lunedì 31 dicembre 2012

2013: il (non) capodanno con lite coniugale


“Ehi, andiamo a casa?” dice con voce soffice.
Apro un occhio. Non stavo esattamente dormendo, ma non ero neanche del tutto sveglio. Da quanto tempo sono qui?
“Ma come andiamo?" dico, "Quanto manca a mezzanotte?”

Non so perché, ma il capodanno mi interessa. Mi piace l'idea di tirare le somme, di guardare la pagina vecchia con tutte le sue frasi interessanti, le cancellature. La mia è più una voglia di nostalgia che entusiasmo per il futuro. Preferisco dicembre a gennaio, è meglio l'ultimo foglio del calendario che averne ancora 12 da scontare. E la mezzanotte del 31 di dicembre è il momento culminante di una lunga attesa, il momento in cui sparo un minicicciolo e mi meraviglio di quanto tempo ci fosse pressato in quei 365 giorni.

“Quanto manca alla mezzanotte?” chiedo.
Siamo a casa di amici e dopo cena mi sono buttato su un letto a sonnecchiare. Da un po' di tempo la mia sveglia suona alle sei di ogni mattina, e con l'arrivo dei turisti in città le giornate di lavoro si sono fatte più lunghe e faticose. Tutti quanti vogliono fare colazione al Taste Café, a quanto pare. Se aggiungiamo l'insonnia, che ogni tanto si porta via qualche ora di sonno, è comprensibile che mi si chiudessero gli occhi.
“Ma come andiamo a casa?” dico, “E il brindisi?”
“Ma è mezzanotte e un quarto.” dice Laura, in piedi nel fascio di luce della porta aperta.
“Cosa? E perché non mi hai svegliato?”
“Dormivi così bene...”
“Ma... Ma che ore sono?”
“Mezzanotte e un quarto.”
“Potevi svegliarmi sedici minuti fa anziché adesso!”
“Lo so ma...”
Non ascolto già più, sono veramente arrabbiato. La interrompo. Articolo male le frasi.
“Ma che senso ha non svegliare uno che dorme salvo poi svegliarlo lo stesso, ma un quarto d'ora dopo, e dirgli che si è perso la festa?”

Mi tiro su. Ormai è andata. Sono furioso e devo sembrare gentile, almeno salutare gli amici come si deve.
In macchina, verso casa, neanche una parola. La gente fa baldoria per le strade, dall'altra parte del finestrino. Una ragazza si siede per terra in mezzo a un marciapiede, mentre due suoi amici si fermano ad aspettarla. Sul lago sparano gli ultimi fuochi d'artificio.
A casa, nel buio della stanza, occhi spalancati. Tra cinque ore suona la sveglia, e io mi sono perso il capodanno.

giovedì 27 dicembre 2012

Natale a Taupo (mancano solo Boldi, De Sica e la Belén)


Stamane ci siamo svegliati presto: volevamo aprire i regali. Charles, il padrone di casa e ormai a tutti gli effetti un amico nostro, ha preparato una colazione a base di salmone e champagne. “Come si usa a casa mia, in Inghilterra” ha detto. Chris, il suo compagno, non è tipo da feste natalizie, ma fa del suo meglio e si unisce a noi, anche se un po' assonnato. Ha persino comprato un regalo per Charles e l'ha messo sotto l'albero insieme agli altri.
Il programma è semplice e promettente: mangiare. Ieri abbiamo fatto il pieno di carne e pesce per il barbecue. In frigo c'è birra in abbondanza e io sto per infornare un paio di focacce. 

Dylan il cane ha ricevuto da Babbo Natale un collare nuovo ed un coniglio di pezza. Ma ora non ha tempo per giocare. Si aggira per la cucina perché sa benissimo che, per sbaglio o con intenzione, qualche pezzo di grasso finirà sul pavimento. Bob il gatto, invece, ha ricevuto due topolini di peluche, ma pare che preferisca giocare con le stringhe delle scarpe.
Per pranzo Charles decide di iniziare con l'anatra e con le salsicce. A me sembra tutto delizioso, anche se Chris guarda il piatto e dice “Mai fidarsi degli inglesi al barbecue!” (L'altra sua massima è “Mai fidarsi dei cuochi magri. Guarda me!”)
Dopo pranzo il caldo si fa pesante e l'entusiasmo è in calo. Decidiamo di fare un giro sul lago Rotopounamu, a sessanta chilometri da Taupo. Chris non si unisce a noi: preferisce chiudersi nella sua “caverna”, la stanza piena di computer, piatti e bicchieri vuoti in cui passa gran parte del suo tempo libero. In compenso verrà Dylan, che ha già preso posto accanto al finestrino.

