucile, senza dire una parola, poi torna al suo posto. Ho la sensazione che tutto questo non gli piaccia affatto. Quanto a me, che ho fatto obiezione di coscienza, perdo volentieri l'occasione di impugnare un'arma per la prima volta.
Lasciato il rustico poligono di tiro, entriamo finalmente in uno dei tunnel, nel quale sono stati allargati gli ingressi e sistemate alcune fioche luci. Facciamo un tratto di soli 100m, ma ne esco con le gambe a pezzi e fradicio di sudore. Penso ai VietCong, che a volte ci rimanevano per mesi senza uscire. Le donne ci partorivano, i malati ci morivano. C'era perfino una compagnia di teatro che girava per i tunnel intrattenendo i soldati, cercando di tenerne alto l'umore facendo la parodia degli americani.
Em si guarda bene dall'accompagnarci sotto terra e ci aspetta dall'altra parte. "Se volete continuare a camminare" dice "da quella parte potete sbucare fino in Cambogia! E pensate" continua " che una parte dei tunnel si trovava proprio sotto una delle basi americane. Loro cercavano Charlie, e ce l'avevano sotto al culo!" Continua poi raccontando che a volte i VietCong si travestivano da civili e si avvicinavano alle basi americane. "Ma non per spiare, per ascoltare la musica!" Mi domando se questo ragazzo abbia un motivo per essere così spietatamente sarcastico nei confronti degli sconfitti americani, o se sia solo orgoglio patriottico. Gli chiedo se abbia avuto qualche parente coinvolto nella guerra e lui mi dice di sì. Suo padre. Ma non stava coi VietCong, stava con l'esercito sud vietnamita, e quindi ha combattuto con gli americani. Ora sì che sono confuso.

mercoledì 26 giugno 2013

Benvenuto in Cina, ma non dirlo a nessuno

Siamo finalmente in Cina. Welcome! ci hanno detto in tanti, fin dalla frontiera di Hekou. Ero così entusiasta che volevo raccontarvelo subito, ma ho scoperto che la piattaforma Blogger rientra tra quelle censurate, insieme a Facebook, Twitter, Youtube e compagni. Vabbè, troverò una soluzione. (Tra l'altro, se state leggendo questo post e vi risulta intelligibile, vuol dire che forse una soluzione l'ho già trovata...)

A presto

mercoledì 19 giugno 2013

L'agente Orange per le strade di Saigon

Stamane l'ennesimo piccolo grande contrattempo mi ha guastato la giornata. Ora cammino per le strade di Saigon accanto a Laura, con le spalle curve più del solito, come avessi addosso chili di abiti bagnati. Dopo essere stati all'ambasciata cinese (e aver scoperto che per varie ragioni non possiamo ottenere il visto qui, ma “forse ad Hanoi sì”) abbiamo fatto due calcoli sui paesi che ci mancano da attraversare e ci siamo resi conto che i nostri passaporti non hanno abbastanza spazio libero per i timbri. Questo vuol dire guai, noie burocratiche che vanno a complicare un quadro già abbastanza incasinato per ottenere i visti stessi. Laos, Cina, Mongolia e Russia (questo l'itinerario che avremmo in mente prima di rimettere piede in Europa) pretendono almeno due pagine vergini a testa sul passaporto, mentre noi ne abbiamo due in tutto. Questo vorrebbe dire arrivare in Laos e poi rimanere bloccati, visto che a Vientiane non c'è un'ambasciata italiana in cui chiedere un nuovo documento.
“Hai detto qualcosa?” mi chiede Laura.
“Non ho aperto bocca.” rispondo bruscamente.
In realtà stavo mugugnando tra me e me, mandando maledizioni ai quei bastardi dei poliziotti di frontiera (messicani, australiani e statunitensi in prima fila) che nell'ultimo anno e mezzo, con lo scazzo proprio di chi non aspetta altro che tornare a casa ad accendere la televisione, hanno messo timbri a caso sul mio passaporto ancora nuovo, portandosi via intere pagine che ora sarebbero preziose.
Ci sediamo al tavolo di un ristorantino, in un vicolo affollato di venditori, motorini parcheggiati e viandanti. Ordiniamo due piatti di noodles e non diciamo una parola. Mentre aspettiamo i nostri piatti inizia a piovere, come succede ogni giorno quasi sempre alla stessa ora (siamo agli inizi della stagione delle piogge) e io, che sono seduto di fronte a Laura, con le spalle al vicolo, devo spostarmi e andare a sederle accanto per poter stare sotto la tettoia. Mangiamo in silenzio guardando la pioggia che scende e la gente che passa, avvolta nelle mantelle di plastica colorate. Di fronte a noi, dall'altro lato del vicolo, un uomo è seduto a terra nel suo minuscolo negozio e gioca coi suoi due figli piccoli. Di tanto in tanto si affaccia un avventore per comprare una bottiglia d'acqua o una birra, e allora lui si tira su con la forza delle braccia, appoggiandosi all'espositore di vetro pieno di saponette e deodoranti. Ha le gambe corte, sottilissime, e un piede girato in una posizione innaturale che non gli permette camminare. È uno dei tanti, e tra i più fortunati, che a oltre trent'anni dalla fine della guerra contro gli americani ancora pagano le spese dell'uso di armi chimiche. Il cosiddetto “Agent Orange” in particolare, usato dagli americani per fare “terra di nessuno” grazie all'azione devastante della diossina.* A questa schiera impressionante di deformi, che si incontrano ad ogni angolo di strada, si uniscono le migliaia di mutilati che, anche dopo la fine della guerra, hanno lasciato le gambe e qualche volta le braccia sul terreno a causa delle mine.
Col piatto ormai vuoto, aspettiamo in silenzio che spiova, ma venti minuti più tardi dobbiamo deciderci ad alzarci, visto che non accenna a diminuire. Attraversiamo in un balzo il vicolo, schivati all'ultimo da un motorino in transito, e compriamo nel piccolo negozio dell'acqua e una bevanda al cioccolato per la colazione di domani. L'uomo ci dà il resto e ci saluta con un sorriso, poi si risiede a terra accanto ai figli. Noi camminiamo muro muro cercando riparo sotto le tende parasole dei negozi, ma quasi sempre ci ritroviamo in mezzo alla strada per aggirare mercanzie in esposizione, tavoli di ristoranti, macchine e motorini parcheggiati che rendono il marciapiede impraticabile.
Infine viene la parte più difficile: attraversare la strada. Aspettare non serve a niente: non ci sarà mai un momento in cui il flusso del traffico (un fiume di migliaia di motorini) smetterà. Il trucco è iniziare a camminare lo stesso, senza fare l'errore di fermarsi o esitare, e aver fiducia nel principio di autoregolazione del flusso.


