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giovedì 27 giugno 2013

I tunnel di Cu Chi

Poco distante dalla città di Saigon si trova Cu Chi, un' area percorsa da centinaia di chilometri di tunnel sotterranei, costruiti inizialmente dai Viet Minh durante la guerra di liberazione contro i francesi (1945-1954) e poi ricondizionati e ampliati in occasione della nuova guerra di liberazione, quella contro gli americani, combattuta tra il 1960 e il 1975. Si tratta di una complessa rete di gallerie, costruite su tre livelli di profondità, che consentivano ai VietCong di muoversi senza essere visti, di far muovere informazioni e rifornimenti e, infine, di sopravvivere alla schiacciante superiorità di mezzi dei nemici, che bombardavano innanzitutto per via aerea. Sotto terra si trovavano anche ospedali, depositi di armi, dormitori, cucine... A garantire la quantità d'ossigeno necessaria erano una serie di condotti che collegavano le gallerie con la superficie.
Per noi tutto inizia quando troviamo, in una stanza d'albergo in Cambogia, un libro abbandonato. Si intitola "The tunnels of Cu Chi". Laura lo legge, mi racconta quello che viene a scoprire, ed entrambi veniamo incuriositi da quella storia. Decidiamo di andarci.
Per pigrizia facciamo l'errore di prenotare una visita guidata ai tunnel direttamente dall'albergo, a Saigon. Le visite guidate hanno di solito un ritmo imposto, in genere si è in molti e ci si affolla tutti insieme intorno ad uno stesso oggetto. E poi manca il silenzio, necessario a far lavorare l'immaginazione, per poter ricreare nella propria mente situazioni passate, fatti accaduti in quel determinato luogo. Comunque ormai è fatta, vada come vada.
Viene a prenderci un ragazzo magro dagli occhi affilati che sarà la nostra guida per la giornata e ci accompagna attraverso il vicolo fino alla strada principale, dove ci aspetta un bus già riempito di altri turisti di diverse provenienze.
Siamo una trentina di persone. La guida dice di chiamarsi Em: "Da non confondere con Am! Non mangiatemi per favore!" dice, prendendo un piglio sarcastico che manterrà per tutto il tempo.