Il lago Rotopounamu è piccolo e silenzioso. Si trova in mezzo a una foresta e lo si può raggiungere solo camminando. All'ingresso del sentiero un cartello dice “No dogs.”
“Merda!” dico io.
“Oh no!” dice Laura.
“Non importa.” dice Charles avviandosi, “Io non l'ho visto il cartello. Voi l'avete visto?”
“No.”
“No.”
“Wof!”
Dylan sembra l'unico a non porsi il problema. Tira il guinzaglio con entusiasmo verso il primo albero da marcare.
Lungo il sentiero che percorre il perimetro del lago, la foresta è talmente fitta che lo specchio d'acqua non si vede: lo si può solo intuire nascosto oltre gli alberi. Ci si presenta davanti nella sua  solitaria semplicità quando imbocchiamo un altro sentiero che porta ad una piccola spiaggia. Nessuno ha pensato di venire qui oggi, a parte noi.
Dylan è alle prese con la prima nuotata della sua vita, ma non sembra troppo entusiasta. Laura e Charles si immergono completamente nell'acqua fredda, cercando un po' di sollievo, mentre io preferisco starmene seduto su un tronco d'albero, dove presto anche loro mi raggiungeranno. (Tutti tranne Dylan, che dalla riva guarda insistentemente le oche nuotare al largo. Troppo al largo per lui.)
“Questo è il miglior Natale che abbia vissuto qui in Nuova Zelanda” dice Charles. E ci ringrazia. Vive qui da cinque anni, ma non c'era mai stato un albero a luccicare in salotto prima. Né i regali, né il barbecue. Nessuna gita fuori porta. Anche noi siamo contenti di questo Natale, il secondo lontano da casa. Il secondo senza maglione, senza le lasagne della nonna, senza l'odore del caffè dopo pranzo.

È ora di tornare. Abbiamo una missione da compiere: mangiare. Mangiare l'altra metà del ben di dio messo da parte per oggi. Cosa rimane ancora? Gamberi, braciole, hamburger fatti in casa... E birra.







domenica 23 dicembre 2012

Fuck you, insomnia


Nel buio lo schermo del mio cellulare colora il soffitto di blu: 1:20 a.m. 

Insonnia. Esiste davvero o è solo una suggestione? Se non dovessi alzarmi così presto domani mattina, forse, non sarei qui a pormi il problema. Se non avessi questa sveglia puntata alla tempia probabilmente stapperei un'altra birra, leggerei un altro capitolo. Magari uscirei a fare due passi, mi siederei su una panchina a guardare i tombini. 
Dunque, l'insonnia non esisteva prima che inventassero la sveglia? È figlia degli obblighi tutta quest'ansia? Si tratta solo di una conseguenza di ritmi che non mi appartengono?
Quanto invidio le persone che chiudono gli occhi e subito si addormentano. Ne ho una accanto proprio adesso. Si spengono come gli aspirapolvere: un ultimo sbuffo e poi tutto tace. Ma se io chiudo gli occhi il mio cervello prende lavorare più in fretta, acquista una nuova lucidità, va dritto al punto. E allora è interessante. Ma più spesso si ingarbuglia intorno ad una questione senza cavarne fuori niente. Ossessivo. Altre volte rimugina stronzate, piccolezze quotidiane che probabilmente hanno sollevato questioni più grandi. Ma non dovrebbe essere compito dei sogni, dell'attività onirica, occuparsi di queste cose? Devo per forza essere presente anch'io?

2:45 a.m. Allontano lo schermo del cellulare dagli occhi ma un piccolo rettangolo di luce rimane impresso, rimbalza e si moltiplica sulle palpebre chiuse. Pruriti inspiegabili nelle zone più irraggiungibili della schiena mi costringono a contorcermi. Mi graffio con rabbia: perché non dormi, stronzo!

Fuck you, insomnia. Non mi terrai qui a rigirarmi attorno al cuscino come un pollo allo spiedo.
La luce dei lampioni che filtra dalle tende è sufficiente per trovare i pantaloni e le scarpe. In un minuto sono fuori, furtivo, senza svegliare nessuno. Soprattutto Dylan il cane, perché se si sveglia lui è un pasticcio. 
L'aria è fresca, sento il sudore asciugarmisi addosso. Prendo la bicicletta e inizio a passare in rassegna il reticolato di strade intorno alla casa, lentamente, quasi senza pedalare. Non c'è nessuno in giro, solo qualche taxi a caccia di ubriachi da riaccompagnare. 
Mi guardo intorno. Ogni casa un giardino, ogni giardino un vialetto, ogni vialetto una macchina. È lo standard. Anche in questa zona, dove la gente è più povera. Mi fermo un attimo al numero 35 di Rotokawa Street: una vecchia Toyota Corolla piena di ammaccature se ne sta di sbieco tra le erbacce, accanto ai pali di una vecchia altalena senza più un sedile. La casa avrebbe bisogno di una riverniciata, decadente anche alla luce indulgente dei lampioni. C'è una luce accesa oltre i vetri incrinati di una finestra. Si affaccia un uomo con una tazza in mano, guarda verso di me. Riprendo la strada spingendomi col piede contro il marciapiede.
Mi arrampico lungo Taupo View Rd. fino a raggiungere la cima della collina. Nel girare l'angolo per Rifle Range Rd. quasi mi scontro con una ragazza forse quindicenne, vestita in canottiera e pantaloni di jeans cortissimi. Cammina veloce, mi scarta e passa oltre. Sta piangendo.

