lunedì 31 dicembre 2012

2013: il (non) capodanno con lite coniugale


“Ehi, andiamo a casa?” dice con voce soffice.
Apro un occhio. Non stavo esattamente dormendo, ma non ero neanche del tutto sveglio. Da quanto tempo sono qui?
“Ma come andiamo?" dico, "Quanto manca a mezzanotte?”

Non so perché, ma il capodanno mi interessa. Mi piace l'idea di tirare le somme, di guardare la pagina vecchia con tutte le sue frasi interessanti, le cancellature. La mia è più una voglia di nostalgia che entusiasmo per il futuro. Preferisco dicembre a gennaio, è meglio l'ultimo foglio del calendario che averne ancora 12 da scontare. E la mezzanotte del 31 di dicembre è il momento culminante di una lunga attesa, il momento in cui sparo un minicicciolo e mi meraviglio di quanto tempo ci fosse pressato in quei 365 giorni.

“Quanto manca alla mezzanotte?” chiedo.
Siamo a casa di amici e dopo cena mi sono buttato su un letto a sonnecchiare. Da un po' di tempo la mia sveglia suona alle sei di ogni mattina, e con l'arrivo dei turisti in città le giornate di lavoro si sono fatte più lunghe e faticose. Tutti quanti vogliono fare colazione al Taste Café, a quanto pare. Se aggiungiamo l'insonnia, che ogni tanto si porta via qualche ora di sonno, è comprensibile che mi si chiudessero gli occhi.
“Ma come andiamo a casa?” dico, “E il brindisi?”
“Ma è mezzanotte e un quarto.” dice Laura, in piedi nel fascio di luce della porta aperta.
“Cosa? E perché non mi hai svegliato?”
“Dormivi così bene...”
“Ma... Ma che ore sono?”
“Mezzanotte e un quarto.”
“Potevi svegliarmi sedici minuti fa anziché adesso!”
“Lo so ma...”
Non ascolto già più, sono veramente arrabbiato. La interrompo. Articolo male le frasi.
“Ma che senso ha non svegliare uno che dorme salvo poi svegliarlo lo stesso, ma un quarto d'ora dopo, e dirgli che si è perso la festa?”

Mi tiro su. Ormai è andata. Sono furioso e devo sembrare gentile, almeno salutare gli amici come si deve.
In macchina, verso casa, neanche una parola. La gente fa baldoria per le strade, dall'altra parte del finestrino. Una ragazza si siede per terra in mezzo a un marciapiede, mentre due suoi amici si fermano ad aspettarla. Sul lago sparano gli ultimi fuochi d'artificio.
A casa, nel buio della stanza, occhi spalancati. Tra cinque ore suona la sveglia, e io mi sono perso il capodanno.

giovedì 27 dicembre 2012

Natale a Taupo (mancano solo Boldi, De Sica e la Belén)


Stamane ci siamo svegliati presto: volevamo aprire i regali. Charles, il padrone di casa e ormai a tutti gli effetti un amico nostro, ha preparato una colazione a base di salmone e champagne. “Come si usa a casa mia, in Inghilterra” ha detto. Chris, il suo compagno, non è tipo da feste natalizie, ma fa del suo meglio e si unisce a noi, anche se un po' assonnato. Ha persino comprato un regalo per Charles e l'ha messo sotto l'albero insieme agli altri.
Il programma è semplice e promettente: mangiare. Ieri abbiamo fatto il pieno di carne e pesce per il barbecue. In frigo c'è birra in abbondanza e io sto per infornare un paio di focacce. 

Dylan il cane ha ricevuto da Babbo Natale un collare nuovo ed un coniglio di pezza. Ma ora non ha tempo per giocare. Si aggira per la cucina perché sa benissimo che, per sbaglio o con intenzione, qualche pezzo di grasso finirà sul pavimento. Bob il gatto, invece, ha ricevuto due topolini di peluche, ma pare che preferisca giocare con le stringhe delle scarpe.
Per pranzo Charles decide di iniziare con l'anatra e con le salsicce. A me sembra tutto delizioso, anche se Chris guarda il piatto e dice “Mai fidarsi degli inglesi al barbecue!” (L'altra sua massima è “Mai fidarsi dei cuochi magri. Guarda me!”)
Dopo pranzo il caldo si fa pesante e l'entusiasmo è in calo. Decidiamo di fare un giro sul lago Rotopounamu, a sessanta chilometri da Taupo. Chris non si unisce a noi: preferisce chiudersi nella sua “caverna”, la stanza piena di computer, piatti e bicchieri vuoti in cui passa gran parte del suo tempo libero. In compenso verrà Dylan, che ha già preso posto accanto al finestrino.

Il lago Rotopounamu è piccolo e silenzioso. Si trova in mezzo a una foresta e lo si può raggiungere solo camminando. All'ingresso del sentiero un cartello dice “No dogs.”
“Merda!” dico io.
“Oh no!” dice Laura.
“Non importa.” dice Charles avviandosi, “Io non l'ho visto il cartello. Voi l'avete visto?”
“No.”
“No.”
“Wof!”
Dylan sembra l'unico a non porsi il problema. Tira il guinzaglio con entusiasmo verso il primo albero da marcare.
Lungo il sentiero che percorre il perimetro del lago, la foresta è talmente fitta che lo specchio d'acqua non si vede: lo si può solo intuire nascosto oltre gli alberi. Ci si presenta davanti nella sua  solitaria semplicità quando imbocchiamo un altro sentiero che porta ad una piccola spiaggia. Nessuno ha pensato di venire qui oggi, a parte noi.
Dylan è alle prese con la prima nuotata della sua vita, ma non sembra troppo entusiasta. Laura e Charles si immergono completamente nell'acqua fredda, cercando un po' di sollievo, mentre io preferisco starmene seduto su un tronco d'albero, dove presto anche loro mi raggiungeranno. (Tutti tranne Dylan, che dalla riva guarda insistentemente le oche nuotare al largo. Troppo al largo per lui.)
“Questo è il miglior Natale che abbia vissuto qui in Nuova Zelanda” dice Charles. E ci ringrazia. Vive qui da cinque anni, ma non c'era mai stato un albero a luccicare in salotto prima. Né i regali, né il barbecue. Nessuna gita fuori porta. Anche noi siamo contenti di questo Natale, il secondo lontano da casa. Il secondo senza maglione, senza le lasagne della nonna, senza l'odore del caffè dopo pranzo.

È ora di tornare. Abbiamo una missione da compiere: mangiare. Mangiare l'altra metà del ben di dio messo da parte per oggi. Cosa rimane ancora? Gamberi, braciole, hamburger fatti in casa... E birra.







domenica 23 dicembre 2012

Fuck you, insomnia


Nel buio lo schermo del mio cellulare colora il soffitto di blu: 1:20 a.m. 

