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giovedì 18 aprile 2013

Sold!


Andata. Anche più velocemente di com'è arrivata. Forse la burocrazia italiana un senso ce l'ha: serve a darti il tempo di elaborare il lutto.
L'appuntamento è alle cinque nel parcheggio del supermercato New World con un certo Mac, sentito per telefono e poi via SMS. Siamo già d'accordo sul prezzo ma non voglio illudermi troppo, soprattutto dopo le recenti avventure (prima con un cinese che rideva di continuo ed ha voluto provare la macchina, rischiando tre incidenti per poi dire “Ci penserò”; poi con un tale che non si è presentato, non ha avvisato e non ha più risposto alle mie telefonate).
Invece Mac si presenta, insieme a due amici suoi. Tre neozelandesi fatti e finiti, poco più che ventenni, easy nella loro sciatteria ostentata da californiani caduti in disgrazia. Mac indossa pantaloncini cortissimi e una canottiera, ai piedi un paio di Espadrillas e calzini a mezzo stinco (di quelli che noi italiani vediamo indossare agli anziani sui campi da bocce). Gli altri due, corporatura da rugbisti, vestono allo stesso modo ma sono scalzi.
Propongo di spostarci in un luogo più tranquillo e saliamo tutti in macchina. All'improvviso mi sento disorientato: avrei mai fatto una mossa del genere in America Latina? Io da solo con quei tre? È incredibile come le abitudini e le attitudini verso gli altri cambino radicalmente a seconda del contesto sociale. Nemmeno in Italia, forse, mi sarei messo in questa situazione. Invece qui mi è sembrato, ed è, assolutamente naturale.
Mi fermo in un altro parcheggio, questa volta deserto, a pochi minuti dal New World. I ragazzi scendono e Mac mi chiede di aprire il cofano. Temo già domande del tipo: Ma, questo tubo penzolante? Oppure: Ogni quanto tempo devi rabboccare il liquido del radiatore? Ma i sei occhi sorvolano soltanto la poderosa ferraglia marchiata Toyota. Mac scalpita per chiudere l'affare e andare a farsi un giro coi suoi amici. Mi dice che è riuscito a racimolare la somma, ma gli mancano 10 dollari. “Oggi le banche sono chiuse e lui” dice indicando l'amico più grosso “oggi è la mia banca.” L'amico grosso mi porge una mazzetta di banconote. “Non c'è problema per i dieci dollari” dico io, che ancora non ci credo. Mac non lo sa, ma io glie l'avrei anche regalata pur di liberarmene.
Firmiamo un contratto di compravendita e compiliamo i moduli per il passaggio di proprietà. Il tutto sarà durato meno di dieci minuti. “Check it out!” dice Mac ai suoi amici, voce entusiasta e sorriso felice. I tre salgono in macchina e Mac mette in moto.
E io rimango lì, in mezzo al parcheggio deserto, mentre Blue Kiwi si allontana con una leggera sgommata. Quella che per mesi è stata un riparo contro pioggia e vento, un letto per la notte, un mezzo di trasporto, un magazzino... Non mi appartiene più. Guardo le banconote nella mia mano destra, le soppeso. “Forse dovrei contarle” penso. Rialzo lo sguardo e vedo Blue Kiwi avvicinarsi di nuovo, in retro marcia. “Ti serve un passaggio da qualche parte?” dice Mac. Neozelandese fatto e finito, non solo nell'abbigliamento.

domenica 14 aprile 2013

Portarsi avanti, ma dove?

La roulotte in cui viviamo ci costa un'ora di lavoro a testa al giorno. In totale 104 ore il cui conto va tenuto a parte rispetto al lavoro “normale” e che possiamo gestire come vogliamo: scegliamo noi in che giorni farle e a che ora, l'importante è che i conti tornino. Abbiamo calcolato che se ogni giorno facciamo due o più ore a testa finiremo di pagare il nostro debito entro un mese e poi potremo riposarci, abbassare il ritmo e prenderci una sorta di mezza vacanza. Certo è dura, perché l'altro lavoro, quello “normale”, certi giorni è impegnativo da spezzare la schiena. Ma ogni fatica si sopporta se è per un motivo, se serve a guadagnarsi un po' di libertà. Così ci portiamo avanti.
La nostra stessa presenza qui a Wananka è un portarci avanti, ha ormai il solo scopo di fare più soldi possibile, soldi di cui potremo godere una volta in Asia.