Io sono un tipo “prima il dovere e poi il piacere”. Preferisco lavare i piatti subito e poi sdraiarmi sul divano e non pensarci più. Ma se vedo un lago in fondo a una discesa non resisto. Non importa se al ritorno mi tocca la salita. Così prendo un bel respiro, lascio andare il manubrio e mi godo qualcosa di facile. Senza pensare al “poi”, una volta tanto. 
Il lago è più bello di giorno, quando è azzurro e quando si vede il vulcano Ruapehu coperto di neve sullo sfondo. Le case quaggiù sono lucenti, tengono nascoste le Mercedes oltre le saracinesche automatiche dei garage. Gli impianti di irrigazione – esseri insonni anche loro – sollevano un profumo che sembra di pioggia. Ogni casa ha uno stile diverso: dallo chalet svizzero al cottage americano. Ma tutti gli architetti hanno avuto un pensiero comune: la terrazza con vista lago.
Già che sono venuto fin qui qui, vado a vedere che aria tira in centro. Passo davanti al Taste Café, a quest'ora buio e silenzioso. Tra poche ore sarò in quella cucina ad affettare carote. Nel parcheggio lungo la riva c'è una lunga schiera di macchine e camper, dove anche io e Laura ci siamo fermati a dormire durante le nostre prime notti a Taupo. Poco oltre, gli unici locali aperti la notte: qui sono concentrati tutti gli esseri umani ancora svegli di questa città. Musica, risate, birra. Forzo un poco l'andatura: non sia mai che c'è in giro qualcuno che conosco e mi tocca fare conversazione. Non ho neanche un dollaro in tasca, fra l'altro, anche se mi volessi fare una bevuta.

La salita non è poi così faticosa senza il sole del pomeriggio e senza i pantaloni da lavoro che indosso di solito quando la percorro.
Mi rinfilo nel letto. Tra non molto suonerà la sveglia e io mi alzerò comunque, come sempre. Come tutti gli insonni del mondo. Siamo, a nostro modo, degli eroi resistenti.

sabato 15 dicembre 2012

Mao Tse-tung


“Take it easy man, take a break!”
E' il motto di Leo, il cuoco cinese. 
Il ritmo delle ordinazioni cala quasi fino a cessare e in cucina si può finalmente tirare un sospiro di sollievo, dopo un incalcolabile tempo passato in apnea, concentrati e veloci nei movimenti, comunicando a monosillabi. Ma intanto, mentre ero impegnato a fare panini, insalate e tortillas, dalle parti del lavandino è cresciuto un edificio abusivo di piatti, tazze, posate e padelle incrostate di grasso. E mi toccherà lavare tutto.
“Fuck-off!” ho imparato a dire con soddisfacente disinvoltura.
Ma Leo è un tipo che infonde calma. “Prenditi una pausa, man” mi ripete.

Oggi è contento e nervoso allo stesso tempo: i suoi genitori sono in arrivo dalla Cina e sono cinque anni che non li vede. Da quando è arrivato in Nuova Zelanda all'età di ventiquattro anni, infatti, non è mai tornato a casa. Per lui oggi è un giorno speciale, e non ha troppo voglia di rispondere alle provocazioni di Ryan, il nostro collega gallese con cui non sembra andare troppo d'accordo.

“Il tuo Presidente va in galera.” mi dice Ryan, attraversando la cucina con una teglia fumante in mano. Io ho appena finito di lavare i piatti e sto disossando un pollo. Ci metto un po' a capire e a puntualizzare: “Ex Presidente!”
A quanto pare ha letto sul giornale che Berlusconi è stato condannato a quattro anni, non sa dirmi per quale motivo, e mi chiede se sono contento. Io il giornale non l'ho letto e non so di cosa stia parlando, ma gli do per certo che in galera non ci andrà nemmeno per un giorno. E che a me basterebbe non ritrovarmelo di nuovo Presidente quando torno a casa.
Ed è così, parlando di politica “da cucina” che salta fuori il nome di Mao Tse-tung.
“E cosa dire di Mao?” dice Ryan, voltandosi verso Leo.
“Oh, Mao!” risponde Leo “Era il nostro presidente negli anni cinquanta.”
“E cosa ne pensi tu di Mao?” incalza Ryan.
“Per noi è un eroe, ha fatto molto per la Cina.”
“Cosa?!” dice Ryan fintamente inorridito. “Era un assassino!”
“No, questo è ciò che dicono ma...”
“Ha ucciso milioni di persone!” lo interrompe Ryan.
“Mao è un eroe per il popolo cinese.” ripete Leo.
“E secondo te era un presidente pacifico?” chiede Ryan provocatorio.
“Sì” risponde Leo, già stufo di una situazione che forse ha già vissuto altre volte.
“Mah!” conclude Ryan, con un sorriso incredulo sulle labbra.
“Vedi Ryan,” riprende Leo, mentre apre la cella frigorifera e inizia a cercare qualcosa tra gli scaffali, “il problema è nei mezzi d'informazione. Quello che dicono qua è diverso da quello che dicono in Cina.”
Forse Leo non si rende conto che questa spiegazione non giova alla sua tesi, ma Ryan decide di non infierire. Si limita a chiedere a me:
“Tu che dici, Mao era un eroe o un assassino?”
Resta lì a guardarmi. Anche Leo è spuntato fuori dalla cella frigorifera e mi guarda, in attesa di una risposta.
“Forse tutte e due le cose.” dico io vigliaccamente. 
Mi guardano ancora per qualche secondo, cercando di capire se quello che dico ha un senso o se è solo la prima cosa che mi è venuta in mente per togliermi dagli impicci di un discorso che non ho ben afferrato. Poi distolgono lo sguardo senza aggiungere altro. Io torno al mio pollo, ma mi sembra di poter leggere nelle loro teste lo stesso pensiero: “Ancora una volta non ha capito un cazzo questo fucking italian.”