Insonnia. Esiste davvero o è solo una suggestione? Se non dovessi alzarmi così presto domani mattina, forse, non sarei qui a pormi il problema. Se non avessi questa sveglia puntata alla tempia probabilmente stapperei un'altra birra, leggerei un altro capitolo. Magari uscirei a fare due passi, mi siederei su una panchina a guardare i tombini. 
Dunque, l'insonnia non esisteva prima che inventassero la sveglia? È figlia degli obblighi tutta quest'ansia? Si tratta solo di una conseguenza di ritmi che non mi appartengono?
Quanto invidio le persone che chiudono gli occhi e subito si addormentano. Ne ho una accanto proprio adesso. Si spengono come gli aspirapolvere: un ultimo sbuffo e poi tutto tace. Ma se io chiudo gli occhi il mio cervello prende lavorare più in fretta, acquista una nuova lucidità, va dritto al punto. E allora è interessante. Ma più spesso si ingarbuglia intorno ad una questione senza cavarne fuori niente. Ossessivo. Altre volte rimugina stronzate, piccolezze quotidiane che probabilmente hanno sollevato questioni più grandi. Ma non dovrebbe essere compito dei sogni, dell'attività onirica, occuparsi di queste cose? Devo per forza essere presente anch'io?

2:45 a.m. Allontano lo schermo del cellulare dagli occhi ma un piccolo rettangolo di luce rimane impresso, rimbalza e si moltiplica sulle palpebre chiuse. Pruriti inspiegabili nelle zone più irraggiungibili della schiena mi costringono a contorcermi. Mi graffio con rabbia: perché non dormi, stronzo!

Fuck you, insomnia. Non mi terrai qui a rigirarmi attorno al cuscino come un pollo allo spiedo.
La luce dei lampioni che filtra dalle tende è sufficiente per trovare i pantaloni e le scarpe. In un minuto sono fuori, furtivo, senza svegliare nessuno. Soprattutto Dylan il cane, perché se si sveglia lui è un pasticcio. 
L'aria è fresca, sento il sudore asciugarmisi addosso. Prendo la bicicletta e inizio a passare in rassegna il reticolato di strade intorno alla casa, lentamente, quasi senza pedalare. Non c'è nessuno in giro, solo qualche taxi a caccia di ubriachi da riaccompagnare. 
Mi guardo intorno. Ogni casa un giardino, ogni giardino un vialetto, ogni vialetto una macchina. È lo standard. Anche in questa zona, dove la gente è più povera. Mi fermo un attimo al numero 35 di Rotokawa Street: una vecchia Toyota Corolla piena di ammaccature se ne sta di sbieco tra le erbacce, accanto ai pali di una vecchia altalena senza più un sedile. La casa avrebbe bisogno di una riverniciata, decadente anche alla luce indulgente dei lampioni. C'è una luce accesa oltre i vetri incrinati di una finestra. Si affaccia un uomo con una tazza in mano, guarda verso di me. Riprendo la strada spingendomi col piede contro il marciapiede.
Mi arrampico lungo Taupo View Rd. fino a raggiungere la cima della collina. Nel girare l'angolo per Rifle Range Rd. quasi mi scontro con una ragazza forse quindicenne, vestita in canottiera e pantaloni di jeans cortissimi. Cammina veloce, mi scarta e passa oltre. Sta piangendo.

Io sono un tipo “prima il dovere e poi il piacere”. Preferisco lavare i piatti subito e poi sdraiarmi sul divano e non pensarci più. Ma se vedo un lago in fondo a una discesa non resisto. Non importa se al ritorno mi tocca la salita. Così prendo un bel respiro, lascio andare il manubrio e mi godo qualcosa di facile. Senza pensare al “poi”, una volta tanto. 
Il lago è più bello di giorno, quando è azzurro e quando si vede il vulcano Ruapehu coperto di neve sullo sfondo. Le case quaggiù sono lucenti, tengono nascoste le Mercedes oltre le saracinesche automatiche dei garage. Gli impianti di irrigazione – esseri insonni anche loro – sollevano un profumo che sembra di pioggia. Ogni casa ha uno stile diverso: dallo chalet svizzero al cottage americano. Ma tutti gli architetti hanno avuto un pensiero comune: la terrazza con vista lago.
Già che sono venuto fin qui qui, vado a vedere che aria tira in centro. Passo davanti al Taste Café, a quest'ora buio e silenzioso. Tra poche ore sarò in quella cucina ad affettare carote. Nel parcheggio lungo la riva c'è una lunga schiera di macchine e camper, dove anche io e Laura ci siamo fermati a dormire durante le nostre prime notti a Taupo. Poco oltre, gli unici locali aperti la notte: qui sono concentrati tutti gli esseri umani ancora svegli di questa città. Musica, risate, birra. Forzo un poco l'andatura: non sia mai che c'è in giro qualcuno che conosco e mi tocca fare conversazione. Non ho neanche un dollaro in tasca, fra l'altro, anche se mi volessi fare una bevuta.

La salita non è poi così faticosa senza il sole del pomeriggio e senza i pantaloni da lavoro che indosso di solito quando la percorro.
Mi rinfilo nel letto. Tra non molto suonerà la sveglia e io mi alzerò comunque, come sempre. Come tutti gli insonni del mondo. Siamo, a nostro modo, degli eroi resistenti.

sabato 15 dicembre 2012

Mao Tse-tung


“Take it easy man, take a break!”
E' il motto di Leo, il cuoco cinese. 
Il ritmo delle ordinazioni cala quasi fino a cessare e in cucina si può finalmente tirare un sospiro di sollievo, dopo un incalcolabile tempo passato in apnea, concentrati e veloci nei movimenti, comunicando a monosillabi. Ma intanto, mentre ero impegnato a fare panini, insalate e tortillas, dalle parti del lavandino è cresciuto un edificio abusivo di piatti, tazze, posate e padelle incrostate di grasso. E mi toccherà lavare tutto.
“Fuck-off!” ho imparato a dire con soddisfacente disinvoltura.
Ma Leo è un tipo che infonde calma. “Prenditi una pausa, man” mi ripete.

Oggi è contento e nervoso allo stesso tempo: i suoi genitori sono in arrivo dalla Cina e sono cinque anni che non li vede. Da quando è arrivato in Nuova Zelanda all'età di ventiquattro anni, infatti, non è mai tornato a casa. Per lui oggi è un giorno speciale, e non ha troppo voglia di rispondere alle provocazioni di Ryan, il nostro collega gallese con cui non sembra andare troppo d'accordo.