Mentre fa i biglietti per tutti, lo aspettiamo in una sala le cui pareti sono percorse da fuciliere piene di armi da guerra, prevalentemente di fabbricazione americana e cinese. Carabine, mitragliatrici, lanciagranate e altra artiglieria lasciata sul terreno dai soldati durante la guerra. Em ci raggiunge pochi minuti dopo: "Scegliete la vostra preferita!" dice "AK47? Come John Rambo? Ta-ta-ta-ta-ta."
Dopo aver visto un video documentario dal sapore propagandistico, datato 1967, che illustra la vita dei soldati rivoluzionari e la collaborazione dei civili nella lotta armata, ci spostiamo all'imbocco di uno dei tunnel. Em indica un punto sul terreno dove non vedo altro che foglie e terra: nessun buco, nessun segno visibile. Poi muove alcune foglie col piede e scopre una piccola botola di legno rettangolare, non più lunga di 40 cm e larga 30. La apre e spiega che quella è un'entrata "standard", ovvero che è stata lasciata delle misure originali e non allargata per meglio consentire le visite turistiche. Chiede se qualcuno se la sente di provare ad entrarci e a chiudere il coperchio dietro di sé. Dentro non si vede altro che una biforcazione e poi il buio, in entrambe le direzioni: sembra la tana di una talpa. "Il volontario deve essere magro," spiega, "a misura di vietnamita." Poi prepara un'altra frecciata: "I GI, i soldati americani, rimanevano bloccati quando cercavano di entrare nei tunnel perché erano grassi." Simula una pancia gonfia con le braccia. "Gli piaceva troppo fumare la marjuana, e la marjuana mette fame."
Un rumore molto simile a uno sparo in lontananza mi distrae, poi un altro e un altro ancora. "Hai sentito?" chiedo a Laura. Lei non l'ha sentito, e io mi sto sicuramente sbagliando. Deve essere una suggestione dovuta al luogo in cui mi trovo e ai troppi film spazzatura che Hollywood ha dedicato al tema e che io mi sono sorbito da bambino.
Proseguiamo attraverso le trappole atroci che i VietCong nascondevano per impedire ai loro nemici di trovare i tunnel: vecchie gabbie per tigri, buche con una varietà di spuntoni in bambù (o in metallo recuperato dai detriti delle bombe americane) che andavano a conficcarsi in diverse parti del corpo a seconda del tipo. I malcapitati rimanevano così bloccati e feriti, finché i VietCong non andavano a recuperarli per portarli nelle prigioni e trasferirli poi ad Hanoi, nel Nord.
Riprendiamo a camminare attraverso un bosco di alberi della gomma, che tra l'altro a quel tempo non c'era. Non un albero era rimasto, solo terra bruciata, grazie ai bombardamenti al Napalm e agli agenti chimici a base di diossina usati dai GI.
Ci avviciniamo ad un carro armato americano, probabilmente danneggiato da una mina anticarro, e sento di nuovo gli spari. Una vera e propria mitragliata questa volta, e molto vicina. E poi altri spari ancor più vicini, finché non arriviamo alla sorgente di quel rumore e io rimango a bocca aperta: c'è una cava di terra rossa alla cui estremità sono sistemate diverse armi: gli AK47 vanno per la maggiore, ma c'è anche un M16 montato su un cavalletto, a bordo di una Jeep dell'esercito americano. Capisco che Em non scherzava quando diceva "Scegliete la vostra preferita". Per una cifra che va dai 20.000 ai 40.000 VND (da circa 1 a 2$) è possibile sparare con una di quelle armi. Solo uno di noi, un australiano, lo farà. Mi avvicino incuriosito: non mi aspettavo proprio di trovarmi in una sorta di parco dei divertimenti. Una raffica di mitra mi assorda e devo portarmi le dita alle orecchie: era un italiano a sparare, ed ora se ne va col figlio in adulazione sottobraccio. "Papà, com'era?"
La situazione è paradossale: in un luogo in cui un'atroce guerra d'aggressione ha avuto luogo, turisti occidentali provenienti da quello stesso mondo un tempo sconfitto impugnano quelle stesse armi per gioco, sotto gli occhi annoiati dei locali. Quegli stessi locali che hanno organizzato tutto, e che ora ne ricavano profitti.
Il nostro australiano divarica le gambe nude una davanti all'altra, avvicina un occhio al mirino, si concentra. Poi fa fuoco, sembra soddisfatto. Un soldato vietnamita, responsabile di quell'arma, lo guarda con un'espressione incolore ad una distanza di un metro. Si avvicina per ricaricare il fucile, senza dire una parola, poi torna al suo posto. Ho la sensazione che tutto questo non gli piaccia affatto. Quanto a me, che ho fatto obiezione di coscienza, perdo volentieri l'occasione di impugnare un'arma per la prima volta.
Lasciato il rustico poligono di tiro, entriamo finalmente in uno dei tunnel, nel quale sono stati allargati gli ingressi e sistemate alcune fioche luci. Facciamo un tratto di soli 100m, ma ne esco con le gambe a pezzi e fradicio di sudore. Penso ai VietCong, che a volte ci rimanevano per mesi senza uscire. Le donne ci partorivano, i malati ci morivano. C'era perfino una compagnia di teatro che girava per i tunnel intrattenendo i soldati, cercando di tenerne alto l'umore facendo la parodia degli americani.
Em si guarda bene dall'accompagnarci sotto terra e ci aspetta dall'altra parte. "Se volete continuare a camminare" dice "da quella parte potete sbucare fino in Cambogia! E pensate" continua " che una parte dei tunnel si trovava proprio sotto una delle basi americane. Loro cercavano Charlie, e ce l'avevano sotto al culo!" Continua poi raccontando che a volte i VietCong si travestivano da civili e si avvicinavano alle basi americane. "Ma non per spiare, per ascoltare la musica!" Mi domando se questo ragazzo abbia un motivo per essere così spietatamente sarcastico nei confronti degli sconfitti americani, o se sia solo orgoglio patriottico. Gli chiedo se abbia avuto qualche parente coinvolto nella guerra e lui mi dice di sì. Suo padre. Ma non stava coi VietCong, stava con l'esercito sud vietnamita, e quindi ha combattuto con gli americani. Ora sì che sono confuso.