*Si stima che tra il 1961 e il 1971 siano stati gettati sul territorio del Vietnam del Sud circa 77 milioni di litri di diserbanti, nell'ambito dell'operazione americana “Ranch Hand”, mirata alla distruzione della vegetazione nella quale i Vietcong si nascondevano. Di questi, 49,3 milioni di litri erano di Agent Orange e contenevano più di 360 Kg di diossina, distribuita a più riprese su oltre 2,6 milioni di acri. Anche i soldati americani (e australiani, neozelandesi, sud-coreani e vietnamiti dell'esercito “regolare”) hanno subito l'esposizione all'Agent Orange, ma i civili sudvietnamiti hanno continuato – e continuano – a pagarne le spese negli anni a causa della profonda contaminazione del terreno. Secondo diversi studi scientifici vi sarebbe una correlazione diretta tra l'uso dell'Agent Orange e le malformazioni alla nascita.

domenica 16 giugno 2013

In Cambogia non portarmi a vedere i sassi

“Io in Cambogia voglio andare ad Angkor.” mi aveva detto Laura. Io come al solito non avevo voglia di fare ricerche e non avevo idea di cosa si trattasse, quindi ho detto che mi stava bene. Chi non si informa si arrangia, giusto? Avremmo dovuto fare una piccola deviazione verso nord per poi continuare a scendere in direzione Phnom Penh, dove ci saremmo fermati per le solite seccature burocratiche, in questo caso il visto per il Vietnam. Poi però, come sempre all'ultimo, non me la sono sentita di arrivare in un posto di cui non sapevo assolutamente nulla, e ho fatto le mie ricerche...
“No! I sassi no!” dico appena capisco a cosa vado incontro.
“Non ricominciare, non sono sassi. Sono rovine.”
“Che poi, alla prova dei fatti, sono sassi transennati. E per giunta rovinati, lo dice la parola stessa.”
“No invece! Sono luoghi in cui si è fatta la storia, in cui rimane la testimonianza di civiltà passate.”

Non voglio avere ragione, non posso. Ma è più forte di me: mi annoio a morte in giro per rovine, monumenti e musei archeologici. Sarà perché di architettura non capisco niente, di arte nemmeno. Sarà che la mia preparazione in storia pre-coloniale è pari a zero.
Angkor Wat si rivela poi essere un maestoso tempio indù, fatto costruire dal re khmer Suryavarman II tra il 1113 e il 1150. Si trova immerso nel verde, insieme a numerosi altri templi che insieme formano il sito archeologico di Angkor. Ha un perimetro di 3,6 km, è formato da tre gallerie rettangolari concentriche ed è circondato da un enorme fossato pieno d'acqua verdastra su cui il tempio stesso si riflette. C'è gente che ci arriva prima dell'alba e poi vi rimane fino al tramonto, per poterlo fotografare con la luce migliore.
Per arrivarci da Siem Reap, la città in cui alloggiamo, dobbiamo ingaggiare un autista per tutto il giorno. Non c'è altra scelta, ci dicono, funziona così e basta. L'autista ci accompagnerà di tempio in tempio e ogni volta ci aspetterà fuori, anche per ore, seduto all'ombra della carrozza del suo tuk tuk. Appena ci fa scendere davanti ad Angkor Wat rimango affascinato dalla sua imponenza solitaria ed equilibrata, dalla sua forma simmetrica ma per niente spigolosa. Ci incamminiamo lungo il ponte che attraversa il fossato, ma a metà strada dobbiamo rifugiarci per dieci minuti sotto un chiosco di informazioni turistiche dal tetto di foglie di palma. Piove a dirotto.
La magia, per quanto mi riguarda, svanisce in fretta quando mi trovo accalcato insieme a centinaia di turisti chiassosi e a gruppi di giapponesi in posa per farsi fotografare ad ogni angolo e... ad ogni sasso. Come puoi godere dell'atmosfera di un luogo simile con tutto questo casino? Poi finalmente imbocchiamo un corridoio silenzioso, dove ci accoglie un vecchio. Ci mette in mano dei bastoncini d'incenso e ci guida verso la statua di una divinità indù, davanti alla quale, con modi bruschi, ci fa cenno di inginocchiarci. Dice delle preghiere, credo, poi ci chiede di toccare la statua. Infine solleva un panno rosso alla base, scoprendo una banconota da 10 dollari, chiaramente invitandoci ad aggiungerne un'altra uguale. Questo è troppo, mi girano veramente le palle.
A fine giornata siamo entrambi stanchi. Siamo contenti di farci portare a casa e lasciare libero con anticipo il nostro bravo e silenzioso autista, che per scrupolo ci chiede se siamo sicuri di non voler aspettare il tramonto.

Ok, forse Angkor Wat (e il Colosseo, i templi greci...) non è solo un ammasso di sassi, ve lo concedo. Ma se guardo indietro al nostro viaggio, i luoghi che più hanno suscitato il mio interesse sono stati quelli trovati per caso. Quelli in cui ci siamo fermati per una notte mentre eravamo diretti altrove, come San Cristobal in Guatemala o Phatthalung in Thailandia. Posti in cui non c'è assolutamente nulla “da vedere”, eppure c'è un mondo in carne e ossa da scoprire. Là dove la gente è spaesata quanto te nell'incontrarti, perché non è abituata a relazionarsi con gli stranieri. In quei posti non esistono due mondi paralleli: quello in cui vive la gente normale e quello dorato (e salato) inventato apposta per i turisti. Lì nessuno ti aspetta fuori dalla stazione per proporti soluzioni facili, con l'intenzione di tenerti dentro la bolla del turismo, in un'enclave invisibile che ha poco a che fare con la realtà del posto in cui ti trovi. E Angkor Wat è servita a ricordarmi la lezione: i sassi proprio non mi interessano.
Comunque è andata, sono sopravvissuto un'altra volta. Dopo una breve escursione in tuk tuk attraverso i villaggi di palafitte intorno a Siem Reap, dove i bambini giocano nudi in strada e gli uomini si radunano nell'ombra scura dei bar, si riparte per Phnom Penh, dove rimaniamo alcuni giorni in un triste albergo accanto alla stazione dei bus, in attesa che i visti vietnamiti siano pronti. Ammazziamo il tempo passeggiando per una città grigia, caotica e deprimente. O forse siamo noi che siamo sulla via della depressione, anche se non manchiamo di sorridere quando, sul largo spiazzo pedonale sulla riva del Mekong, ci troviamo di fronte a decine di persone che si muovono a ritmo di musica, seguendo i movimenti del maestro di aerobica. C'è la giovane donna in tenuta ginnica, l'anziano col cappello, l'uomo d'affari appena uscito dall'ufficio e una serie di altri divertenti stereotipi. E pensare che al Parco Sempione la gente fa taiji!