“Il tuo Presidente va in galera.” mi dice Ryan, attraversando la cucina con una teglia fumante in mano. Io ho appena finito di lavare i piatti e sto disossando un pollo. Ci metto un po' a capire e a puntualizzare: “Ex Presidente!”
A quanto pare ha letto sul giornale che Berlusconi è stato condannato a quattro anni, non sa dirmi per quale motivo, e mi chiede se sono contento. Io il giornale non l'ho letto e non so di cosa stia parlando, ma gli do per certo che in galera non ci andrà nemmeno per un giorno. E che a me basterebbe non ritrovarmelo di nuovo Presidente quando torno a casa.
Ed è così, parlando di politica “da cucina” che salta fuori il nome di Mao Tse-tung.
“E cosa dire di Mao?” dice Ryan, voltandosi verso Leo.
“Oh, Mao!” risponde Leo “Era il nostro presidente negli anni cinquanta.”
“E cosa ne pensi tu di Mao?” incalza Ryan.
“Per noi è un eroe, ha fatto molto per la Cina.”
“Cosa?!” dice Ryan fintamente inorridito. “Era un assassino!”
“No, questo è ciò che dicono ma...”
“Ha ucciso milioni di persone!” lo interrompe Ryan.
“Mao è un eroe per il popolo cinese.” ripete Leo.
“E secondo te era un presidente pacifico?” chiede Ryan provocatorio.
“Sì” risponde Leo, già stufo di una situazione che forse ha già vissuto altre volte.
“Mah!” conclude Ryan, con un sorriso incredulo sulle labbra.
“Vedi Ryan,” riprende Leo, mentre apre la cella frigorifera e inizia a cercare qualcosa tra gli scaffali, “il problema è nei mezzi d'informazione. Quello che dicono qua è diverso da quello che dicono in Cina.”
Forse Leo non si rende conto che questa spiegazione non giova alla sua tesi, ma Ryan decide di non infierire. Si limita a chiedere a me:
“Tu che dici, Mao era un eroe o un assassino?”
Resta lì a guardarmi. Anche Leo è spuntato fuori dalla cella frigorifera e mi guarda, in attesa di una risposta.
“Forse tutte e due le cose.” dico io vigliaccamente. 
Mi guardano ancora per qualche secondo, cercando di capire se quello che dico ha un senso o se è solo la prima cosa che mi è venuta in mente per togliermi dagli impicci di un discorso che non ho ben afferrato. Poi distolgono lo sguardo senza aggiungere altro. Io torno al mio pollo, ma mi sembra di poter leggere nelle loro teste lo stesso pensiero: “Ancora una volta non ha capito un cazzo questo fucking italian.”

martedì 11 dicembre 2012

Nuova Zelanda, le foto

Ecco che mi sono portato quasi in pari con le foto. Ho anche aggiunto qualche didascalia questa volta. Spero apprezzerete.








sabato 1 dicembre 2012

A proposito di biciclette e della normalità

Tornando a casa dal lavoro, un giovedì alle cinque
Qualche giorno fa scambiavo delle mail con un amico a proposito della normalità. “Scappare,” scriveva lui, “via dall'aridità di una vita programmata dalla culla alla tomba. Casa, ufficio, supermercato...” “Ok,” pensavo io “hai ragione tu. Ma...”
Ma prima o poi con la normalità ci devi fare i conti. Non importa dove ti sei andato a cacciare: un bel momento lei ti arriva alle spalle e ti spara uno dei suoi odiosissimi coppini. E allora tanto vale essere normale fin da subito. Tanto vale sorridere alla gente, uscire tutte le mattine alla stessa ora, rifare ogni giorno la stessa strada. E possibilmente non ruttare a tavola, a seconda della compagnia. 
No, io non credo di voler scappare da nessuna parte. Non per forza, non per finire un una prigione dai colori cangianti, non per avere in cambio un paraocchi con un guardrail e qualche cielo troppo azzurro disegnato sopra. “Meglio fare il ribelle in incognito.” ho risposto al mio amico. Meglio covare nascostamente le proprie sovversioni, portarsele dietro nella propria quotidianità. E non dimenticare di farsi spesso certe scomode domande, rinnovare di giorno in giorno le proprie scelte. Per fare questo non è obbligatorio andare da nessuna parte. Voglio dire, non fisicamente. Ognuno sceglie il proprio prossimo viaggio: chi va in India a cercare se stesso, chi apre un sexy shop, chi ricomincia a credere in Dio, chi si allena per la Maratona di New York, chi compra una casa, chi fa un figlio... Tutto va bene, se sei veramente tu a scegliere.

Da circa due mesi Laura e io conduciamo una vita normale. Abbiamo una stanza, una macchina, un supermercato fisso in cui fare la spesa. Ogni mattina vado al lavoro e torno a casa sette ore più tardi, col mal di schiena. Dopo cena leggo, finché la vista non si appanna e gli occhi non si chiudono. Anche l'insonnia, di cui mi ero quasi dimenticato di soffrire, è tornata ad essere parte della mia quotidianità. 
Ma ci sono piccole cose che sono frutto di un disegno, e quel disegno l'abbiamo fatto noi. Abbiamo eletto questo Paese, questa città tra tante altre possibili. Al lavoro ci vado in bicicletta e quando giro l'angolo e vedo il lago in fondo alla discesa tiro un bel sospiro e, almeno per un attimo, mi sento bene. Sono piccole cose, ma fanno la differenza: i grandi spazi a disposizione, la quasi totale assenza del colore grigio, il fiume Waikato che ci scorre accanto, le cascate Huka coi loro 220 mila litri d'acqua al secondo, le pozze d'acqua termale dietro casa...
È, questa, normalità? Forse. Ma ci scorre dentro un sangue irrequieto, ci galoppa sopra un cavallo testardo che tira dalla sua parte e logora le briglie. È vero che rischiamo di accorgerci un giorno che tutto era deciso dalla culla alla tomba, caro amico. Ma non è necessario immolarsi, ritrovarsi a non poter brindare con nessuno il nostro “Vaffanculo al mondo”.

Se c'è una cosa che ho imparato in questi ultimi mesi è questa: “Si può fare.” C'erano cose che mi sembravano irrealizzabili, ostacoli che apparentemente rendevano insormontabile il raggiungimento di obiettivi e desideri. Ma tutte le avventure, i guai, le fatiche, le persone incontrate in questo viaggio mi hanno fatto capire che, se vuoi una cosa, ti metti lì e la ottieni. Ci riesci. E a maggior ragione a casa tua, tra la tua gente, accanto alla tua famiglia. Dove si parla la tua lingua e dove non servono documenti strani per esistere legalmente. Se lo vuoi, ce l'hai. L'unica vera nemica è quella voce che ti dice “Rinuncia! Ma non lo vedi che sei solo un povero pirla?” Ma è il caso di darle la stessa risposta che le darebbe un saggio. Potremmo chiamare in causa Immanuel Kant, ma forse è sufficiente Bart Simpson.

lunedì 19 novembre 2012

La giustizia fa il suo corso, noi cambiamo casa

La nostra nuova casa
Il nostro uomo è a casa su cauzione, con il divieto di affittare la stanza ad altri e di avvicinarsi a me o a Laura. Altrimenti lo mettono dentro. Tra qualche giorno ci sarà una nuova udienza, nella quale si dovrebbe decidere qualcosa di definitivo. Il sergente Weston e il servizio di assistenza alle vittime ci tengono costantemente informati sugli sviluppi e restano a nostra disposizione. Noi nel frattempo abbiamo raccontato gli eventi tante di quelle volte che ormai ci ridiamo su, soprattutto quando arriviamo ai particolari più scabrosi.