martedì 11 dicembre 2012

Nuova Zelanda, le foto

Ecco che mi sono portato quasi in pari con le foto. Ho anche aggiunto qualche didascalia questa volta. Spero apprezzerete.








sabato 1 dicembre 2012

A proposito di biciclette e della normalità

Tornando a casa dal lavoro, un giovedì alle cinque
Qualche giorno fa scambiavo delle mail con un amico a proposito della normalità. “Scappare,” scriveva lui, “via dall'aridità di una vita programmata dalla culla alla tomba. Casa, ufficio, supermercato...” “Ok,” pensavo io “hai ragione tu. Ma...”
Ma prima o poi con la normalità ci devi fare i conti. Non importa dove ti sei andato a cacciare: un bel momento lei ti arriva alle spalle e ti spara uno dei suoi odiosissimi coppini. E allora tanto vale essere normale fin da subito. Tanto vale sorridere alla gente, uscire tutte le mattine alla stessa ora, rifare ogni giorno la stessa strada. E possibilmente non ruttare a tavola, a seconda della compagnia. 
No, io non credo di voler scappare da nessuna parte. Non per forza, non per finire un una prigione dai colori cangianti, non per avere in cambio un paraocchi con un guardrail e qualche cielo troppo azzurro disegnato sopra. “Meglio fare il ribelle in incognito.” ho risposto al mio amico. Meglio covare nascostamente le proprie sovversioni, portarsele dietro nella propria quotidianità. E non dimenticare di farsi spesso certe scomode domande, rinnovare di giorno in giorno le proprie scelte. Per fare questo non è obbligatorio andare da nessuna parte. Voglio dire, non fisicamente. Ognuno sceglie il proprio prossimo viaggio: chi va in India a cercare se stesso, chi apre un sexy shop, chi ricomincia a credere in Dio, chi si allena per la Maratona di New York, chi compra una casa, chi fa un figlio... Tutto va bene, se sei veramente tu a scegliere.

Da circa due mesi Laura e io conduciamo una vita normale. Abbiamo una stanza, una macchina, un supermercato fisso in cui fare la spesa. Ogni mattina vado al lavoro e torno a casa sette ore più tardi, col mal di schiena. Dopo cena leggo, finché la vista non si appanna e gli occhi non si chiudono. Anche l'insonnia, di cui mi ero quasi dimenticato di soffrire, è tornata ad essere parte della mia quotidianità. 
Ma ci sono piccole cose che sono frutto di un disegno, e quel disegno l'abbiamo fatto noi. Abbiamo eletto questo Paese, questa città tra tante altre possibili. Al lavoro ci vado in bicicletta e quando giro l'angolo e vedo il lago in fondo alla discesa tiro un bel sospiro e, almeno per un attimo, mi sento bene. Sono piccole cose, ma fanno la differenza: i grandi spazi a disposizione, la quasi totale assenza del colore grigio, il fiume Waikato che ci scorre accanto, le cascate Huka coi loro 220 mila litri d'acqua al secondo, le pozze d'acqua termale dietro casa...
È, questa, normalità? Forse. Ma ci scorre dentro un sangue irrequieto, ci galoppa sopra un cavallo testardo che tira dalla sua parte e logora le briglie. È vero che rischiamo di accorgerci un giorno che tutto era deciso dalla culla alla tomba, caro amico. Ma non è necessario immolarsi, ritrovarsi a non poter brindare con nessuno il nostro “Vaffanculo al mondo”.