Portarsi avanti... Ho iniziato da bambino a mandare giù la pillola, quando i miei mi dicevano “Portati avanti coi compiti, così poi sei libero di giocare e di fare quello che vuoi.” Ma allora ero più saggio e non ci pensavo proprio. Non era necessario che ci ragionassi sopra, la risposta era immediata tanto era lampante l'illogicità del consiglio. “Perché dovrei mettere un ostacolo tra me e ciò che voglio,” pensavo senza sapere di pensare “quando ciò che voglio lo posso avere ora? Io sono libero, non ho bisogno di fare i compiti per poi sentirmi libero di giocare. Io gioco adesso e caso mai, ma è tutto da vedere, caso mai poi faccio i compiti.
Con un po' di arroganza, e certo di nascosto, ho sempre fatto così ed ero felice. I compiti li ho fatti raramente, sempre all'ultimo momento e quasi mai per intero. E le scuole le ho finite, come quasi tutti. Solo che io mi sono divertito un mondo, sempre in giro in bicicletta con la musica nelle orecchie.
Portarsi avanti sembra essere un atteggiamento necessario per sopravvivere di questi tempi. Ogni giorno facciamo qualcosa di cui godremo un qualche domani: risparmiamo soldi per le vacanze, costruiamo case al pian terreno per quando saremo vecchi, investiamo anni ed energie per conseguire titoli di studio. Lavoriamo duro, sempre sotto stress, tanto da farci scoppiare le arterie. E poi facciamo jogging, ci mettiamo a dieta, prima che ci venga un infarto. Compriamo i cibi “bio” all'Esselunga, come se bastasse una mela ammaccata a far pari con tutte le levatacce, le sgommate ai semafori e le attese cariche di preoccupazione. Mi ha colpito una frase che ho letto da qualche parte, attribuita al Dalai Lama: “Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente” dice “è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.”
Rinunce, frustrazioni, occasioni mancate. E siamo contenti così, perché verrà il giorno in cui godremo i frutti di tutto questo seminare. Quindi bene, avanti, portiamoci avanti. Ma avanti dove?

Oggi non mi porto avanti. Oggi cammino seguendo la riva del lago, ascoltando i sassi scricchiolare sotto alle suole. Dopo un centinaio di metri lo specchio d'acqua si restringe e, senza che vi sia un confine preciso, il lago non c'è più. È diventato fiume. La spiaggia si fa stretta come un sentiero e si infila in un bosco. Io cammino per un quarto d'ora, fino ad arrivare ad un'altra spiaggia, nascosta. Lì c'è un albero gigante il cui tronco è squarciato alla base, forse da un fulmine di secoli fa. Nonostante lo squarcio, o forse proprio grazie a quello, l'albero è cresciuto in due direzioni diverse: un tronco verso la montagna, l'altro a far ombra al fiume. Mi siedo sull'erba soffice a non fare niente, tranne che respirare. Me lo disse una volta un osteopata di Milano: “Ogni tanto ricordati di respirare, respirare profondo.” Me lo diceva in merito ai miei dolori di schiena, al mio vivere sempre teso e contratto che, secondo lui, mi avrebbe un giorno portato ad un qualche malanno. E allora io respiro, rimango indietro e mi porto avanti.

domenica 7 aprile 2013

L'arca di Natsuko

Inquinamento in Giappone
Fin dai primi giorni qui all'Outlet Holiday Park di Wanaka avevo notato quella presenza silenziosa e delicata. Una donna dai tratti orientali, elegante nella semplicità di jeans e maglietta, quasi sempre neri, stava seduta al tavolo da giardino fuori dal bungalow che aveva affittato, accanto ad un cane bianco e spelacchiato. Era di solito intenta a scrivere al suo Mac Book, tanto che avevo ipotizzato fosse una scrittrice. Salutava sempre, timida e cordiale, ogni volta che io o Laura le passavamo davanti, indaffarati nei nostri compiti quotidiani. Sorrideva da una distanza che mi sembrava pronta a farsi presenza, se solo qualcuno avesse voluto andare oltre le formalità. Era evidentemente vegetariana, dato che la incontravo spesso in cucina, intenta a bollire ogni tipo di verdura nella sua pentola di terracotta. Mi incuriosiva.
Poi un giorno sparì. Cioè, partì, e io ci rimasi male. Ero troppo concentrato su me stesso, sul mio mal di schiena e sul nuovo lavoro, e avevo perso un'occasione. Non sapevo niente di lei: da dove venisse, dove andasse e perché. Venni solo a sapere che aveva fatto richiesta per questo lavoro anche lei, ma evidentemente io e Laura avevamo avuto la meglio.
La riconobbi subito quando tornò, circa un mese più tardi. Anche lei riconobbe sia me che Laura e ci salutò col suo sorriso forse infelice, ma di certo sincero.