Quella stessa sera, per disperazione, compriamo un pacco di pasta e la cuciniamo sul fornello elettrico nella nostra stanza. Non ne possiamo più di riso e noodles, e da queste parti non si trova altro (nemmeno il McDonald!). Di sicuro a stare in Indocina si diventa più magri. Un po' per il caldo tropicale che toglie l'appetito, un po' per la scarsezza delle porzioni (e della scelta dei cibi), farsi un giro da queste parti può essere una soluzione alternativa alla dieta.

giovedì 6 giugno 2013

I guerrieri della thai boxe

Dovendo parlare di Bangkok, potrei raccontarvi delle nostre avventure in tuk tuk, i moto-taxi a tre ruote tipici di queste parti. Allora dovrei dirvi di come sia difficile ingaggiarne uno per un prezzo onesto senza per questo doversi sorbire “visite gratuite” a negozianti loro amici, che pagano loro la benzina in cambio di nuovi avventori. Ci abbiamo provato:
- Noi dobbiamo andare al tempio del Budda sdraiato, quant'è?
- 30 bath.
- Un prezzo fantastico, dov'è la fregatura?
- Che vi porto anche qui, lì e là.
- Ma noi vogliamo andare al tempio e basta...
- Allora andate a piedi.
Potrei anche dirvi delle nostre lunghe camminate (per il motivo di cui sopra), dei nostri su e giù per il fiume Chao Phraya a bordo del ben più economico ed affollatissimo traghetto di linea, o della movida notturna del quartiere Banglamphu fatta di offerte a raffica di cibo, massaggi e spettacoli a luci rosse.
Potrei anche dilungarmi sul “business del buddismo”, col suo merchandising, i riti “su offerta” e le visite guidate ai templi.
Ma la verità è che l'evento più interessante del nostro breve soggiorno a Bangkok è stato andare a vedere gli incontri di thai-boxe al Rajadamner Stadium. Nove incontri, due dei quali terminati con lo sconfitto portato fuori in barella privo di sensi.

Il luogo è esattamente quello che un qualsiasi regista di Hollywood sceglierebbe per girare una scena di incontri clandestini. Il ring è l'unica parte illuminata, al centro di tre anelli di tribune, l'ultimo dei quali è privo di sedili e protetto da una rete metallica.
All'ingresso ci consegnano una fotocopia in bianco e nero del programma, in cui sono riportati i pesi in libbre dei pugili (da un minimo di 100 a un massimo di 165) e i nomi delle palestre di appartenenza. Tre telecamere riprendono l'evento, trasmesso in diretta nazionale.
Appena si fanno avanti i primi due pugili, quattro musicisti muniti di due tamburi, un campanello e una sorta di corno, iniziano a suonare una musica ossessiva chiamata Dontree Muay, che durerà per tutta la durata dell'incontro, facendosi più intensa durante le fasi più cruente.
I due pugili, dal fisico asciutto e un'altezza non superiore al metro e settanta, iniziano a girare in tondo sul ring passando una mano lungo le corde, ognuno per conto proprio, assorti, come se né l'avversario né il pubblico esistessero. Poi si fermano ad ogni angolo del ring, facendo una sorta di inchino. Infine si inginocchiano al centro del quadrato, flettendo il busto a destra e a sinistra. Si muovono a ritmo della musica, in quella che è a tutti gli effetti una danza, la Ram Muay, che racchiude in sé significati magici e scaramantici, oltre che essere una sorta di stretching. Entrambi indossano il Mongkon, un amuleto di forma circolare che cinge loro il capo e che i rispettivi maestri rimuoveranno prima dell'inizio del combattimento, sfiorando con le labbra il capo dell'allievo nel sussurrare una formula propiziatoria.
Finalmente ci siamo. La musica smette d'improvviso e una campana dà il via all'incontro. La musica riprende e i pugili sembrano di nuovo ballare, questa volta insieme, con la guardia alta e una delle gambe in avanti, pronta a sferrare il primo colpo. Il pubblico partecipa urlando, incitando i pugili e talvolta avvicinandosi all'angolo tra un round e l'altro per dare consigli.
All'inizio tutto mi sembra incredibilmente lento e innocuo, anche quando i due iniziano a colpirsi sul serio e ad azzuffarsi, prendendosi a ginocchiate attaccati alle corde. Cambio idea durante il sesto incontro, quando vedo Muenarkhom, 117,4 libbre, sferrare una gomitata rapidissima sulla testa di Jeff, 115,4 libbre, e quest'ultimo cadere a terra ad occhi chiusi. L'arbitro gli toglie il paradenti, i barellieri entrano e lo sollevano senza che lui dia il minimo segno di vita.
L'incontro successivo, il settimo, è quello più atteso. A combattere sono i pesi massimi della situazione. Nel secondo anello, dietro di noi, gli scommettitori si scaldano più di quanto non abbiano fatto fino adesso, urlando a squarciagola, alzando le mani per comunicare agli allibratori le proprie intenzioni e facendo passare banconote. Quando l'incontro entra nel vivo, i sostenitori di ciascun pugile urlano all'unisono ad ogni colpo sferrato, facendo salire la tensione in tutto lo stadio. Uno di loro inizia a percuotere con la mano un tabellone pubblicitario attaccato alla balaustra, producendo un suono che rimbomba nella penombra degli spalti. La musica è quasi scomparsa nel frastuono generale.
Purtroppo la magia del momento non dura a lungo. Verso la metà del primo round Trairat mette a segno un paio di diretti ben assestati e Suwuthlek inizia a barcollare. Tiene duro per un lunghissimo minuto, ma non appena i colpi dell'avversario lo raggiungono di nuovo cade a terra e non riesce più a rialzarsi.
Durante i due incontri successivi la tensione cala un poco, di pari passo col peso dei pugili. Le scommesse continuano, ma gli animi sembrano più calmi.