Se c'è una cosa che ho imparato in questi ultimi mesi è questa: “Si può fare.” C'erano cose che mi sembravano irrealizzabili, ostacoli che apparentemente rendevano insormontabile il raggiungimento di obiettivi e desideri. Ma tutte le avventure, i guai, le fatiche, le persone incontrate in questo viaggio mi hanno fatto capire che, se vuoi una cosa, ti metti lì e la ottieni. Ci riesci. E a maggior ragione a casa tua, tra la tua gente, accanto alla tua famiglia. Dove si parla la tua lingua e dove non servono documenti strani per esistere legalmente. Se lo vuoi, ce l'hai. L'unica vera nemica è quella voce che ti dice “Rinuncia! Ma non lo vedi che sei solo un povero pirla?” Ma è il caso di darle la stessa risposta che le darebbe un saggio. Potremmo chiamare in causa Immanuel Kant, ma forse è sufficiente Bart Simpson.

lunedì 19 novembre 2012

La giustizia fa il suo corso, noi cambiamo casa

La nostra nuova casa
Il nostro uomo è a casa su cauzione, con il divieto di affittare la stanza ad altri e di avvicinarsi a me o a Laura. Altrimenti lo mettono dentro. Tra qualche giorno ci sarà una nuova udienza, nella quale si dovrebbe decidere qualcosa di definitivo. Il sergente Weston e il servizio di assistenza alle vittime ci tengono costantemente informati sugli sviluppi e restano a nostra disposizione. Noi nel frattempo abbiamo raccontato gli eventi tante di quelle volte che ormai ci ridiamo su, soprattutto quando arriviamo ai particolari più scabrosi.

Abbiamo lasciato casa di Dennis e Terry, a malincuore. Era un piacere per me uscire la mattina per andare al lavoro, attraversare il quartiere silenzioso e deserto scendendo la collina con la bici senza bisogno di pedalare (anche se al ritorno erano dolori). E con la musica nelle orecchie scorrere tra i vialetti, le ampie vetrate dei salotti, le barche a riposo sui loro rimorchi. Sullo sfondo: il “grande lago”, mia meta quotidiana.
Ora viviamo in un quartiere decisamente più popolare. Ci siamo trasferiti a casa di Charles, collega di Laura, e del suo compagno Chris. E con noi ci sono anche il gatto Bob e il cane Dylan. Paghiamo un affitto molto ragionevole per la nostra stanza e per il momento ci troviamo bene: speriamo sia la volta buona. Di sicuro mangiamo ogni giorno cose squisite: si cucina una sera noi e una sera loro e Chris è davvero bravo. È il primo straniero che abbia incontrato in grado di cucinare una pasta come si deve. Come un italiano vero, direbbe Cutugno. Io invece faccio quello che posso, tra pizze e scaloppine e risotti. Diciamo che per il momento non ho bruciato quasi niente.

martedì 13 novembre 2012

Quando il padrone di casa è un maniaco sessuale


Questa che sto per raccontare è una storia spiacevole. Non so bene da che parte cominciare, anche perché le cose non sono ancora del tutto a posto e organizzare un discorso comprensibile agli altri mi sembra un'impresa insormontabile. Per questo motivo vi dirò i fatti nello stesso ordine cronologico con cui giovedì scorso Laura e io li abbiamo raccontati al sergente Weston, alla centrale di Polizia di Taupo.

Il 18 ottobre rispondiamo ad una serie di annunci di gente che dà camere in affitto: annunci trovati nelle bacheche al di fuori dei supermercati, come si usa qui. Solo uno di loro non ha ancora trovato un inquilino e si dice disponibile ad accettare una coppia.
Steve, il padrone di casa, è un tipo strano, e questo lo capiamo al volo. Sui cinquanta, un poco ingobbito, magro e nerboruto, la cui faccia mi ricorda da subito quella di certi tossici sopravvissuti, ma i cui modi aristocratici e la lucidità del discorso fanno piuttosto pensare ad un artista intellettuale uscito di scena, magari con una vita sregolata alle spalle. È molto gentile con noi e ci spiega con pazienza e chiarezza le condizioni del contratto. La stanza è abbastanza vicina al centro della città ed è spaziosa, pulita e luminosa, con un ingresso indipendente. La prendiamo.
Quello stesso giorno, dopo aver sistemato le nostre cose, Laura nota una borsa nera appesa ad una lampada accanto all'ingresso. È un portadocumenti di taglio femminile, contenente una selezione di ritagli pornografici organizzati in due ordinatissimi porta-listini. Ma può benissimo appartenere ai suoi precedenti coinquilini, pensiamo. O può anche essere una sua imbarazzante dimenticanza. Siamo gente di mondo noi, non la facciamo troppo lunga: prendiamo la borsa e la infiliamo nell'armadio. Anche se, allo stesso tempo, un primo campanello d'allarme mi si accende nella testa. 
Le seguenti due settimane filano via abbastanza lisce: noi lavoriamo tutto il giorno e quando torniamo a casa Steve lo vediamo poco. Ciò nonostante continua ad incuriosirmi. Piccole cose: la disposizione dei mobili del salotto ogni mattina diversa, la decina di occhiali da sole in due file ordinate sul comò, una pulizia e un ordine maniacale... 
I primi giorni mi sento decisamente a disagio e sono intenzionato ad andarmene, ma Laura mi fa capire che secondo lei le stranezze di Steve si possono benissimo sopportare. Soprattutto se l'alternativa è tornare a dormire in macchina e ricominciare un'estenuante ricerca di un posto in cui stare. In effetti tutto ciò, entro certi limiti, può anche essere divertente. Col passare dei giorni mi rilasso anche io e arrivo a pensare che, nonostante tutto, si può anche rimanere.