Viene da Okinawa, un'isola giapponese, e si chiama Natsuko. Se n'è andata dal suo paese per via del crescente inquinamento proveniente dalla Cina, dice, e perché il Giappone è diventato un posto terribile in cui vivere. Si occupava di animali abbandonati ed è partita portando con sé un cane e quattro gatti, tutti vecchissimi e malandati, tutti trovatelli che non è riuscita a piazzare. In Giappone, dice, stavano sempre male. Uno dei suoi gatti quasi non camminava più, ma arrivati in Nuova Zelanda ha iniziato subito a stare meglio e nel giro di una settimana era guarito.
Natsuko vorrebbe trasferirsi qui, ma non riesce a trovare un lavoro. È troppo vecchia per richiedere, come abbiamo fatto noi, il visto Working Holiday, mentre per richiedere un visto di lavoro dovrebbe trovare qualcuno disposto ad assumerla e ad accompagnarla nella procedura. Un bel problema. Durante questo mese si era trasferita da alcuni amici in città, dove era più facile muoversi tra annunci di lavoro e colloqui. Ma poi quelli hanno dovuto cambiare casa e lei è tornata qui, con le sue gabbie, i suoi animali e le sue casse di legno contenenti tutto ciò che ha. Mi dispiace che non stia avendo fortuna: noi ne abbiamo avuta molta, e non ne avevamo altrettanto bisogno.
Poi mi viene in mente che Laura e io ce ne andremo presto e che il nostro posto sarà di nuovo libero. Glielo dico, e Natsuko mi fa presente che si era già fatta avanti, ma senza successo. Io fingo di non saperne niente, penso che la partita è di nuovo aperta ora che i due italiani sono fuori dai giochi. Decido di parlare con Glenn, il proprietario, e di fargli notare che questa potrebbe essere un'occasione per tutti: lui troverebbe una lavoratrice stabile, lei una via d'uscita al suo problema. Ma Glenn glissa, dice che l'inglese di Natsuko è troppo limitato perché possa lavorare qui. Io sgrano gli occhi: il suo inglese non è molto peggio del mio.
Glenn è una persona per bene,corretta e generosa. Ma gli affari sono affari, e Natsuko un buon affare non è, coi suoi animali fragili, la sua solitudine e i problemi di visto. Lui non lo dice, ma è chiaro che la questione è tutta lì.
Ma Natsuko mi sorprende, non demorde. Qui in Nuova Zelanda vorrebbe occuparsi di riforestazione, “perché so” dice “quanto gli alberi siano importanti per la salute nostra e dell'ambiente.” Le consiglio di spostarsi all'Isola Nord prima che scada il suo visto turistico. “Là ci sono più possibilità” le dico, ma capisco che lei ha scelto questo posto e che vuole rimanerci. Non mi sembra giusto chiedere a chi ha le idee chiare di ripiegare, di accontentarsi di qualcosa di diverso da ciò che ha sognato per sé. Ha ancora due mesi di tempo.

martedì 2 aprile 2013

Il cattivo in questa storia è quella voce

Il cattivo in questa storia è quella voce. “Fermati,” dice, “fai lo zaino e tornatene a casa. Mentre sei lontano la terra del cortile beve ogni goccia d'olio che il motore della tua macchina lascia cadere. Il sole sbiadisce le persiane chiuse e la ruggine si sta mangiando, giorno dopo giorno, la cassetta della posta. 
Torna a casa allora, prima che i tuoi amici si dimentichino dei tuoi occhi, non ebbri ma neanche sobri, alla seconda pinta di Chouffe. Affrettati, finché sai di trovare tua nonna al tavolo della cucina, sola coi suoi pentolini di rame appesi al muro. E tuo nonno, anche lui solo nella sua piccolissima stanza, che ha costruito con le sue mani ormai quasi una vita fa.
Muoviti, o ti ritroverai in un posto troppo cambiato, che non riconoscerai e che non ti riconoscerà più. E allora straniero sarai per davvero, ma non ti piacerà, perché non avrai più una casa a cui tornare.”

E' arrivato l'autunno (foto di Laura)

venerdì 22 marzo 2013

Abbiamo perso la rotta


La sveglia suona alle sei.
Ma questa non doveva essere la vacanza della mia vita?
Al risveglio il mal di schiena è più acuto. È come se ogni notte il corpo iniziasse la propria guarigione, manifestando tutto il dolore, per poi scemare lentamente. Ma ogni giorno poi ci lavoro sopra come un matto, e si torna da capo. Senza riposo non c'è guarigione.
Il mio corpo mi dice che è ora di fermarsi. Cerca con la sua saggezza di compensare la mia ostinazione.
Metto da parte le imprecazioni che da subito mi salgono alle labbra. Infilo i vestiti e le scarpe, metto in bocca qualcosa di dolce ed esco dalla roulotte. Buio nero neozelandese, freddo invernale. Mi stringo nella felpa leggera e mi avvio: so che mi scalderò presto. A ovest il lago non si vede ancora, mentre il giorno che bussa a levante si può solo intuire, è una linea pallida all'orizzonte. Mi incammino in salita lungo la strada che porta alla rimessa, accanto alla casa dei proprietari. Lì mi aspetta una station wagon piena di stracci, detersivi, scope. Coi fari accesi taglio il buio come un bisturi sulla pelle candida di un bambino.
Abbiamo perso la rotta.
Quando ho finito coi bagni dell'edificio principale e con la cucina è l'alba. Tutto deve essere pulito e in ordine prima che i campeggiatori si sveglino, così che possano fare le loro scorregge mattutine nella tazza rilucente, o sbroffare le loro marmellate sui banchi lucidi della cucina. Mi avvio verso l'altro edificio, più piccolo e veloce da pulire.
Verso le otto torno in roulotte e sveglio Laura, che ieri sera è tornata tardi dal ristorante. È ora dei cosiddetti extra, ovvero le ore di lavoro che ci sono richieste in cambio dell'alloggio. Dopo una colazione veloce, la seconda per me, andiamo alla rimessa a prendere il pick-up e gli attrezzi per il giardinaggio. Ma questo posto è una giungla, e tagliare le piante dà la stessa soddisfazione che buttare sassi in mare nel tentativo di riempirlo.
Tutto questo per cosa? Per soldi? Ma siamo impazziti?
Alle dieci inizia il lavoro vero e proprio, ovvero si ricominciano da capo le pulizie, ma di fino. Finite quelle ci sono da rassettare i bungalow lasciati vuoti dai clienti in partenza.
Sapevo di essere a corto di energie. Ho deciso di lasciar perdere i ristoranti e venire a lavorare qui non solo perché pagano meglio. Volevo allontanarmi dallo stress, dalla competizione che c'è in tutte le cucine, dai ritmi indiavolati. “Me ne sto tranquillo coi miei cessi” pensavo. Ma il proprietario è partito per le vacanze subito dopo avermi assunto e ci ha messo James alle calcagna. Una piaga! Passa il tempo a controllare quello che facciamo: guarda i piatti delle docce in controluce in cerca di aloni, apre i bidoni dell'immondizia per vedere se li abbiamo svuotati davvero o se abbiamo fatto finta... E riesce sempre a inventarsi qualche appunto da fare. Una volta mi ha fatto proprio incazzare e gli ho detto “Senti, inizio a pensare che questo non sia lavoro per me." "Ma no," dice lui "voi ragazzi state facendo un ottimo lavoro, sono solo piccole cose..." "Io ho fatto anche altri lavori prima di venire qui," lo interrompo "a volte anche di una qualche responsabilità, ma ti assicuro che non sono mai stato sotto controllo come adesso. E pulisco cessi!” Laura mi ha detto che per la rabbia mi tremava la voce, e ora neanche mi ricordo cosa James mi abbia risposto, perché quando ancora stavo finendo di parlare già mi ero pentito di aver aperto bocca e pensavo che non era colpa sua. Se stavo diventando addirittura aggressivo c'era proprio qualcosa che non andava.
Vivo in uno dei posti più belli che abbia mai visto e vorrei scappare. Si aprono ampi orizzonti tutto attorno a me e io mi sento in galera. Fine pena: 3 maggio, quando atterreremo a Sydney per un breve assaggio di Australia. Il 6 maggio saremo a Singapore.
In Asia! Là sì che sarà tutto diverso.