Abbiamo lasciato casa di Dennis e Terry, a malincuore. Era un piacere per me uscire la mattina per andare al lavoro, attraversare il quartiere silenzioso e deserto scendendo la collina con la bici senza bisogno di pedalare (anche se al ritorno erano dolori). E con la musica nelle orecchie scorrere tra i vialetti, le ampie vetrate dei salotti, le barche a riposo sui loro rimorchi. Sullo sfondo: il “grande lago”, mia meta quotidiana.
Ora viviamo in un quartiere decisamente più popolare. Ci siamo trasferiti a casa di Charles, collega di Laura, e del suo compagno Chris. E con noi ci sono anche il gatto Bob e il cane Dylan. Paghiamo un affitto molto ragionevole per la nostra stanza e per il momento ci troviamo bene: speriamo sia la volta buona. Di sicuro mangiamo ogni giorno cose squisite: si cucina una sera noi e una sera loro e Chris è davvero bravo. È il primo straniero che abbia incontrato in grado di cucinare una pasta come si deve. Come un italiano vero, direbbe Cutugno. Io invece faccio quello che posso, tra pizze e scaloppine e risotti. Diciamo che per il momento non ho bruciato quasi niente.

martedì 13 novembre 2012

Quando il padrone di casa è un maniaco sessuale


Questa che sto per raccontare è una storia spiacevole. Non so bene da che parte cominciare, anche perché le cose non sono ancora del tutto a posto e organizzare un discorso comprensibile agli altri mi sembra un'impresa insormontabile. Per questo motivo vi dirò i fatti nello stesso ordine cronologico con cui giovedì scorso Laura e io li abbiamo raccontati al sergente Weston, alla centrale di Polizia di Taupo.

Il 18 ottobre rispondiamo ad una serie di annunci di gente che dà camere in affitto: annunci trovati nelle bacheche al di fuori dei supermercati, come si usa qui. Solo uno di loro non ha ancora trovato un inquilino e si dice disponibile ad accettare una coppia.
Steve, il padrone di casa, è un tipo strano, e questo lo capiamo al volo. Sui cinquanta, un poco ingobbito, magro e nerboruto, la cui faccia mi ricorda da subito quella di certi tossici sopravvissuti, ma i cui modi aristocratici e la lucidità del discorso fanno piuttosto pensare ad un artista intellettuale uscito di scena, magari con una vita sregolata alle spalle. È molto gentile con noi e ci spiega con pazienza e chiarezza le condizioni del contratto. La stanza è abbastanza vicina al centro della città ed è spaziosa, pulita e luminosa, con un ingresso indipendente. La prendiamo.
Quello stesso giorno, dopo aver sistemato le nostre cose, Laura nota una borsa nera appesa ad una lampada accanto all'ingresso. È un portadocumenti di taglio femminile, contenente una selezione di ritagli pornografici organizzati in due ordinatissimi porta-listini. Ma può benissimo appartenere ai suoi precedenti coinquilini, pensiamo. O può anche essere una sua imbarazzante dimenticanza. Siamo gente di mondo noi, non la facciamo troppo lunga: prendiamo la borsa e la infiliamo nell'armadio. Anche se, allo stesso tempo, un primo campanello d'allarme mi si accende nella testa. 
Le seguenti due settimane filano via abbastanza lisce: noi lavoriamo tutto il giorno e quando torniamo a casa Steve lo vediamo poco. Ciò nonostante continua ad incuriosirmi. Piccole cose: la disposizione dei mobili del salotto ogni mattina diversa, la decina di occhiali da sole in due file ordinate sul comò, una pulizia e un ordine maniacale... 
I primi giorni mi sento decisamente a disagio e sono intenzionato ad andarmene, ma Laura mi fa capire che secondo lei le stranezze di Steve si possono benissimo sopportare. Soprattutto se l'alternativa è tornare a dormire in macchina e ricominciare un'estenuante ricerca di un posto in cui stare. In effetti tutto ciò, entro certi limiti, può anche essere divertente. Col passare dei giorni mi rilasso anche io e arrivo a pensare che, nonostante tutto, si può anche rimanere.

Tutto cambia il 5 di novembre, quando Laura trova sotto il proprio cuscino un paio di occhiali da sole. Né miei, né suoi. Tutti i campanelli ricominciano a suonare allo stesso momento: quello è entrato nella nostra stanza mentre non c'eravamo. Prendo gli occhiali, vado da Steve e glieli sventolo sotto il naso. “Ah,” dice lui “stavo solo dando da bere alla pianta, ho visto che stava morendo...” Gli dico con tutta la chiarezza di cui sono capace che non accetto che nessuno entri nella nostra stanza mentre non ci siamo. Lui all'inizio si scusa, con i suoi soliti modi gentili. Poi d'improvviso si incazza, i suoi lineamenti sembrano trasformarsi mentre dice che ha il diritto di controllare la sua stanza. Gli ripeto il concetto e poi lo lascio stare, perché sta evidentemente perdendo il controllo. 
Io e Laura ci chiudiamo in camera un po' scossi a parlare dell'avvenuto, mentre Steve sbatte porte e borbotta dall'altra parte del muro. A entrambi pare ovvio che quella della pianta sia una cazzata, mentre io penso anche che gli occhiali non gli abbia persi per caso proprio sotto al cuscino di Laura, ma che ce li abbia lasciati apposta: una sorta di messaggio. Andarcene al più presto sembra ad entrambi la soluzione migliore, cercando di non inasprire i toni e allo stesso tempo di stare in guardia il più possibile. Dopo tutto ha in mano i soldi del nostro deposito e noi aspettiamo delle comunicazioni importanti via posta a questo indirizzo.