Tutto cambia il 5 di novembre, quando Laura trova sotto il proprio cuscino un paio di occhiali da sole. Né miei, né suoi. Tutti i campanelli ricominciano a suonare allo stesso momento: quello è entrato nella nostra stanza mentre non c'eravamo. Prendo gli occhiali, vado da Steve e glieli sventolo sotto il naso. “Ah,” dice lui “stavo solo dando da bere alla pianta, ho visto che stava morendo...” Gli dico con tutta la chiarezza di cui sono capace che non accetto che nessuno entri nella nostra stanza mentre non ci siamo. Lui all'inizio si scusa, con i suoi soliti modi gentili. Poi d'improvviso si incazza, i suoi lineamenti sembrano trasformarsi mentre dice che ha il diritto di controllare la sua stanza. Gli ripeto il concetto e poi lo lascio stare, perché sta evidentemente perdendo il controllo. 
Io e Laura ci chiudiamo in camera un po' scossi a parlare dell'avvenuto, mentre Steve sbatte porte e borbotta dall'altra parte del muro. A entrambi pare ovvio che quella della pianta sia una cazzata, mentre io penso anche che gli occhiali non gli abbia persi per caso proprio sotto al cuscino di Laura, ma che ce li abbia lasciati apposta: una sorta di messaggio. Andarcene al più presto sembra ad entrambi la soluzione migliore, cercando di non inasprire i toni e allo stesso tempo di stare in guardia il più possibile. Dopo tutto ha in mano i soldi del nostro deposito e noi aspettiamo delle comunicazioni importanti via posta a questo indirizzo.

Il giorno seguente Laura lavora, io sono di riposo. Mentre vago per la stanza rimuginando sull'accaduto mi viene un dubbio: “E se fosse entrato per...” Mi precipito nell'armadio, dove il primo giorno abbiamo messo la borsa nera. La borsa è sempre lì, ma è vuota. 
Verso le due del pomeriggio bussa Steve e mi dice sgarbato che nel pomeriggio verrà un elettricista a controllare le luci. Aggiunge in tono sarcastico che mi sta avvisando che potrebbe aver bisogno di entrare nella stanza, mentre mi mostra un SMS dell'elettricista stesso per dimostrarmi che dice il vero. 
Ok, penso io, hai lasciato gli occhiali sotto al cuscino e ora mi racconti che stavi cercando di aggiustare la luce che si trova proprio al di sopra del letto, che in effetti di tanto in tanto lampeggia. Ti stai costruendo una verità e me la vuoi dare a bere. Arrivi addirittura a chiamare un elettricista!
“Bene,” gli dico, “se deve venire l'elettricista qua dentro io lo aspetto.” 
“Ma non so a che ora” dice lui. 
“Non importa, ho tempo da perdere” dico io. 
Si incazza di nuovo, inizia ad inveire, dice cose che non capisco. Io colgo l'occasione per sondare il terreno rispetto alla nostra dipartita.
“Senti,” gli dico “se vuoi ci sediamo e parliamo, perché così non si può andare avanti.” 
Lui si ritrasforma nell'animale gentile e cerimonioso dei primi giorni, mi accompagna nel salotto, mi invita ad accomodarmi. Parla lui  per primo e mi dice che si sente offeso, perché il giorno prima avevo occhi molto severi quando gli ho detto che non volevo che nessuno entrasse nella mia stanza, e a lui è sembrato lo accusassi di qualcosa. Aggiunge che voleva solo controllare le luci nella sua stanza, nella sua casa. 
“Cosa avrei dovuto fare?” aggiunge “aspettare che torni tu?”
“Proprio così” gli rispondo.
“Ma tu torni alle cinque, il tempo dell'elettricista costa soldi, io non posso aspettare te.”
Questo sa a memoria i nostri orari.
“Senti Steve,” gli dico “io sono dell'idea che nessuno debba entrare nella stanza mentre non ci siamo. È il nostro spazio privato per il quale ti pago ogni settimana. Se tu pensi che questo non sia possibile, molto bene, amici come prima”
“Mi stai dicendo che ve ne andate?”
“Se questa è la situazione, sì.”
“Di cosa mi stai accusando? Io non ho rubato nulla.”
“Non ti accuso di niente, solo di essere entrato nella stanza mentre non c'ero. E poi, se tu trovassi degli occhiali da sole sotto il cuscino di tua moglie, a cosa penseresti?”
“Stronzate!” si incazza lui. “Io dovevo controllare l'impianto elettrico.”
“Ma non dovevi dar da bere alla pianta?”
Lo vedo arrivare al suo limite, sta di nuovo per perdere il controllo.
“Lo so cosa manca nella stanza” gli dico fissandolo negli occhi.
“Cosa? Mi stai dicendo che ho rubato qualcosa? Io non ho rubato niente.”
“No, infatti, non manca nulla che appartenga a me.”
Sembra confuso.
“Di cosa parli?” dice.
“Tu sai cosa, Steve.”
Di nuovo cambia faccia, il tono si fa scherzoso e perde di ogni aggressività. Ma ancora non cede, mi chiede di cosa stia parlando. Accenno alla borsa nera che stava appesa alla lampada il primo giorno.
“Ah,” dice lui sorridendo “ma quella roba non è mia, è di un amico.”
“Senti Steve, non siamo ragazzini, non me ne frega niente se è tua o no. Me la potevi chiedere e io te la ridavo, fine della storia.”
Lui sembra più rilassato, il nostro discorso viene interrotto dal furgone di un elettricista nel vialetto. Io ritorno nella mia stanza in attesa della presunta riparazione e di poter poi riprendere il discorso. Dovrei sentirmi più rilassato anche io: è entrato a cercare le sue riviste pornografiche e se le è riprese, tutto qua. Ma qualcosa non mi convince: continuo a ripensare al modo in cui mi studiava quando gli ho detto Tu sai cosa, Steve. E al quasi sospiro di sollievo che ha tirato quando ha capito che parlavo dei ritagli porno. Deve esserci dell'altro.
L'elettricista non arriverà mai: probabilmente è solo un suo amico che ha chiamato con qualche  pretesto. Quando vedo il furgone allontanarsi torno di là e vado subito al sodo, gli dico che per me  la cosa migliore è andarmene immediatamente e riavere indietro i soldi del deposito. Lui inizialmente si fa forte del contratto, dove è scritto che dovremmo dargli un preavviso di due settimane. Alla fine firmiamo un nuovo accordo, secondo il quale i soldi del deposito serviranno per pagare la nostra ultima settimana. Non è quello che volevo, ma pare proprio che non abbia i soldi da darmi indietro. Alla fine della diatriba, nella quale gli ho detto chiaro che non credo a una parola delle sua storia di piante ed elettricisti e che, vista la situazione, era meglio per tutti separarci quanto prima, Steve ha un'aria afflitta e, poggiando la penna sul tavolo dopo aver firmato il contratto, dice “Tutto questo è molto triste”.
Un'altra settimana qui. Non siamo affatto tranquilli e pensiamo seriamente ad un'altra soluzione, chi se ne frega dei soldi. Intanto il giorno seguente io lavoro e Laura è di riposo. Di comune accordo lei mi accompagnerà al mattino se ne starà in giro tutto il giorno. Prima di uscire piazzo la nostra videocamera in un angolo, nascosta in un mucchio di cuscini e vestiti.
La scena seguente vede Laura in lacrime, fuori dal caffè in cui lavoro. Mi porge la videocamera che ha recuperato quando è passata dalla stanza poco tempo prima. Lo spettacolo che vedo nel piccolo schermo è raccapricciante: Steve entra nella nostra stanza dieci minuti dopo che siamo usciti e inizia a guardarsi attorno. Poi localizza un mucchio di biancheria sporca e afferra un paio di mutandine di Laura, le annusa con ferocia, ansima. Poi si mette a leccarle come un animale, facendo versi di autocompiacimento. Mentre fa tutto questo continua a tenere d'occhio la porta, per controllare che nessuno sia di ritorno. Ecco a cosa serve quello specchio messo ad angolo lungo il recinto!