mercoledì 13 marzo 2013

Che fine ha fatto il maniaco

Forse vi ricorderete la brutta pagina di questo blog in cui raccontavo di Steve, il maori da cui avevamo preso una stanza in affitto. Quello che poi, mentre non c'eravamo, entrava di nascosto a leccare le mutande di Laura. Beh, il suo processo è finito (nonostante la congiuntivite) e c'è stata anche un'indagine da parte della polizia e dei servizi sociali. Il risultato? Nove mesi di reclusione. (Pare che nella sua camera da letto siano state trovate cose interessanti, tra cui un sacco pieno di mutande altrui.)
Ora la sua casa sarà ancor più silenziosa, ma forse meno inquietante. Le pesanti tende a cerchi, vecchie  ma ordinate come tutto il resto, resteranno chiuse per un lungo tempo. Ma non impediranno alla polvere di depositarsi sul banco lucido della cucina, sui vecchi e ordinatissimi divani, sul televisore che prende solo tre canali. 
A quanto pare da queste parti chi sbaglia paga. Chi commette reato va in galera. E non è che poi i suoi amici vanno a fare i pagliacci fuori dal tribunale: probabilmente se lo facessero metterebbero dentro anche loro, per abuso di stupidità (degli altri).

mercoledì 6 marzo 2013

Wanaka e la voglia di partire

Dalla finestra di "casa"
Il giorno di San Valentino arriviamo a Wanaka, la piccola città in cui abbiamo scelto di vivere per i prossimi mesi. Kiwi, il lamierone, ci ha regalato migliaia di chilometri collezionando guasti anche seri, emanando odori di bruciato e perdendo liquidi, ma senza mai fermarsi davvero. Ci ha portati a destinazione, anche se tante volte siamo stati sul punto di arrenderci, di cercare un rottamaio e farla finita. E invece eccoci a spegnere il motore all'ombra di un grosso albero, nel lungo parcheggio di ghiaia in riva al lago. Scendiamo dalla macchina e allunghiamo le schiene incurvate da giorni e giorni di viaggio. Sappiamo bene quali dovranno essere le nostre prossime mosse: trovare un lavoro, trovare una casa.
Non siamo più gli stessi che atterrarono ad Auckland il 23 agosto scorso, né tanto meno abbiamo addosso i sorrisi beati di quando lasciavamo l'aeroporto di Linate l'11 ottobre del 2011, con gli zaini che scoppiavano d'entusiasmo. Adesso gli scoppiati siamo noi: siamo stanchi, lo dobbiamo ammettere a noi stessi. Non stanchi di viaggiare, di vedere colori mai visti prima, di imparare lingue diverse o di scoprire gente straniera. Siamo stanchi di...
“Ma tu sei stanca?” chiedo a Laura, improvvisamente incerto se parlare anche a nome suo.
“In che senso?”
“Stanca di viaggiare intendo.”
“Di viaggiare?”
Ci pensa. Poi dice: “Non sono stanca di viaggiare, sono stanca di... Rattoppare.”
Rende l'idea. Rattoppare come accontentarci sempre, fare i salti mortali per risparmiare un euro, perché ogni euro risparmiato allontana di un'ora la fine di questo viaggio. E questo comporta una dose di scomodità, frustrazione e rinuncia che va attentamente bilanciata con il nostro stato d'animo e la nostra condizione fisica, per non perdere il senso di tutto. E nel pensare a questo mi rendo conto di non aver mai avuto tanti acciacchi come ora in vita mia, a cominciare da questo mal di schiena pungente e continuo, forse dovuto al tanto guidare. Forse.