Il giorno seguente Laura lavora, io sono di riposo. Mentre vago per la stanza rimuginando sull'accaduto mi viene un dubbio: “E se fosse entrato per...” Mi precipito nell'armadio, dove il primo giorno abbiamo messo la borsa nera. La borsa è sempre lì, ma è vuota. 
Verso le due del pomeriggio bussa Steve e mi dice sgarbato che nel pomeriggio verrà un elettricista a controllare le luci. Aggiunge in tono sarcastico che mi sta avvisando che potrebbe aver bisogno di entrare nella stanza, mentre mi mostra un SMS dell'elettricista stesso per dimostrarmi che dice il vero. 
Ok, penso io, hai lasciato gli occhiali sotto al cuscino e ora mi racconti che stavi cercando di aggiustare la luce che si trova proprio al di sopra del letto, che in effetti di tanto in tanto lampeggia. Ti stai costruendo una verità e me la vuoi dare a bere. Arrivi addirittura a chiamare un elettricista!
“Bene,” gli dico, “se deve venire l'elettricista qua dentro io lo aspetto.” 
“Ma non so a che ora” dice lui. 
“Non importa, ho tempo da perdere” dico io. 
Si incazza di nuovo, inizia ad inveire, dice cose che non capisco. Io colgo l'occasione per sondare il terreno rispetto alla nostra dipartita.
“Senti,” gli dico “se vuoi ci sediamo e parliamo, perché così non si può andare avanti.” 
Lui si ritrasforma nell'animale gentile e cerimonioso dei primi giorni, mi accompagna nel salotto, mi invita ad accomodarmi. Parla lui  per primo e mi dice che si sente offeso, perché il giorno prima avevo occhi molto severi quando gli ho detto che non volevo che nessuno entrasse nella mia stanza, e a lui è sembrato lo accusassi di qualcosa. Aggiunge che voleva solo controllare le luci nella sua stanza, nella sua casa. 
“Cosa avrei dovuto fare?” aggiunge “aspettare che torni tu?”
“Proprio così” gli rispondo.
“Ma tu torni alle cinque, il tempo dell'elettricista costa soldi, io non posso aspettare te.”
Questo sa a memoria i nostri orari.
“Senti Steve,” gli dico “io sono dell'idea che nessuno debba entrare nella stanza mentre non ci siamo. È il nostro spazio privato per il quale ti pago ogni settimana. Se tu pensi che questo non sia possibile, molto bene, amici come prima”
“Mi stai dicendo che ve ne andate?”
“Se questa è la situazione, sì.”
“Di cosa mi stai accusando? Io non ho rubato nulla.”
“Non ti accuso di niente, solo di essere entrato nella stanza mentre non c'ero. E poi, se tu trovassi degli occhiali da sole sotto il cuscino di tua moglie, a cosa penseresti?”
“Stronzate!” si incazza lui. “Io dovevo controllare l'impianto elettrico.”
“Ma non dovevi dar da bere alla pianta?”
Lo vedo arrivare al suo limite, sta di nuovo per perdere il controllo.
“Lo so cosa manca nella stanza” gli dico fissandolo negli occhi.
“Cosa? Mi stai dicendo che ho rubato qualcosa? Io non ho rubato niente.”
“No, infatti, non manca nulla che appartenga a me.”
Sembra confuso.
“Di cosa parli?” dice.
“Tu sai cosa, Steve.”
Di nuovo cambia faccia, il tono si fa scherzoso e perde di ogni aggressività. Ma ancora non cede, mi chiede di cosa stia parlando. Accenno alla borsa nera che stava appesa alla lampada il primo giorno.
“Ah,” dice lui sorridendo “ma quella roba non è mia, è di un amico.”
“Senti Steve, non siamo ragazzini, non me ne frega niente se è tua o no. Me la potevi chiedere e io te la ridavo, fine della storia.”
Lui sembra più rilassato, il nostro discorso viene interrotto dal furgone di un elettricista nel vialetto. Io ritorno nella mia stanza in attesa della presunta riparazione e di poter poi riprendere il discorso. Dovrei sentirmi più rilassato anche io: è entrato a cercare le sue riviste pornografiche e se le è riprese, tutto qua. Ma qualcosa non mi convince: continuo a ripensare al modo in cui mi studiava quando gli ho detto Tu sai cosa, Steve. E al quasi sospiro di sollievo che ha tirato quando ha capito che parlavo dei ritagli porno. Deve esserci dell'altro.
L'elettricista non arriverà mai: probabilmente è solo un suo amico che ha chiamato con qualche  pretesto. Quando vedo il furgone allontanarsi torno di là e vado subito al sodo, gli dico che per me  la cosa migliore è andarmene immediatamente e riavere indietro i soldi del deposito. Lui inizialmente si fa forte del contratto, dove è scritto che dovremmo dargli un preavviso di due settimane. Alla fine firmiamo un nuovo accordo, secondo il quale i soldi del deposito serviranno per pagare la nostra ultima settimana. Non è quello che volevo, ma pare proprio che non abbia i soldi da darmi indietro. Alla fine della diatriba, nella quale gli ho detto chiaro che non credo a una parola delle sua storia di piante ed elettricisti e che, vista la situazione, era meglio per tutti separarci quanto prima, Steve ha un'aria afflitta e, poggiando la penna sul tavolo dopo aver firmato il contratto, dice “Tutto questo è molto triste”.
Un'altra settimana qui. Non siamo affatto tranquilli e pensiamo seriamente ad un'altra soluzione, chi se ne frega dei soldi. Intanto il giorno seguente io lavoro e Laura è di riposo. Di comune accordo lei mi accompagnerà al mattino se ne starà in giro tutto il giorno. Prima di uscire piazzo la nostra videocamera in un angolo, nascosta in un mucchio di cuscini e vestiti.
La scena seguente vede Laura in lacrime, fuori dal caffè in cui lavoro. Mi porge la videocamera che ha recuperato quando è passata dalla stanza poco tempo prima. Lo spettacolo che vedo nel piccolo schermo è raccapricciante: Steve entra nella nostra stanza dieci minuti dopo che siamo usciti e inizia a guardarsi attorno. Poi localizza un mucchio di biancheria sporca e afferra un paio di mutandine di Laura, le annusa con ferocia, ansima. Poi si mette a leccarle come un animale, facendo versi di autocompiacimento. Mentre fa tutto questo continua a tenere d'occhio la porta, per controllare che nessuno sia di ritorno. Ecco a cosa serve quello specchio messo ad angolo lungo il recinto!