Laura e io decidiamo di andare alla Polizia a chiedere un consiglio sul da farsi. Abbiamo qualche dubbio, forse condizionati dalle troppe serie TV in cui i mafiosi  appena arrestati si incontrano in commissariato coi testimoni che li hanno appena denunciati e, talvolta, hanno tutto il tempo di mettergli le mani al collo prima che lo sbirro eroe li metta al tappeto. O forse dalle tante storie italiane, realmente accadute, di vendette, inefficienze, impotenza della legge.
Il sergente Weston ascolta la nostra storia, guarda il video e scrive un rapporto dettagliato per ciascuno di noi. È gentile e genuinamente dispiaciuto, arrabbiato quasi quanto me per quello che è successo. Sta almeno due ore ad ascoltarci, aspettando con pazienza il nostro lento articolare delle frasi in inglese, chiedendo delucidazioni e trascrivendo al volo in forma corretta le nostre parole sul computer.  La sua preoccupazione è che risulta difficile trovare un capo d'accusa adeguato per quello che Steve ha fatto, motivo per cui ci tiene ad aggiungere al rapporto un dettaglio a cui noi non avevamo dato peso: prima di uscire dalla stanza, l'uomo sottrae due kiwi dalla tavola. “Il furto è furto,” dice “sono fino a due anni di carcere.”
Ma Weston non ci dà nessun consiglio: il da farsi sembra essere scontato. Ci affida a Bridget, un'anziana donna decisamente tabagista che si occupa di “assistenza alle vittime”, poi prende la macchina e parte a tutta velocità. “Io adesso vado ad arrestare l'uomo e lo porto qui per interrogarlo.” dice Weston prima di andare. “Mentre lui sarà qui a parlare con me, Bridget vi aiuterà a prendere le vostre cose. Non abbiate paura, non lo incontrerete, e là ci sarà uno dei miei ragazzi ad aspettarvi.”
Insieme a Bridget, che ci segue con la sua macchina, partiamo qualche minuto dopo il sergente. “Ragazzi, sono vecchia, non mi perdete!” dice Bridget. “Il limite è 50, ok?” 
Ci fermiamo in una via vicina alla casa, nascosti, in attesa di poterci avvicinare in sicurezza. Quando Bridget ci dà l'ok ripartiamo dietro di lei, ma ha decisamente sbagliato i conti e ci manca poco che ci imbattiamo direttamente in Steve in manette. Bridget rallenta e lampeggia con la freccia sinistra. Noi facciamo appena in tempo ad interpretare il messaggio e svoltiamo all'ultimo momento, pochi metri prima di raggiungere la casa. Andrà meglio al secondo tentativo.
Mentre raccogliamo le nostre cose, un agente scatta un sacco di foto e perquisisce la stanza si Steve. Sapremo più tardi che ci avrà trovato dentro due sacchi pieni di biancheria femminile, probabilmente tutte sottratte alle sue precedenti coinquiline.
In questo momento, proprio mentre scrivo queste righe, Steve si trova in tribunale e il suo processo è in corso. Dall'esito dipendono le nostre prossime mosse: andarcene o rimanere. Anche se il singolo reato può non sembrare tanto grave da giustificare una pena detentiva, in qualche modo io me la auguro. Il tipo mi sembra pericoloso e sarà di certo incazzato con noi: non mi va di incontrarlo per strada. Dopotutto siamo pur sempre in vacanza.