Nella quiete della biblioteca di Wanaka aggiorniamo e stampiamo una decina di copie dei nostri curriculum. In poche ore battiamo tutti i bar e ristoranti: molti dicono no, perché la stagione è in declino, qualcuno dice forse, e prende il curriculum con la promessa di farci sapere. Laura fa una prova in un bar per un posto al bancone. Mentre lei cerca di fare un cappuccino decente, con la schiumetta e tutto, io parlo con lo chef di un ristorante, ma non riesco proprio a rendermi accattivante. Se mi guardo da fuori vedo uno straccio da pavimenti usato da tutti e due i lati.
Nessuno di noi due ottiene nulla di concreto, solo i classici “Le faremo sapere.” Lo sappiamo che non sempre si può trovare un lavoro in un'ora, che basta aspettare un paio di giorni e l'occasione arriverà. Ma ci riesce difficile lo stesso crederci.

La soluzione arriva, ma in modo imprevisto. Fuori dal giro della ristorazione, un po' per caso e un po' per una nostra intuizione (non so ancora se fortunata). Nel bagno del campeggio in cui passiamo la nostra prima notte, attaccato alla parete un cartello dice: “Cercasi una persona o una coppia per mantenere pulito e ordinato questo campeggio. Chiedere di Glenn in ufficio.” perché non tentare? Magari il lavoro non sarà un gran che, ma il posto è bellissimo. A sei chilometri dal centro, proprio sulla riva del lago nel punto in cui diventa fiume. Che importa se c'è da fare le pulizie, se si può vivere qui? E poi, basta cucine. Basta ritmi stressanti e cuochi nervosi, in competizione continua.
Alla fine salta fuori che pagano anche meglio che nei ristoranti. Due dollari in più all'ora rispetto al Landing, che nel frattempo mi ha offerto un lavoro che lascerò dopo due sole serate. Accettiamo il lavoro, con l'intenzione di farne la mia principale occupazione, mentre Laura (meno acciaccata di me) cercherà un altro lavoro per la sera. Lo troverà da Francesca's, il ristorante italiano e pizzeria della città.
Il lavoro qui al campeggio consiste nel pulire i bagni e la cucina, e di solito io e Laura lo facciamo insieme. Ci toccano poi alcune ore di giardinaggio in cambio dell'alloggio (che poi è una roulotte vecchia di trent'anni, ma con vista panoramica). I nostri diretti superiori sono Vicky e James, una coppia di sessantenni che circa un anno fa ha deciso di vendere casa e di comprare un bus, nel quale vivono un po' qua e un po' là a seconda delle stagioni. Sono un po' pedanti, ma simpatici.

Abbiamo un lavoro e una casa a Wanaka, nel più bello dei posti, ma se fosse per noi partiremmo subito per l'Asia. Andremmo a riposare e passeggiare a passo di turista: ogni giorno un pasto caldo seduti a un tavolo, ogni notte un letto dalle lenzuola fresche. Perché sentiamo di essere vicini a perderlo quell'equilibrio, e se la frustrazione supera il piacere di essere dove siamo, allora esserci non ha più senso.
Ma non vogliamo tornare a casa, non è ancora il momento. E allora sì, ci serve un lavoro, perché il nostro conto neozelandese langue e il cambio con l'Euro è svantaggioso. Ne discutiamo a lungo, Laura e io, e sembra proprio che non ci sia scelta. Dobbiamo tenere duro ancora un po'.

La "casa"

lunedì 25 febbraio 2013

Bluff, di nuovo alla fine del mondo


“Andree!”
Io quel tono lo conosco. Quando Laura mi chiama così, con quella “A” un poco acuta e poi “ndre” in discesa, come un sasso che cade nell'acqua, vuol dire guai in vista. Questa volta poi c'è anche la “ee” strascicata, quindi sono cazzi. Eppure non ho fatto niente di male. Sono solo le otto del mattino, non ne avrei avuto il tempo.
Ci siamo appena svegliati accanto ai bagni pubblici, a Lake Hawea. Ieri abbiamo trovato questo posto bellissimo, sul lago. Era il tramonto e il riflesso rosa delle montagne ci ha irretiti. Ci siamo fermati, abbiamo parcheggiato e ci siamo addormentati sereni, già assaporando il prossimo risveglio nel bel mezzo di una cartolina.
Vedo Laura armeggiare intorno al tergicristallo, poi viene verso di me che sono appena uscito dalla porta posteriore (dalla camera da letto).
“Che c'è?” dico.
“Ci hanno dato la multa...”
“No!”
La vedo dispiegare un foglietto bianco. Una piega, due, tre, quattro.
“No” dico di nuovo, come se mi avessero appena scippato la pensione fuori dalle poste.
Laura legge, i suoi occhi si muovono rapidi a destra e a sinistra come la testina di una stampante.
“Sai di quant'è?” mi chiede.
“No...”
“Duecento dollari”
“No!”