Alla fine del nono incontro lo stadio si svuota in fretta e la musica tace. Io rimango incantato ancora per un po' e mi dirigo a passo lento verso l'uscita, ancora sbalordito dall'esperienza appena vissuta. Fuori ci aspetta una pioggia battente e una città da attraversare.

domenica 2 giugno 2013

Phatthalung, Thailandia: avventure in un posto a caso

A Su-Ngai Kolok passiamo accanto ad alcuni soldati in divisa mimetica che presidiano l'entrata della stazione. Le mitragliatrici sono la prima cosa che notiamo entrando in Thailandia e la gente, almeno in questo piccolo paese di frontiera, sembra aver fatto l'abitudine all'esercito e alle mascelle serrate dei militari.
Attraversiamo i binari sotto il sole, camminando su tavole di legno messe a patchwork per dare una parvenza di passerella. In biglietteria scopriamo che un treno diretto per Bangkok ci sarebbe, ma ci mette 20 ore ad arrivare a destinazione. Il che vorrebbe dire passarci l'intera giornata e tutta la notte. L'idea non ci piace affatto, visto lo stato dei treni che ci sfilano davanti.
Il bigliettaio indossa una divisa impeccabile in stile militare, con tanto di cappello. Ma in inglese sa dire solo i numeri, quindi è difficile spiegargli che, anziché andare direttamente a Bangkok, vogliamo fare una tappa intermedia. Non importa dove, ma vogliamo scendere dal treno di pomeriggio. Alla fine tiriamo fuori la mappa dallo zaino e puntiamo il dito su Phatthalung (nient'altro che un nome per noi, ma ad una distanza che sembra essere un quarto della strada per Bangkok). Il bigliettaio ha capito: “5:00 pm” dice sorridendo.
Credo sia la prima volta che mi avventuro in un paese senza preoccuparmi di imparare una sola parola, o senza procurarmi un dizionario. Forse perché mi sento solo di passaggio, già proiettato in Cina. Forse per pura pigrizia, o magari per l'arroganza propria di quelli che “con l'inglese vai dappertutto”. Fatto sta che mi trovo a rimproverarmi per ragioni etiche e che, presto, me ne pentirò per ragioni pratiche.
Le sei ore in treno sono lunghe come sei giorni. La carrozza è vecchia di decenni, con le pareti interne in legno e i sedili spaziosi ma scomodi. Si viaggia con le finestre aperte,mentre grossi ventilatori in fila al centro del soffitto girano senza sosta alla massima velocità. Ma né l'una né l'altra cosa aiutano: finestre aperte e ventilatori non fanno che spararci addosso raffiche di aria calda, procurandoci uno dei peggiori mal di testa della nostra vita. Il paesaggio fuori dal finestrino è quasi sempre verde: foreste interrotte da qualche villaggio o piccola città. Le moschee della Malesia qui lasciano il posto ai templi buddisti, coi loro tetti rossi e le statue dorate.
Mentre il treno rallenta, entrando nella stazione di Phatthalung, un tale sui 50 ci guarda caricare gli zaini in spalla per dirigerci verso l'uscita del vagone. Ci ripete per due volte il nome della stazione, evidentemente convinto che stiamo per scendere alla fermata sbagliata: che cosa ci vanno a fare due turisti con lo zaino a Phatthalung? Buona domanda.
Quando arriviamo in un posto sconosciuto, abbiamo una strategia: uno di noi sta fermo in un punto sicuro con gli zaini mentre l'altro va in esplorazione e alla ricerca di una sistemazione per la notte. Oggi tocca a me. Appena fuori dalla stazione mi guardo intorno nel tentativo – vano – di individuare la scritta “Hotel”. Mi rendo conto che oggi non sarà facile: tutte le insegne sono in alfabeto Thai. Provo a chiedere in giro, ma mi rendo conto, con un certo imbarazzo, che nessuno sa una parola d'inglese. Alcune persone capiscono cosa sto cercando e mi indicano con le dita strade e svolte da prendere, ma non potendo fare riferimento alle insegne non ho davanti altro che file di edifici tutti uguali. Alla fine busso ad una serranda dietro la quale mi sembra esserci la hall di un hotel. È in realtà una gioielleria, ma l'errore mi porta comunque alla soluzione, dato che il gioielliere parla un po' d'inglese (e si compiace di poterlo finalmente fare con qualcuno).
L'albergo ha ampi corridoi e larghe scalinate. Malgrado le macchie di muffa sulle pareti della stanza e le bruciature da sigaretta sui mobili, si capisce che deve aver conosciuto tempi migliori. Comunque poco importa: è solo per una notte, visto che domani riprenderemo a muoverci verso Bangkok.

La prima cosa che mi viene in mente, appena sganciato lo zaino sul pavimento della stanza, è buttarmi sotto l'acqua fredda della doccia. E sotto l'acqua fredda della doccia, un minuto più tardi, mi ritrovo al buio: è saltata la corrente. Dietro al pallido fascio di luce di una torcia elettrica (ma perché le pile sono sempre scariche in queste circostanze?) decidiamo di uscire in cerca di cibo. L'intera città è al buio, illuminata ad altezza pube dai fari delle automobili e dei motorini. Attraversiamo le bancarelle del mercato seguendo la corrente: gli ambulanti continuano ad arrostire carne e la gente continua a comprarne, come se tutto fosse normale. Come se ci fosse la luce. Sul marciapiede della via principale prendiamo posto al tavolo metallico di un ristorante, illuminato da una candela consumata per metà. Ordiniamo a gesti e onomatopee una zuppa di riso e pollo. Intorno al nostro tavolo la città continua al buio la sua esistenza ed è questo fatto, più della mancanza di luce, a rendere la situazione ai miei occhi surreale. A pochi metri di distanza c'è un passaggio a livello (che per fortuna continua a funzionare grazie ad un generatore di emergenza). Le sbarre si chiudono e veniamo investiti dalla luce rossa intermittente del semaforo, mentre auto e motorini si accatastano in una fila scomposta e rumorosa. Ripartiranno qualche minuto dopo in un rombo polifonico, lasciandosi alle spalle l'odore dei gas di scarico.