Laura e io decidiamo di andare alla Polizia a chiedere un consiglio sul da farsi. Abbiamo qualche dubbio, forse condizionati dalle troppe serie TV in cui i mafiosi  appena arrestati si incontrano in commissariato coi testimoni che li hanno appena denunciati e, talvolta, hanno tutto il tempo di mettergli le mani al collo prima che lo sbirro eroe li metta al tappeto. O forse dalle tante storie italiane, realmente accadute, di vendette, inefficienze, impotenza della legge.
Il sergente Weston ascolta la nostra storia, guarda il video e scrive un rapporto dettagliato per ciascuno di noi. È gentile e genuinamente dispiaciuto, arrabbiato quasi quanto me per quello che è successo. Sta almeno due ore ad ascoltarci, aspettando con pazienza il nostro lento articolare delle frasi in inglese, chiedendo delucidazioni e trascrivendo al volo in forma corretta le nostre parole sul computer.  La sua preoccupazione è che risulta difficile trovare un capo d'accusa adeguato per quello che Steve ha fatto, motivo per cui ci tiene ad aggiungere al rapporto un dettaglio a cui noi non avevamo dato peso: prima di uscire dalla stanza, l'uomo sottrae due kiwi dalla tavola. “Il furto è furto,” dice “sono fino a due anni di carcere.”
Ma Weston non ci dà nessun consiglio: il da farsi sembra essere scontato. Ci affida a Bridget, un'anziana donna decisamente tabagista che si occupa di “assistenza alle vittime”, poi prende la macchina e parte a tutta velocità. “Io adesso vado ad arrestare l'uomo e lo porto qui per interrogarlo.” dice Weston prima di andare. “Mentre lui sarà qui a parlare con me, Bridget vi aiuterà a prendere le vostre cose. Non abbiate paura, non lo incontrerete, e là ci sarà uno dei miei ragazzi ad aspettarvi.”
Insieme a Bridget, che ci segue con la sua macchina, partiamo qualche minuto dopo il sergente. “Ragazzi, sono vecchia, non mi perdete!” dice Bridget. “Il limite è 50, ok?” 
Ci fermiamo in una via vicina alla casa, nascosti, in attesa di poterci avvicinare in sicurezza. Quando Bridget ci dà l'ok ripartiamo dietro di lei, ma ha decisamente sbagliato i conti e ci manca poco che ci imbattiamo direttamente in Steve in manette. Bridget rallenta e lampeggia con la freccia sinistra. Noi facciamo appena in tempo ad interpretare il messaggio e svoltiamo all'ultimo momento, pochi metri prima di raggiungere la casa. Andrà meglio al secondo tentativo.
Mentre raccogliamo le nostre cose, un agente scatta un sacco di foto e perquisisce la stanza si Steve. Sapremo più tardi che ci avrà trovato dentro due sacchi pieni di biancheria femminile, probabilmente tutte sottratte alle sue precedenti coinquiline.
In questo momento, proprio mentre scrivo queste righe, Steve si trova in tribunale e il suo processo è in corso. Dall'esito dipendono le nostre prossime mosse: andarcene o rimanere. Anche se il singolo reato può non sembrare tanto grave da giustificare una pena detentiva, in qualche modo io me la auguro. Il tipo mi sembra pericoloso e sarà di certo incazzato con noi: non mi va di incontrarlo per strada. Dopotutto siamo pur sempre in vacanza.

Ora siamo ospiti di Dennis, manager del Caffè in cui lavoro, e del suo compagno Terry. Ce la spassiamo un mondo con loro, in questa villa gigante sulle colline appena fuori città, con vista sul lago e sulle montagne ancora innevate. Dennis era presente mentre io e Laura guardavamo il video fuori dal Caffè. “Dovete assolutamente andare alla polizia” ha detto. “E poi venite a stare da me per qualche giorno.” L'ho ringraziato per il gentile invito, deciso a declinare, visto che ci conoscevamo appena. Ma lui, abitualmente giocondo, s'è fatto serio e ha detto “No, dovete venire. Ho uno spazio enorme e mi farebbe piacere.” Ha scritto il suo numero su un foglietto e ci ha dato una piantina della città su cui ci indicava la strada. “Non preoccuparti,” ha aggiunto rivolgendosi a Laura “Con noi sei al sicuro.” Poi mi ha indicato con il pollice e ha detto: “Lui non lo è!” ed è scoppiato in una delle sue sguaiatissime risate.

domenica 28 ottobre 2012

Fate largo, arriva il cuoco


La storia si ripete. Come qualche mese fa in Perù, mi faccio forte della mia italianità. Sono italiano, quindi di cucina ne so per mia natura. Non lo faccio perché mi piaccia vantarmi di cose non vere, né perché mi diverta a mettermi in situazioni difficili da sostenere. Lo faccio perché mi serve un lavoro e, come tutti, cerco il modo più efficace per ottenerlo.
Mi sono presentato in tutti i bar e ristoranti, curriculum alla mano. “Aiuto cuoco italiano, esperto in pasta e pizza” diceva il riassunto. E tutto infatti è andato liscio, come l'altra volta, quando a Cuzco questo era bastato a fare di me un docente con una schiera di allievi in divisa che pendevano dalle mie labbra. Anche qui a Taupo questo è bastato, quasi al primo tentativo. Darren, il proprietario del locale, mi ha illustrato i termini del contratto mentre Kathy, la chef, mi ha guidato per un tour tra le stufe, i magazzini e le celle frigorifere. Tour che si è concluso davanti ad un lavandino traboccante di piatti e padelle, tazze e posate che spuntavano oltre la coltre di grasso, riso e foglie di rucola. “Ok, benvenuto!” mi ha detto Kathy. “Quella è la spugna, quello è il detersivo.”
Ma non pensiate che ci sia rimasto male. Se c'è una cosa che mi piace fare per guadagnarmi da vivere è muovere le mani e fissare il vuoto. Intanto è già iniziato il mio addestramento: devo imparare a fare i panini in menù, le patate fritte, le uova con bacon e una serie di altre cose, così da potermi alternare con gli altri e cambiare postazione di tanto in tanto. Come spiegare che io voglio lavare i piatti? 
Dalle fessure della porta della cucina, oltre i tavoli e le teste dei clienti, si vede un pezzetto di lago, come in una foto verticale scattata col grandangolo. Quando nel primo pomeriggio il lavandino è vuoto, attraverso la strada e con il mio natante solco le acque del lago Taupo, alla ricerca di spiagge remote e sconosciuti orizzonti. (Qui tutti hanno un motoscafo una barca, o almeno una canoa. Perché io non dovrei avere qualcosa che galleggia? Bisogna pur imparare, poco alla volta, a godersi la vita. La Nuova Zelanda è una buona scuola in questo senso.)