mercoledì 19 giugno 2013

L'agente Orange per le strade di Saigon

Stamane l'ennesimo piccolo grande contrattempo mi ha guastato la giornata. Ora cammino per le strade di Saigon accanto a Laura, con le spalle curve più del solito, come avessi addosso chili di abiti bagnati. Dopo essere stati all'ambasciata cinese (e aver scoperto che per varie ragioni non possiamo ottenere il visto qui, ma “forse ad Hanoi sì”) abbiamo fatto due calcoli sui paesi che ci mancano da attraversare e ci siamo resi conto che i nostri passaporti non hanno abbastanza spazio libero per i timbri. Questo vuol dire guai, noie burocratiche che vanno a complicare un quadro già abbastanza incasinato per ottenere i visti stessi. Laos, Cina, Mongolia e Russia (questo l'itinerario che avremmo in mente prima di rimettere piede in Europa) pretendono almeno due pagine vergini a testa sul passaporto, mentre noi ne abbiamo due in tutto. Questo vorrebbe dire arrivare in Laos e poi rimanere bloccati, visto che a Vientiane non c'è un'ambasciata italiana in cui chiedere un nuovo documento.
“Hai detto qualcosa?” mi chiede Laura.
“Non ho aperto bocca.” rispondo bruscamente.
In realtà stavo mugugnando tra me e me, mandando maledizioni ai quei bastardi dei poliziotti di frontiera (messicani, australiani e statunitensi in prima fila) che nell'ultimo anno e mezzo, con lo scazzo proprio di chi non aspetta altro che tornare a casa ad accendere la televisione, hanno messo timbri a caso sul mio passaporto ancora nuovo, portandosi via intere pagine che ora sarebbero preziose.
Ci sediamo al tavolo di un ristorantino, in un vicolo affollato di venditori, motorini parcheggiati e viandanti. Ordiniamo due piatti di noodles e non diciamo una parola. Mentre aspettiamo i nostri piatti inizia a piovere, come succede ogni giorno quasi sempre alla stessa ora (siamo agli inizi della stagione delle piogge) e io, che sono seduto di fronte a Laura, con le spalle al vicolo, devo spostarmi e andare a sederle accanto per poter stare sotto la tettoia. Mangiamo in silenzio guardando la pioggia che scende e la gente che passa, avvolta nelle mantelle di plastica colorate. Di fronte a noi, dall'altro lato del vicolo, un uomo è seduto a terra nel suo minuscolo negozio e gioca coi suoi due figli piccoli. Di tanto in tanto si affaccia un avventore per comprare una bottiglia d'acqua o una birra, e allora lui si tira su con la forza delle braccia, appoggiandosi all'espositore di vetro pieno di saponette e deodoranti. Ha le gambe corte, sottilissime, e un piede girato in una posizione innaturale che non gli permette camminare. È uno dei tanti, e tra i più fortunati, che a oltre trent'anni dalla fine della guerra contro gli americani ancora pagano le spese dell'uso di armi chimiche. Il cosiddetto “Agent Orange” in particolare, usato dagli americani per fare “terra di nessuno” grazie all'azione devastante della diossina.* A questa schiera impressionante di deformi, che si incontrano ad ogni angolo di strada, si uniscono le migliaia di mutilati che, anche dopo la fine della guerra, hanno lasciato le gambe e qualche volta le braccia sul terreno a causa delle mine.
Col piatto ormai vuoto, aspettiamo in silenzio che spiova, ma venti minuti più tardi dobbiamo deciderci ad alzarci, visto che non accenna a diminuire. Attraversiamo in un balzo il vicolo, schivati all'ultimo da un motorino in transito, e compriamo nel piccolo negozio dell'acqua e una bevanda al cioccolato per la colazione di domani. L'uomo ci dà il resto e ci saluta con un sorriso, poi si risiede a terra accanto ai figli. Noi camminiamo muro muro cercando riparo sotto le tende parasole dei negozi, ma quasi sempre ci ritroviamo in mezzo alla strada per aggirare mercanzie in esposizione, tavoli di ristoranti, macchine e motorini parcheggiati che rendono il marciapiede impraticabile.
Infine viene la parte più difficile: attraversare la strada. Aspettare non serve a niente: non ci sarà mai un momento in cui il flusso del traffico (un fiume di migliaia di motorini) smetterà. Il trucco è iniziare a camminare lo stesso, senza fare l'errore di fermarsi o esitare, e aver fiducia nel principio di autoregolazione del flusso.


*Si stima che tra il 1961 e il 1971 siano stati gettati sul territorio del Vietnam del Sud circa 77 milioni di litri di diserbanti, nell'ambito dell'operazione americana “Ranch Hand”, mirata alla distruzione della vegetazione nella quale i Vietcong si nascondevano. Di questi, 49,3 milioni di litri erano di Agent Orange e contenevano più di 360 Kg di diossina, distribuita a più riprese su oltre 2,6 milioni di acri. Anche i soldati americani (e australiani, neozelandesi, sud-coreani e vietnamiti dell'esercito “regolare”) hanno subito l'esposizione all'Agent Orange, ma i civili sudvietnamiti hanno continuato – e continuano – a pagarne le spese negli anni a causa della profonda contaminazione del terreno. Secondo diversi studi scientifici vi sarebbe una correlazione diretta tra l'uso dell'Agent Orange e le malformazioni alla nascita.