Duecento dollari, duecento.
Non dodici, come quelli che avremmo speso se ci fossimo fermati al campeggio pubblico cento chilometri più indietro. Non trenta, come il fish and chips a cui ieri sera, per risparmiare, abbiamo rinunciato. Nemmeno sessanta, come la cena al ristorante indiano che continuiamo a rimandare, perché costa troppo. Non cento, come le scarpe che ho appena comprato (troppo piccole, ma erano le ultime in offerta). Neanche centocinquanta, come la bicicletta che mi sono concesso dopo settimane di trattative col ciclista Nigel.
Duecento. Duecento dollari.

Il lago non lo guardiamo neanche, vada a farsi fottere. Ma come è possibile? Eppure ieri sera ho controllato ovunque che non ci fossero divieti e anche ora, con la luce del giorno, non se ne vedono. Eppure di solito ci sono, magari non evidenti, ma ci sono.
Scopriremo nel pomeriggio che, cartelli o non cartelli, nella regione dei laghi di Queenstown, il campeggio è vietato al di fuori delle apposite aree a pagamento. No way! ci spiegano.
Molto bene. La legge non ammette ignoranza. Quante volte l'abbiamo detto agli ignoranti? E da queste parti chi sbaglia paga, non è che gli puoi dire “Non lo sapevo”, o peggio “Ma guarda che la macchina era solo parcheggiata, io ero in albergo che dormivo. C'erano le tendine tirate per tenere fresco il succo di frutta.” No way!

Ci rimettiamo in strada pieni d'amarezza. Pensiamo alle nostre spese al supermercato, quando stiamo a guardare il centesimo e rinunciamo a un sacco di cose, perché “Questi soldi ci serviranno quando saremo in Cina.” Che stupidi! Che rabbia! Quasi non guardiamo fuori dai finestrini, e di tanto in tanto a me scappa un gesto di stizza improvviso, come un pugno sul volante dopo un'ora di silenzioso guidare.
Ci fermiamo a Wanaka, una piccola città affacciata sull'omonimo lago. Ci sono molti bar e ristoranti in cui potremmo chiedere lavoro e il panorama è dei migliori incontrati fin ora. Dopo aver fatto un bagno nell'acqua gelata del lago compiliamo la nostra tabella e i voti sono altissimi. Forse ci siamo, forse abbiamo trovato la nostra nuova casa.
Ma prima di fermarci abbiamo un obiettivo da raggiungere: Bluff, all'estremo sud della Nuova Zelanda. E in mezzo ci sono Queenstown e Invercargill, altre due città da prendere in considerazione. Così ci rimettiamo in macchina: Queenstown è a soli 70 Km da qui, e saremo là in poco più di un'ora.
La strada sale e Kiwi fa fatica. È normale, il contachilometri segna 375.750 Km in questo momento. Scalo in terza, anche se non ci sono curve accentuate e la pendenza non sembrerebbe richiederlo. Ma il motore scende di giri e devo spesso mettere la seconda.
Sulla sinistra si apre uno spiazzo, un cartello indica un punto panoramico. Ci sono macchine e camper parcheggiati. Ci fermiamo a fare delle foto e a controllare l'olio e il liquido di raffreddamento.
Sotto al cofano si nasconde la seconda brutta notizia della giornata. Il radiatore spruzza il liquido verde in due direzioni diverse, e questo vuol dire che ci sono due buchi. Nella vaschetta il liquido rimasto bolle rumorosamente e altro liquido esce dal tubicino di scolo, formando un copioso rivolo sul terreno di ghiaia e terra battuta. Tutti nello spiazzo sono girati verso l'immensa valle, guardano il lago distendersi davanti ai loro occhi. Noi restiamo girati dall'altra parte, investiti dal calore del motore, e guardiamo disperati gli spruzzi che non sappiamo come fermare.
“E adesso?”

E adesso siamo fregati. Il giro finisce qui, niente Bluff, niente grido liberatorio per l'obiettivo raggiunto, niente più ricerca della città ideale. È già tanto se riusciamo a trascinarci fino a Queenstown e fermarci lì, che ci piaccia o meno, e trovare un lavoro per riparare a questo pasticcio. O meglio ancora guidare il maledetto lamierone oltre il cancello del primo rottamaio e finirla qui, e con i prossimi soldi guadagnati comprare un biglietto aereo per la Cina.