lunedì 22 ottobre 2012

Taupo, un posto da chiamare Casa


Abbiamo girato impazziti come un palloncino che ti scappa dalle mani mentre cerchi di fargli il nodo. Abbiamo battuto l'Isola Nord dall'alto in basso, da costa a costa e anche in diagonale, tornando a volte ossessivamente sulle stesse strade. Laddove la mappa segnava un centro abitato, meglio se sul mare o nei pressi di un corso d'acqua, noi ci siamo andati, cercando con determinazione il posto giusto da chiamare Casa. La nostra strategia ci ha procurato il mal di schiena e una spesa enorme in benzina, a volte attraverso infiniti chilometri di nulla, laddove i nomi sulla mappa non corrispondono che a un recinto e ad una casella della posta ammaccata sul ciglio della strada. Ma più ci allontanavamo da quello che stavamo cercando, più restavamo a bocca aperta. Dietro a curve di sterrate prese per madornale errore, ci siamo spesso trovati davanti a Lei, la  Natura. Scogliere lavorate dai secoli, dove il vento fa il culo alla forza di gravità e gli alberi crescono orizzontali, con la messa in piega. O quella collina verde, appena all'uscita di una fitta foresta, sulla cui cima c'è un vecchio autobus variopinto, circondato dalle mucche al pascolo. O ancora il mare che lambisce la East Cape road, che conduce al faro più a est del mondo (se lo guardiamo a partire da Greenwich).
Poi ci è toccato smetterla. Smettere di fare finta che i soldi non stiano finendo. Smettere di strisciare la carta di credito senza pensare a come funziona, il credito. Abbiamo stilato una lista di città che avessero un panorama mozzafiato, i bagni pubblici gratuiti, le docce, una biblioteca accogliente con internet a disposizione, svaghi nelle immediate vicinanze e almeno un supermercato con prezzi convenienti. Abbiamo votato ed eletto all'unanimità Taupo come nostra Capitale. Città di lago e di fiume, sta più o meno nel centro dell'Isola ed ha tutto ciò che potremmo desiderare. A parte un clima più amichevole, ma per questo non c'è speranza in Nuova Zelanda, almeno in questa stagione.

Ed ora eccomi qui, nella Skype room della biblioteca, a scrivere queste memorie. Mezz'ora fa sono entrato in un ufficio pubblico con un modulo incompleto tra le mani, pronto ad affrontare il muro della burocrazia. Ho spiegato timidamente che mi serviva un codice fiscale e cinque minuti dopo ero di nuovo fuori, tutto era a posto. Niente “Torni settimana prossima, dalle nove alle nove e venti.” Niente “Vada all'Ufficio Magagne, poi faccia la coda allo sportello 2 e torni qui con la fotocopia fronte-retro della Carta d'identità”. Fatto, e basta.
Venerdì inizio a lavorare nella cucina di un ristorante. Con un REGOLARE CONTRATTO. Laura sta già lavorando come cameriera in un caffè. Da un paio di giorni la nostra macchina è tornata ad essere una semplice macchina, mentre noi dormiamo in una stanza vera con un letto, un tavolo, due sedie, un divano e un televisore con tre canali.

mercoledì 17 ottobre 2012

Margarina adesso è mia


In Nuova Zelanda il cielo cambia in fretta di colore, ormai ci stiamo abituando. Il tempo di comprare del pane e una busta d'insalata, di fare la coda alla cassa, e fuori c'è Il diluvio. Ci fermiamo ad aspettare, Laura e io, nello spazio tra le due porte scorrevoli del supermercato New World, nella città di Hamilton. Che spiova almeno un poco! Abbastanza da permetterci di scattare a passo di papera fino alla macchina. (Ma com'è che poi ci metto sempre un'ora a infilare la chiave nel buco e finisco col bagnarmi lo stesso?)

Accanto alla porta che dà all'esterno c'è un agente di polizia. Vicino a lui, di spalle all'uscita, un ragazzo sui trenta, scuro di pelle. Tiene in mano uno scontrino e una confezione di margarina, col fare di chi non ha nulla da nascondere ed è pronto a dimostrarlo. A due passi da loro, il vigilante del supermercato osserva la scena con attenzione.
L'agente di polizia ha una ricetrasmittente sulla spalla, attaccata al giubbotto catarifrangente. China la testa per parlarci dentro, ascolta il gracchiare di una risposta, infine rimane in attesa. Anche il ragazzo sui trenta rimane in attesa. Il vigilante continua a seguire la scena.
Le porte scorrevoli si aprono. Un signore in pantaloncini cortissimi e stivali di gomma entra con nonchalance, accompagnato dal fracasso della pioggia battente e da un ragazzino scalzo. Nello stesso istante il ragazzo con la margarina scivola fuori, improvviso, e inizia a correre come Bolt lungo il perimetro dell'edificio. Qualche secondo dopo, il tempo necessario agli esseri umani per mettere in piedi una reazione, il poliziotto si lancia all'inseguimento. Dietro di lui il vigilante. Li perdiamo di vista in fretta, inghiottiti nella foresta grigia e orizzontale di acqua e di vento.
Non so bene chi dei tre invidiare di meno.

mercoledì 10 ottobre 2012

Un anno dopo: due parole su questo viaggio


L'11 ottobre 2011, alle 11:20 del mattino, partiva dall'aeroporto di Milano Linate il volo EI433 con destinazione Boston, U.S.A. Quel giorno i nostri zaini pesavano circa dieci chili in più di adesso, pieni com'erano di cose che avevamo ritenuto indispensabili e che abbiamo poi abbandonato, regalato o rispedito a casa strada facendo. Io avevo in mano una copia de La Repubblica di quel giorno: me l'aveva lasciata mio padre perché la leggessi durante il volo, ma non l'ho mai fatto. E neanche Laura. Perché l'Italia era tutto ciò che stavamo mettendo da parte per un po', e non ci interessava se il Ministro della Giustizia aveva deciso di inviare gli ispettori alle procure di Napoli e Bari per salvare Berlusconi dalle inchieste sulle escort. Volevamo sentire altro, qualcosa che non sapessimo già. Volevamo essere sbalorditi da qualcosa di cui non sospettassimo l'esistenza, come i bambini davanti al primo arcobaleno.

Non ho intenzione di fare bilanci o elenchi di luoghi visti. Vorrei invece spendere due parole su questo viaggio, sui suoi perché. Parlo al singolare perché sarebbe difficile spiegare insieme le mie motivazioni e quelle di Laura, motivazioni che in parte coincidono e in parte divergono. Perché per quanto da un anno non ci siamo mai persi di vista per più di ventiquattro ore, restiamo due individui, due universi separati, come tutti gli esseri umani.
Lo so, una dichiarazione d'intenti come quella che segue è cosa che si dovrebbe fare all'inizio, magari prima di partire. Non certo un anno dopo, lontano tanto dalla partenza quanto dal ritorno. Ma per paura di dire troppo, spesso mi ritrovo col non dire abbastanza. Penso questo quando mi capita di rileggere il mio primo, non del tutto sincero, post.
Un anno fa non avevo nessuna voglia di giustificarmi, di mettere alla prova una scelta che anche a me sembrava azzardata. Sono partito entusiasta e dubbioso, con pochi soldi in tasca, con gli echi di voci che dicevano “Altro che giro del mondo! Con quei pochi soldi tu tra un mese sei di nuovo qui.” Pareva che dovessimo dimostrare qualcosa Laura e io, e l'idea non ci piaceva per niente. Sarà che noi stessi non sapevamo bene come sarebbe andata a finire, come ce la saremmo cavata alle prese con le lingue e le culture diverse, con la lontananza da casa, con gli imprevisti, con la necessità di riempirci lo stomaco ed avere sempre un tetto sulla testa. Stavamo scommettendo senza conoscere la materia in questione.
Ma veniamo a noi. 

Sono partito perché, se c'è una cosa su cui non ho mai avuto il minimo dubbio, è che volevo partire.