Ora siamo ospiti di Dennis, manager del Caffè in cui lavoro, e del suo compagno Terry. Ce la spassiamo un mondo con loro, in questa villa gigante sulle colline appena fuori città, con vista sul lago e sulle montagne ancora innevate. Dennis era presente mentre io e Laura guardavamo il video fuori dal Caffè. “Dovete assolutamente andare alla polizia” ha detto. “E poi venite a stare da me per qualche giorno.” L'ho ringraziato per il gentile invito, deciso a declinare, visto che ci conoscevamo appena. Ma lui, abitualmente giocondo, s'è fatto serio e ha detto “No, dovete venire. Ho uno spazio enorme e mi farebbe piacere.” Ha scritto il suo numero su un foglietto e ci ha dato una piantina della città su cui ci indicava la strada. “Non preoccuparti,” ha aggiunto rivolgendosi a Laura “Con noi sei al sicuro.” Poi mi ha indicato con il pollice e ha detto: “Lui non lo è!” ed è scoppiato in una delle sue sguaiatissime risate.

domenica 28 ottobre 2012

Fate largo, arriva il cuoco


La storia si ripete. Come qualche mese fa in Perù, mi faccio forte della mia italianità. Sono italiano, quindi di cucina ne so per mia natura. Non lo faccio perché mi piaccia vantarmi di cose non vere, né perché mi diverta a mettermi in situazioni difficili da sostenere. Lo faccio perché mi serve un lavoro e, come tutti, cerco il modo più efficace per ottenerlo.
Mi sono presentato in tutti i bar e ristoranti, curriculum alla mano. “Aiuto cuoco italiano, esperto in pasta e pizza” diceva il riassunto. E tutto infatti è andato liscio, come l'altra volta, quando a Cuzco questo era bastato a fare di me un docente con una schiera di allievi in divisa che pendevano dalle mie labbra. Anche qui a Taupo questo è bastato, quasi al primo tentativo. Darren, il proprietario del locale, mi ha illustrato i termini del contratto mentre Kathy, la chef, mi ha guidato per un tour tra le stufe, i magazzini e le celle frigorifere. Tour che si è concluso davanti ad un lavandino traboccante di piatti e padelle, tazze e posate che spuntavano oltre la coltre di grasso, riso e foglie di rucola. “Ok, benvenuto!” mi ha detto Kathy. “Quella è la spugna, quello è il detersivo.”
Ma non pensiate che ci sia rimasto male. Se c'è una cosa che mi piace fare per guadagnarmi da vivere è muovere le mani e fissare il vuoto. Intanto è già iniziato il mio addestramento: devo imparare a fare i panini in menù, le patate fritte, le uova con bacon e una serie di altre cose, così da potermi alternare con gli altri e cambiare postazione di tanto in tanto. Come spiegare che io voglio lavare i piatti? 
Dalle fessure della porta della cucina, oltre i tavoli e le teste dei clienti, si vede un pezzetto di lago, come in una foto verticale scattata col grandangolo. Quando nel primo pomeriggio il lavandino è vuoto, attraverso la strada e con il mio natante solco le acque del lago Taupo, alla ricerca di spiagge remote e sconosciuti orizzonti. (Qui tutti hanno un motoscafo una barca, o almeno una canoa. Perché io non dovrei avere qualcosa che galleggia? Bisogna pur imparare, poco alla volta, a godersi la vita. La Nuova Zelanda è una buona scuola in questo senso.)