Prendo la tanica da dieci litri che usiamo per cucinare e butto un po' d'acqua sul motore. Quand'ero ragazzino avevo un amico saccente, Simone. Aveva un Garelli e andavamo in giro d'estate (io lo seguivo in bicicletta, a volte mi facevo trainare attaccandomi al suo braccio) e lui si portava dietro un paio di bottiglie d'acqua. “Sono per il motorino,” diceva compito “bisogna sempre tenere d'occhio la temperatura del motore.” Ogni due chilometri c'era da ripetere l'operazione: tirava fuori dalla zaino una delle bottiglie, si chinava sul piccolo motore, lo scrutava con occhio analitico e, se gli sembrava opportuno, ci buttava dell'acqua sopra. Saliva sempre del vapore e si sentiva il rumore sfrigolante dell'acqua sul metallo caldo. Quel gesto mi è sempre rimasto in testa, mi sembrava roba da intenditori, da meccanici. “Ma c'è da stare attenti alla candela! Se si bagna siamo fregati” diceva, agitando il dito indice per sottolineare la gravità dell'argomento.
Mi ricordo di quest'ultimo monito appena in tempo e allontano il getto dalle candele. Ma l'acqua si asciuga quasi prima di toccare il motore, bisognerebbe buttarlo nel lago per raffreddarlo. Dopo una decina di minuti i due getti sottili dai buchi nel radiatore si affievoliscono, poi cessano. Aggiungiamo acqua fino al livello massimo e riprendiamo la strada, molto lentamente, fermandoci a controllare il radiatore e il livello del liquido ogni quarto d'ora ed alla fine di ogni salita. Così arriviamo a Queenstown, una città decisamente intasata di turisti. È domenica e non ci sono meccanici aperti. Ma nella tragicità della situazione, non so perché, questa mi sembra una buona notizia. E sento ancora le vocine nella testa. Una è quella dei genitori e degli amici più saggi: “Fermati” dice “non tirare troppo la corda o ti metti nei guai.” L'altra dice: “Ma sì, vai più piano, metti l'acqua ogni tanto e vedrai che funziona.”
Decidiamo di ripartire la sera stessa. Bluff è l'obiettivo e noi ci vogliamo arrivare. Viaggeremo sempre dal tramonto in poi, o nei giorni di pioggia, e terremo il motore basso di giri.
Arriviamo all'obiettivo il pomeriggio seguente, dopo una giornata passata a guidare sotto la pioggia battente, al ritmo sgraziato dei tergicristalli. Il sole ritorna giusto in tempo per farci godere lo spettacolo, come se si alzasse il sipario grigio delle nuvole: “Signore e signori, ecco a voi il Mare!” Niente preannuncia l'avvicinarsi del nostro traguardo, non succede nulla di particolare, semplicemente la strada finisce, perché non c'era altra terra da asfaltare. Ce l'abbiamo fatta! Con due buchi nel radiatore e un porta-bici appeso con una vecchia camera d'aria. Il contachilometri di Kiwi segna 376.028 Km e in questo momento mi sembra un mezzo indistruttibile. La guardo parcheggiata davanti al mare, a soli quattromila chilometri dal Polo Sud, in questa mitica città di soli duemila abitanti. Anche qui come a Cape Reinga (l'estremo nord) il Mar di Tasman incontra l'Oceano Pacifico, creando inquietanti turbolenze. Siamo alla fine del mondo, un'altra volta.

Siamo arrivati in fondo. Bluff è solo un nome sulla mappa, è vero, ma ha un gusto speciale, di vittoria e soddisfazione, tagliare i traguardi che abbiamo nella testa. Ora dobbiamo scegliere, tirare le somme in fondo alle righe della nostra tabella. Wanaka vince su tutte le altre città, col suo lago e la sua quiete, e sarà la nostra nuova casa. Dobbiamo tornare indietro, ma non senza prima tagliare un altro traguardo: Mildford Sound, nella terra dei fiordi, a trecento chilometri da qui. Poi ci aspettano altri 350 Km per tornare a Wanaka. Kiwi permettendo.

mercoledì 10 ottobre 2012

Un anno dopo: due parole su questo viaggio


L'11 ottobre 2011, alle 11:20 del mattino, partiva dall'aeroporto di Milano Linate il volo EI433 con destinazione Boston, U.S.A. Quel giorno i nostri zaini pesavano circa dieci chili in più di adesso, pieni com'erano di cose che avevamo ritenuto indispensabili e che abbiamo poi abbandonato, regalato o rispedito a casa strada facendo. Io avevo in mano una copia de La Repubblica di quel giorno: me l'aveva lasciata mio padre perché la leggessi durante il volo, ma non l'ho mai fatto. E neanche Laura. Perché l'Italia era tutto ciò che stavamo mettendo da parte per un po', e non ci interessava se il Ministro della Giustizia aveva deciso di inviare gli ispettori alle procure di Napoli e Bari per salvare Berlusconi dalle inchieste sulle escort. Volevamo sentire altro, qualcosa che non sapessimo già. Volevamo essere sbalorditi da qualcosa di cui non sospettassimo l'esistenza, come i bambini davanti al primo arcobaleno.

Non ho intenzione di fare bilanci o elenchi di luoghi visti. Vorrei invece spendere due parole su questo viaggio, sui suoi perché. Parlo al singolare perché sarebbe difficile spiegare insieme le mie motivazioni e quelle di Laura, motivazioni che in parte coincidono e in parte divergono. Perché per quanto da un anno non ci siamo mai persi di vista per più di ventiquattro ore, restiamo due individui, due universi separati, come tutti gli esseri umani.
Lo so, una dichiarazione d'intenti come quella che segue è cosa che si dovrebbe fare all'inizio, magari prima di partire. Non certo un anno dopo, lontano tanto dalla partenza quanto dal ritorno. Ma per paura di dire troppo, spesso mi ritrovo col non dire abbastanza. Penso questo quando mi capita di rileggere il mio primo, non del tutto sincero, post.
Un anno fa non avevo nessuna voglia di giustificarmi, di mettere alla prova una scelta che anche a me sembrava azzardata. Sono partito entusiasta e dubbioso, con pochi soldi in tasca, con gli echi di voci che dicevano “Altro che giro del mondo! Con quei pochi soldi tu tra un mese sei di nuovo qui.” Pareva che dovessimo dimostrare qualcosa Laura e io, e l'idea non ci piaceva per niente. Sarà che noi stessi non sapevamo bene come sarebbe andata a finire, come ce la saremmo cavata alle prese con le lingue e le culture diverse, con la lontananza da casa, con gli imprevisti, con la necessità di riempirci lo stomaco ed avere sempre un tetto sulla testa. Stavamo scommettendo senza conoscere la materia in questione.
Ma veniamo a noi. 