Il mattino seguente cerchiamo il modo di andarcene con un autobus visto che ieri, al nostro arrivo, abbiamo scoperto con un certo sconforto che i treni per Bangkok partono solo di pomeriggio. È stata quindi una pensata inutile quella di fermarci per riprendere a viaggiare con la luce del giorno ed evitare di farlo di notte. Consultiamo il tabellone con la mappa della città, appena fuori dalla stazione. Accanto all'icona del treno, a indicare appunto la stazione, ce n'è un'altra raffigurante un autobus, ma non è chiaro dove sia esattamente. Proviamo a chiedere alla gente, ma ci ritroviamo sempre nella stessa situazione di incomunicabilità. Dopo vari tentativi una ragazza ci fa capire con qualche parola d'inglese che il posto che vogliamo raggiungere è lontano e dobbiamo andarci con la moto. (“Questa è una piccola città,” mi ha spiegato ieri il gioielliere “non ci sono taxi. Solo moto-taxi.”) La ragazza chiama uno dei moto-taxisti in attesa fuori dalla stazione e gli spiega in thai dove vogliamo andare. Il tipo si passa una mano sui capelli pettinati all'indietro, poi si sistema gli occhiali fumé con le dita rinsecchite che gli spuntano da un paio di guantini da ciclista. Sembra venuto fuori da un film italiano degli anni ottanta. “Sono 100 bath,” traduce per noi la ragazza, “50 a testa.” “Ok” dico, ormai curioso di sapere come diavolo pensa di portarci tutti e due in moto. Con un sidecar? Ingaggerà un collega e andremo su due mezzi diversi? La risposta è ovvia quanto disarmante. Una manciata di secondi dopo eccoci tutti e tre schiacciati l'uno dietro l'altro, lanciati a 50 Km/h per le strade della città in sella ad un piccolo scooter Honda dal rumore di taglia-erba. L'unico a mettersi il casco è il nostro autista, ma lo toglierà poco dopo per ravviarsi i capelli e fare una telefonata. Il mio stupore non dura che un minuto: il tempo di venir sorpassati da un altro scooter, a bordo del quale ci sono mamma, papà e due bambini nel mezzo. Più uno più piccolo davanti, sulle ginocchia del papà.
La stazione dei bus è davvero fuori mano, ma ormai siamo qui e tanto vale chiedere informazioni. Il problema è sempre lo stesso: le insegne con le destinazioni sono in thai e in thai parlano tutti gli addetti di tutte le compagnie. La cosa più difficile,comunque, è far capire al nostro moto-taxista che deve aspettarci: all'arrivo pago la prima parte della corsa e gli faccio cenno con la mano aperta di aspettare. Ma lui pensa sia un saluto e ripete lo stesso gesto chinando il capo, mentre l'altra mano già gira l'acceleratore . “No, no, wait!” gli dico. Lui sembra confuso. Scende di sella e entra con noi per chiedere ai bigliettai che gli traducano quello che diciamo. È una scena patetica: facciamo il giro di tutti gli sportelli di tutte le compagnie di autobus, ma nessuno ci capisce e il nostro uomo è sempre più confuso (e noi sempre più mortificati). Alla fine approfitterà di un momento di nostra distrazione per andarsene.
Con gli impiegati della compagnia di autobus comunichiamo a gesti, con molta fatica, e riusciamo a capire prezzi e orari. Ma ci rendiamo conto che non è una soluzione praticabile: come ci arriviamo alla stazione, all'alba, con gli zaini... e in motorino? Ci rassegniamo al treno.

Ma sul sito delle ferrovie ci aspetta una bella sorpresa: esistono vagoni letto con aria condizionata. Così arriviamo a Bangkok il mattino seguente, non proprio freschi ma nemmeno distrutti.

martedì 28 maggio 2013

Terrorismo da Lonely Planet (Km 1 in Thailandia)

Nel taxi che da Kuala Besut (Malesia) ci porta a Rantau Panjang (confine thailandese) nessuno apre bocca. Il ragazzo cileno siede davanti mentre la sua giovane sposa, seduta accanto a noi sul sedile posteriore, si addormenta a bocca aperta a pagina 114 della biografia di Steve Jobs. Il tassista, mani serrate sul volante, schiena piegata in avanti e occhi stretti, porta a termine le sue manovre ai limiti dello scontro frontale. Ma non fosse per quelli che vengono in senso contrario, che si buttano di lato per lasciargli strada, la sua carriera – e forse la nostra – sarebbe finita da tempo. Fuori dal finestrino scorrono palme a perdita d'occhio e poche case isolate. Molte sono baracche piuttosto mal messe, in legno o lamiere ondulate, ma non mancano le case in muratura dai portici ombrosi, sotto i quali la gente cerca sollievo dal sole stendendosi su un'amaca o sedendo in compagnia.
Coi due cileni non siamo amici. La nostra è una di quelle collaborazioni tra viaggiatori nate in un secondo e lunghe un minuto: li abbiamo sentiti contrattare il prezzo del passaggio verso la nostra stessa destinazione e abbiamo chiesto loro se volevano dividere la spesa. A volte queste situazioni portano alla nascita di belle intese, conversazioni interessanti e la promessa (quasi di certo vana, ma non si sa mai) di vedersi ancora da qualche parte nel mondo. Ma non è questo il caso.
Se i nostri tentativi di iniziare conversazioni non hanno avuto successo, i nostri compagni di strada ci fanno almeno la gentilezza di prestarci la loro Lonely Planet, visto che non abbiamo idea di dove andare una volta passato il confine. E proprio alla voce “Entrare in Thailandia dalla Malesia” mi trovo a leggere che il punto in cui stiamo per passare è pericolosissimo. L'autore sconsiglia fermamente l'intera zona, riferendo di “attacchi imprevedibili” da parte di banditi.
“La vostra guida dice che è pericoloso il posto dove stiamo andando. Lo sapevi?” dico a José (non che si sia presentato, ma la sua signora lo chiama così).
“Sì,” dice lui girandosi appena verso di me “ma ormai siamo qui, non ci possiamo fare niente.”
Non fa una piega.
Inizio ad innervosirmi, a sudare, nonostante l'aria condizionata. Continuo a leggere, pressato tra il braccio di Laura e la portiera. Scopro che dopo il punto di controllo tailandese c'è un chilometro da fare a piedi prima della stazione dei treni, che è la nostra destinazione. Penso a quante cose possono succedere in un chilometro: in quella terra di nessuno mi immagino coltelli, sgommate, urla, sangue e morte sicura. E poi teschi (i nostri) lasciati a marcire nella giungla.
Non appena scesi dal taxi i cileni ci salutano e vanno per conto loro verso l'ufficio immigrazione. Li ritroviamo pochi minuti dopo, in coda poco più avanti di noi, ma continuiamo a non avere niente da dirci. Subito dopo il controllo Laura e io ci fermiamo in bagno per i soliti aggiustamenti da “zona pericolosa”: carte di credito e passaporti nascosti nelle zone più recondite e... scongiuri.
Iniziamo a camminare, di buon passo. Fa caldo, sento la fronte gocciolare di sudore, lo zaino mi pesa sulle spalle e mi costringe a piegarmi in avanti. Dei tipi con delle casacche blu ci fanno cenni in lontananza. Quando gli passiamo accanto ci propongono un passaggio in motorino fino alla stazione. “No.” dico. A priori. Ignoro le timide proteste di Laura: non ci fidiamo di nessuno.
Dopo trecento metri di marcia siamo già stravolti. Altri turisti ci superano a tutta velocità, coi capelli al vento sui motorini. “Vedrete!” penso io “Vi ritroverete in mutande in un fosso insieme ai coccodrilli!”