Sono partito perché, se c'è una cosa su cui non ho mai avuto il minimo dubbio, è che volevo partire.

Sono partito perché sono curioso, e non mi fido a farmi raccontare il mondo dai libri e dal cinema. Volevo guidare di persona sulle immense freeway di Los Angeles, come i Chip's. Volevo pernottare in un motel americano come quelli di Thelma e Louise, mangiare in un fast food coi divanetti come Fonzie. Ho scoperto che si può essere molto tristi in Messico, dove le nuvole ci sono per davvero. Ho sentito che in certe strade di Città del Guatemala l'aria odora di merda e di solvente, ma non per questo è vietato sorridere. Volevo navigare tra le isole dei Caraibi e vedere se erano davvero sincere lo brochure delle agenzie di viaggi. Come sospettavo, nessun luogo è davvero l'inferno. Nessuno è il paradiso.

Sono partito perché ero stanco, mi ci voleva una vacanza.

Sono partito perché magari ci sono posti più belli, sani, onesti e puliti in cui vivere. O magari il posto giusto è quello in cui sono nato e cresciuto. Forse c'è un posto nel mondo in cui mi posso sentire a casa, un luogo in cui tutto venga più facile e leggero. Oppure vale la pena fare la propria parte insieme alla propria gente, fosse anche nella Pianura Padana. Forse, vista da fuori, non è poi una merda la Pianura Padana.

Sono partito per prendermi il tempo di fare alcune cose a lungo rimandate, per dare una chance ai sogni messi da parte per il solo fatto di essere diventato adulto. In passato ho fatto altre cose, col mio tempo. Cose sagge e giuste: lavorare, studiare. Ma non ho smesso di sognare. Ho scoperto che se metti insieme gli strumenti di un adulto alle ambizioni di un ragazzo, ti ritrovi in Nuova Zelanda con un canotto arancione e un conto corrente a tuo nome.

Sono partito per meglio somigliare all'idea che ho sognato di me stesso, come dice un travestito in “Tutto su mia madre” di Almodovar.

Sono partito perché, porca miseria, almeno l'inglese lo voglio imparare. 

Sono partito perché volevo sapere cosa significa essere straniero. Figlio di migranti quale sono, ho sempre avuto ammirazione per la gente che, per scelta o per condizione, si confronta con altre lingue, altri climi, altri cibi, altri odori, altri mezzi di trasporto, altre economie, altri sguardi, altri sottintesi, altri pregiudizi. Ho sempre avuto l'istinto di stringere la mano al muratore albanese, alla badante sudamericana, all'avvocato africano che vende DVD pornografici fuori dal Brico Center. Ho sempre sospettato, e ora lo so, che quella gente fa una fatica cane, e si porta dentro una ricchezza che spesso non sa (o non vuole) esprimere. Lo pensavo anche durante uno dei miei ultimi giorni di lavoro, quando con Erick, un quattordicenne ecuadoregno con il quale lavoravo come educatore domiciliare, tentavo di fare i compiti di spagnolo. Lui aveva pessimi voti in quella materia, e quando c'era da studiarla erano grandi scenate di svogliatezza. E sì che nella sua famiglia tutti parlano spagnolo e lui, quanto meno, lo capisce. E io mi arrabbiavo, gli dicevo: “Cazzo Erick, tu non ti rendi conto del culo che hai a sapere due lingue così, gratis, solo per averle sentite da piccolo. Io ti invidio e tu fai tutte queste storie per due esercizi che potresti fare in un minuto e ad occhi chiusi!” Ma per lui il fatto stesso di capire lo spagnolo era una ricchezza inutile, una moneta senza valore. Anzi, era un fardello, significava quella differenza che avrebbe voluto cancellare, per essere semplicemente come tutti gli altri. “Sai,” gli ho detto “molto probabilmente passerò dal tuo paese durante il mio viaggio.” Mi ha guardato come se fossi pazzo. “In Ecuador? E cosa ci vai a fare?” Non me la sono sentita di rispondere che andavo a fare il migrante per gioco, per vedere come ci si sente. Non a lui.

Sono partito per vederci meglio, per conoscere gli altri e me stesso. Mi illudevo anche, lo ammetto, di trovare per strada una risposta alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?” Ma l'unico vero risultato è stato confondermi le idee.

Sono partito, insomma, con tante idee nella testa. Alcune vaghe, altre molto precise. L'unica cosa che posso dire ora è che ne valeva la pena. Suona appropriato questo modo di dire, perché viaggiare con pochi soldi a disposizione è spesso una pena, o almeno una fatica. Posso dire anche che sono contento del fatto che ogni giorno che passa mi avvicina sempre di più al ritorno, anche se non esiste una data precisa né una decisione presa in merito. Ma mi piace l'idea, l'idea di tornare.