Avanziamo lungo il ciglio della strada per altri cento metri e veniamo affiancati da un vecchio magrissimo alla guida di una bicicletta con sidecar tutta arrugginita. Ci offre un passaggio. Siamo sudati fradici e la strada, a guardarla meglio, sembra una strada normale: gente che viene e che va, venditori ambulanti, bambini per mano ai genitori, biciclette, macchine, motorini... e io inizio a pensare che come al solito ho esagerato. Ci accordiamo sul prezzo e accettiamo. Il vecchio ci fa caricare gli zaini su un portapacchi posteriore e ci fa accomodare sul sidecar, con la delicatezza di girare il cuscino di finta pelle nera per non farci scottare le chiappe. Ma appena fa per montare in sella il trabiccolo si impenna e si ribalta all'indietro per il peso. Il pover'uomo è desolato e cerca di riportare le ruote (e i clienti) a terra, mentre sulla strada i turisti sfrecciano comodamente sui sedili posteriori dei motorini, voltandosi per godersi la scena. Risistemato il carico partiamo. Il vecchio deve spesso scendere a spingere, ogni volta che la strada non è in discesa. Vorrei scendere ad aiutarlo, ma lui mi fa cenno di restare al mio posto. Io e Laura sorridiamo e io mi ricordo, d'improvviso, il motivo per cui non ho mai voluto comprare una guida turistica.

venerdì 24 maggio 2013

I camerieri di Kuala Lumpur

Palazzo abbandonato a Kuala Lumpur
Mi chiedo cosa li stampino a fare i menù, qui in Malesia. Ancora prima che tu ti sieda, già il cameriere vuol sapere cosa ordinerai. Magari tu gli dici “Scusa, ho bisogno due minuti”, e fai la faccia dispiaciuta di chi chiede comprensione. Allora lui ti guarda come se fossi un animale buffo: “Ok” ti risponde. Ma non si muove. Aspetta, con la punta della matita sul foglio di carta. E quindi tu, che hai dei problemi con la lingua e nessuna esperienza di cucina asiatica, finisci col puntare il dito su una pietanza a caso. È più o meno così che a Kuala Lumpur ci siamo beccati la diarrea.
Al Korner, un ristorante immenso all’angolo tra due strade, fanno cucina indiana, cinese e malese. La gente entra e esce a sciami, dato che non ci sono pareti esterne a dividere lo spazio occupato dai tavoli di plastica dal marciapiede affollato. Sul soffitto girano pigramente le pale unte dei ventilatori e, in fondo alla sala, un televisore trasmette il GP di Spagna. Per un lungo minuto provo a reggere la tensione e a concentrarmi sul menù, ma mi sento addosso lo sguardo di quel tale, in piedi nelle sue infradito a pochi centimetri dal tavolo. “Tandoori chicken”, dico puntando il dito sul menù. Laura invece ripiega su un più conservativo riso con carne. Ciò che mi viene servito, in un piatto di plastica rigida e dopo una lunga attesa, è un pezzo di pollo dal colore violaceo, così tenero che si taglia con un grissino e così piccante da far invidia al cibo messicano. Anche Laura, errore fatale, ne assaggia un boccone. Quella notte stessa mi sveglieranno i crampi alla pancia.
Non posso dire che sia per scelta, quindi, se a Kuala Lumpur ci restiamo cinque giorni (quattro in più del previsto). Abbiamo bisogno di rimetterci in sesto.
La città è enorme. Il cemento è ovunque si rivolga lo sguardo, anche in alto, e non fa che amplificare la sensazione di soffocamento data dal clima equatoriale e dal rumore dei motori, surriscaldati nelle code tra un cantiere e un semaforo.
Bighelloniamo in giro cercando di sfuggire il caldo, su e giù dalla piccola monorotaia (solo due vagoni) e dentro e fuori dagli enormi centri commerciali (quello più vicino al nostro albergo è di nove piani). Se ci aspettavamo (chissà poi perché) una città arretrata, quello che troviamo è una città poliglotta e tecnologica. Poliglotta perché quasi tutti i suoi abitanti, siano essi malesi, cinesi o indiani, oltre alla loro lingua madre e al malese, parlano anche l’inglese. Tecnologica nel senso che è difficile guardarsi attorno e trovare qualcuno che non stia facendo scorrere il dito sullo schermo di uno smartphone o di un tablet.
È davvero impressionante, ma allo stesso tempo settoriale. Mentre siamo alla ricerca di una chiavetta USB nella quale archiviare le migliaia di foto che Laura continua a scattare, ci ritroviamo in un centro commerciale di cinque piani, tutto dedicato alla tecnologia. I prezzi sono molto convenienti e ci viene l’idea di comprare un eReader (che pesa meno dei libri di carta e, soprattutto, ci consentirebbe di tornare a leggere in italiano). Ma in esposizione non vediamo altro che computer portatili, tablet e telefoni cellulari. E tutti gli accessori del caso. Chiediamo in giro: dal primo piano ci mandano al quarto, poi al terzo. Alla fine ci arrendiamo, e la sensazione è che non sappiano proprio di cosa stiamo parlando. Al Korner non ci siamo fatti più vedere. Per mangiare andiamo sempre dai cinesi, e la scelta è ampia tra i tanti ristoranti di Jalan Alor, una strada sovrastata da centinaia di lanterne rosse che la sera si riempie di odori di carne e pesce alla griglia, di tavoli apparecchiati e di pentoloni fumanti. La folla invade il poco spazio rimasto al centro della strada, rendendo difficile il transito delle auto. L’ambiente ci piace, e soprattutto sappiamo che dai cinesi possiamo sempre trovare riso bianco e pollo. Quasi riesco a battere sul tempo il cameriere, fingendo di guardare il menù e ordinando a tempo record, ma ho ancora tanto da imparare. Tempo tre giorni e stiamo di nuovo bene, pronti per ripartire. Verso il mare del nord. Arrivati a Kuala Besut ci troviamo una stanza per la notte e compriamo i biglietti per la barca che l’indomani mattina ci porterà sull’Isola di Perhentian. Passiamo una notte infernale, sudati sotto le pale traballanti del ventilatore. Verso mezzanotte sento dei rumori in corridoio, poi vedo girare la maniglia della nostra porta. Infine uno spiraglio di luce sempre più ampio illumina brutalmente la stanza. Salto seduto sul letto, in mutande, e abbaio qualcosa verso l’intruso. Laura si sveglia, si spaventa, urla anche lei. Il malintenzionato è in realtà un povero giapponese col cappellino rosso e il trolley, e ha sbagliato stanza. Richiude cerimoniosamente la porta, con un mezzo inchino, e se ne va. “Ci siamo dimenticati di chiudere!” “Eh già.” “Ti alzi tu?” “No.”
Arrivati sull’isola prendiamo in affitto una casetta sulla spiaggia e proviamo a rilassarci per qualche giorno: passiamo il tempo leggendo, guardando film e facendo bagni nel brodo caldo e cristallino che è il mare da queste parti. Noleggiamo anche una canoa, con la quale solchiamo lentamente le acque alla ricerca di spiagge nascoste. Ma, soprattutto, mangiamo un sacco di pesce al Mama’s Place, un ristorante sulla spiaggia del quale siamo presto diventati habitué. Il pesce è fresco e cucinato ad arte, ma la vera attrazione è il loro succo di mango. Buono da far scoppiare il cervello. È piacevole trascorrere le giornate senza avere niente di particolare da fare. Spesso si finisce col combinare molto di più che nelle giornate frenetiche, nel senso che si ha finalmente il tempo di occuparsi di se stessi e di fare cose rimandate da tempo. Ma la solita inquietudine chiama, ci ricorda che c’è un viaggio da continuare, altri mari da vedere, altre grigie città da cui scappare. Il quinto giorno risaliamo in barca e torniamo sul continente. A Kuala Besut prendiamo un taxi insieme a due cileni appena conosciuti e in un’ora e mezza di sorpassi assassini siamo a Rantau Panjang, al confine con la Tailandia.



sabato 18 maggio 2013

Singapore è Disneyland con la pena di morte


Atterriamo a Singapore alle sette di sera, ora di cena. Il che è perfetto, dato che siamo affamati e che abbiamo un'ora di tempo libero. Un'ora per aspettare che un altro volo, proveniente da Kathmandu, atterri. Chiamiamole coincidenze.
Tra un'ora incontreremo Tomi e Tei, una coppia di finlandesi al rientro di uno dei loro numerosissimi viaggi. Abitano a Singapore, sono scienziati informatici e lavorano per l'Università Statale. Cos'hanno a che fare con noi? Coincidenze. E la disposizione all'incontro di cui si gode quando si viaggia o si vive lontano da casa.

Wanaka, Nuova Zelanda. Una coppia varca la soglia del Francesca's Italian Kitchen, il miglior ristorante in città. Chiedono un tavolo, ma non hanno prenotato e devono accontentarsi di sedere al banco. Ordinano antipasti misti e una pizza al barista Zack, un americano del Colorado. Accanto a loro c'è una cameriera gentile, dal forte accento italiano, che trascrive l'ordine per trasmetterlo alla cucina. Mentre trascrive nota che l'uomo sa quello che dice: dice “Bruschetta”, non “Bruscedah”, come le capita di sentire ogni giorno. Così la cameriera italiana si avvicina al barista del Colorado e dice sottovoce: “Scommettiamo che sono italiani?” Perde la scommessa. Viene fuori che i due sono finlandesi e tutti insieme si fanno una bella risata.
Due giorni dopo i due tornano al Francesca's. Questa volta hanno prenotato e si godono il tavolo fino a chiusura. Verso le undici rimangono gli unici avventori in sala. La cameriera italiana è stanca, vuole andare a casa e si avvicina per chiedere se vogliono ordinare altro. I due sono sazi, ma fanno volentieri due chiacchiere sui soliti argomenti noti ai viaggiatori: da quanto tempo sei qui, dove sei stato prima, dove andrai dopo. La cameriera dice che la sua prossima tappa è Singapore, ed ecco la prima coincidenza: i due a Singapore ci vivono, e la invitano a stare a casa loro. (Col suo compagno di viaggio, s'intende!)

Così eccoci in attesa della prossima coincidenza: i due finlandesi tornano proprio oggi da un viaggio in Nepal, proprio un'ora dopo il nostro arrivo. Laura fa le presentazioni: “Tei, Tomi, Andrea.” “Nice to meet you!”
Insieme prendiamo un taxi. Tomi è un fiume in piena di entusiasmo e informazioni, e lungo il tragitto ci racconta qualche aneddoto su Singapore. Ingaggia anche una disputa col taxista riguardo al raggio d'estensione della Città: “40 Km” dice Tomi “Sono almeno 60!” dice l'altro.
Quando arriviamo a casa loro rimango a bocca aperta. È un appartamento ultra-moderno, in un complesso residenziale nuovo di zecca dal nome “Reflections”, le cui palazzine si riflettono, appunto, in una serie di fontane: vasche di vetro incastonate tra giardini curatissimi, illuminate durante la notte da luci colorate. Vi sono guardie armate all'ingresso, eserciti di giardinieri continuamente all'opera, due piscine e una palestra. Cancelli, ascensori e porta di casa si aprono e si chiudono grazie ad un'unica chiave elettronica. All'interno dell'appartamento tutto è bianco e lucido e funzionale, compresa la cucina a scomparsa (se non me l'avessero mostrata non sarei stato in grado di trovarla). L'ufficio di Tomi, per così dire, è una chaise long di pelle nera in fondo alla quale, dalla parte dei piedi, c'è il monitor di un computer dotato di mouse a tastiera senza fili.
Il tour della casa continua. Ci mostrano la nostra stanza e il nostro bagno.
“C'è anche il rifugio anti-bomba” dice Tomi mostrandomi lo sgabuzzino.
“Come scusa?” dico io, convinto di aver capito male.
Me lo ripete. Ha detto proprio “anti-bomba”. Mi fa notare la porta d'acciaio rinforzato, i muri spessi e la presa d'aria con relativa protezione d'acciaio.
“E cosa ve ne fate di un rifugio anti-bomba?” chiedo, dato che non mi risulta che Singapore sia o sia stata di recente al centro di conflitti armati. Tomi dice “Non lo so”, ma mi informa che tutte le case di Singapore ne hanno uno, anche se probabilmente finisce sempre per essere usato come sgabuzzino.

Singapore è Disneyland con la pena di morte. Così almeno la descrive il giornalista William Gibson. Di sicuro è la città più moderna e funzionale che abbia mai visto: architettura dalle forme improbabili, slanciate verso l'alto; trasporti pubblici veloci e puntuali che coprono tutto il territorio; immensi centri commerciali nei quali è più facile perdersi e prendersi una polmonite che trovare quello che si cerca. Singapore è il luogo in cui si può aprire una società in dieci minuti, ma è anche il luogo in cui puoi ritrovarti completamente nudo, piegato a novanta gradi e legato ad un trespolo, pronto per la fustigazione. Per reati quali furto, stupro e traffico di droga, ma, a discrezione delle autorità, anche per le infrazioni del codice della strada. E poi, sì: c'è la pena di morte.
È una città multiculturale, in cui vivono fianco a fianco (ma ciascuno nel suo quartiere) persone di origine cinese, malese, indiana... Tutti sono cittadini di Singapore, e spesso comunicano tra loro in inglese. Ci sono anche molti occidentali, attirati dalle opportunità che questa Disneyland offre.
Benché conti oltre cinque milioni di abitanti, (quasi un milione in più dell'intera Nuova Zelanda!), il traffico sembra sostenibile. Tomi mi spiegherà il perché: non basta possedere una macchina e una patente per poter circolare: è necessario comprare una – costosissima – licenza. Ecco spiegato perché in giro, a parte i taxi e i motorini, si vedano quasi solo auto di lusso.
La città è molto pulita e non ricordo di essere entrato in un bagno pubblico senza inciampare nell'addetto alle pulizie intento nel suo lavoro. È ancora Tomi a suggerire una possibile spiegazione: qui la legge non prevede alcun salario minimo, quindi bisogna darsi da fare per sbarcare il lunario.

A Singapore rimaniamo sei giorni, e sono abbastanza. Il nostro fedele compagno è il caldo, che qui a due passi dall'equatore incolla i vestiti alla pelle e rende faticosi anche i pensieri. A complicare le cose ci si mette l'aria condizionata, che ci investe sulla soglia di ogni edificio o mezzo di trasporto gelandoci addosso il sudore. Per poi ripiombare sotto un caldo pesante come un macigno, e così via.
Teniamo un ritmo rilassato, direi vacanziero. Ci svegliamo tardi e usciamo per fare un giro da qualche parte: un giorno al Museo delle Civiltà Asiatiche, un altro lungo il Singapore River. Poi una visita a China Town, una a Little India...
Il quinto giorno prendiamo un autobus a caso e arriviamo fino al capolinea, decisi a vedere coi nostri occhi i luoghi in cui vive la gente normale (quella che dopo aver curato i giardini dei ricchi e pulito i cessi dei centri commerciali del centro torna a casa a far da mangiare). Fuori dal centro la città cambia faccia, ma non di molto. I grattacieli avveniristici lasciano il posto ad altrettanto alti palazzoni dai balconi tutti uguali, coi loro panni stesi come bandiere alle aste che sporgono dalle finestre. Sono immensi formicai di cemento, ma almeno dall'esterno non c'è traccia di degrado: non c'è spazzatura in giro, gli intonaci sono intatti e la poca erba tagliata di fresco. Accanto ad un palazzo un cartello dice “Allerta crimine”. Leggendo oltre, si capisce che fa riferimento ad un'attività di prestiti non autorizzata segnalata in quella zona in un determinato periodo di tempo.
L'ultimo giorno è un sabato. Con Tomi e Tei andiamo a Wetland, un parco naturale in cui avvistiamo lucertole giganti, coccodrilli, lontre e un orribile serpente. Assistiamo anche alla scena di alcuni ragazzi cinesi che, camminando in infradito, mentre cercano di avvistare una lucertola nel fiume che gli scorre accanto, quasi inciampano in un'altra lucertola, ben più grande, che se ne sta tranquilla a scaldarsi in mezzo al sentiero. Quando se ne accorgono fanno un salto all'indietro.
Ripartiamo la domenica mattina con un autobus diretto a Kuala Lumpur, Malesia. E sono sei ore di maledetta aria condizionata.


martedì 14 maggio 2013

Ultimi mesi in Nuova Zelanda: le foto

Il viaggio che da Taupo ci ha portati a Wanaka, nell'Isola sud. I nostri quasi tre mesi a Wanaka.