Sono partito perché sono curioso, e non mi fido a farmi raccontare il mondo dai libri e dal cinema. Volevo guidare di persona sulle immense freeway di Los Angeles, come i Chip's. Volevo pernottare in un motel americano come quelli di Thelma e Louise, mangiare in un fast food coi divanetti come Fonzie. Ho scoperto che si può essere molto tristi in Messico, dove le nuvole ci sono per davvero. Ho sentito che in certe strade di Città del Guatemala l'aria odora di merda e di solvente, ma non per questo è vietato sorridere. Volevo navigare tra le isole dei Caraibi e vedere se erano davvero sincere lo brochure delle agenzie di viaggi. Come sospettavo, nessun luogo è davvero l'inferno. Nessuno è il paradiso.

Sono partito perché ero stanco, mi ci voleva una vacanza.

Sono partito perché magari ci sono posti più belli, sani, onesti e puliti in cui vivere. O magari il posto giusto è quello in cui sono nato e cresciuto. Forse c'è un posto nel mondo in cui mi posso sentire a casa, un luogo in cui tutto venga più facile e leggero. Oppure vale la pena fare la propria parte insieme alla propria gente, fosse anche nella Pianura Padana. Forse, vista da fuori, non è poi una merda la Pianura Padana.

Sono partito per prendermi il tempo di fare alcune cose a lungo rimandate, per dare una chance ai sogni messi da parte per il solo fatto di essere diventato adulto. In passato ho fatto altre cose, col mio tempo. Cose sagge e giuste: lavorare, studiare. Ma non ho smesso di sognare. Ho scoperto che se metti insieme gli strumenti di un adulto alle ambizioni di un ragazzo, ti ritrovi in Nuova Zelanda con un canotto arancione e un conto corrente a tuo nome.

Sono partito per meglio somigliare all'idea che ho sognato di me stesso, come dice un travestito in “Tutto su mia madre” di Almodovar.

Sono partito perché, porca miseria, almeno l'inglese lo voglio imparare. 

Sono partito perché volevo sapere cosa significa essere straniero. Figlio di migranti quale sono, ho sempre avuto ammirazione per la gente che, per scelta o per condizione, si confronta con altre lingue, altri climi, altri cibi, altri odori, altri mezzi di trasporto, altre economie, altri sguardi, altri sottintesi, altri pregiudizi. Ho sempre avuto l'istinto di stringere la mano al muratore albanese, alla badante sudamericana, all'avvocato africano che vende DVD pornografici fuori dal Brico Center. Ho sempre sospettato, e ora lo so, che quella gente fa una fatica cane, e si porta dentro una ricchezza che spesso non sa (o non vuole) esprimere. Lo pensavo anche durante uno dei miei ultimi giorni di lavoro, quando con Erick, un quattordicenne ecuadoregno con il quale lavoravo come educatore domiciliare, tentavo di fare i compiti di spagnolo. Lui aveva pessimi voti in quella materia, e quando c'era da studiarla erano grandi scenate di svogliatezza. E sì che nella sua famiglia tutti parlano spagnolo e lui, quanto meno, lo capisce. E io mi arrabbiavo, gli dicevo: “Cazzo Erick, tu non ti rendi conto del culo che hai a sapere due lingue così, gratis, solo per averle sentite da piccolo. Io ti invidio e tu fai tutte queste storie per due esercizi che potresti fare in un minuto e ad occhi chiusi!” Ma per lui il fatto stesso di capire lo spagnolo era una ricchezza inutile, una moneta senza valore. Anzi, era un fardello, significava quella differenza che avrebbe voluto cancellare, per essere semplicemente come tutti gli altri. “Sai,” gli ho detto “molto probabilmente passerò dal tuo paese durante il mio viaggio.” Mi ha guardato come se fossi pazzo. “In Ecuador? E cosa ci vai a fare?” Non me la sono sentita di rispondere che andavo a fare il migrante per gioco, per vedere come ci si sente. Non a lui.

Sono partito per vederci meglio, per conoscere gli altri e me stesso. Mi illudevo anche, lo ammetto, di trovare per strada una risposta alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?” Ma l'unico vero risultato è stato confondermi le idee.

Sono partito, insomma, con tante idee nella testa. Alcune vaghe, altre molto precise. L'unica cosa che posso dire ora è che ne valeva la pena. Suona appropriato questo modo di dire, perché viaggiare con pochi soldi a disposizione è spesso una pena, o almeno una fatica. Posso dire anche che sono contento del fatto che ogni giorno che passa mi avvicina sempre di più al ritorno, anche se non esiste una data precisa né una decisione presa in merito. Ma mi piace l'idea, l'idea di tornare.

venerdì 5 ottobre 2012

Carol: sette giorni di pioggia e poi un fuoco acceso


Metafore a parte, Cape Reinga è la fine del mondo. Puoi solo tornartene da dove sei venuto, guidando verso sud lungo l'unica strada. Oppure, con una 4x4, puoi percorrere la leggendaria 90 Miles Beach, pucciando le gomme in acqua di tanto in tanto. Ma sempre verso sud, perché in tutte le altre direzioni c'è solo mare, per miglia e miglia fino all'Asia in direzione nord-ovest, al Sudamerica verso est, all'Australia verso ovest. 
Punta nord della Nuova Zelanda, luogo in cui le anime entrano nell'aldilà secondo la tradizione maori, Cape Reinga è considerato il punto di incontro tra l'Oceano Pacifico e il Mare di Tasman. E in effetti, dalla terrazza del faro, si possono vedere creste schiumose e turbolenze che sono espressione della lotta tra le correnti. Perché non stiamo parlando solo di una linea immaginaria, di quelle che i navigatori tracciavano arbitrariamente sulle loro mappe. Questi due mari si scontrano proprio, spalla a spalla, come in una mischia infinita di un'eterna partita di rugby. 

A Cape Reinga noi ci arriviamo dopo quattro giorni di lenta crociera, quasi sempre sotto la pioggia, che ci accompagna da quando abbiamo lasciato l'isola di Waiheke. Quattro giorni di continue soste fatte per equipaggiare la macchina di materasso, tendine anti-voyeur, fornello da campeggio, pentolame, una radio e un paio di gomme nuove. E per riparare il parabrezza, che dava segni di volersi staccare dal suo telaio. Come al solito abbiamo cercato le soluzioni più economiche, che nella piccola città di Kerikeri ci hanno portati a scoprire l'esistenza di incredibili negozi dell'usato, organizzati per sostenere il servizio delle ambulanze o gli hospis. Mercatini in cui, tra le altre cose, abbiamo comprato un paio di Levi's per due dollari e un paio di scarponcini di pelle per cinque. 
Ma una volta arrivati a destinazione (o per meglio dire al punto di partenza, visto che da Cape Reinga comincia la nostra traversata dal nord al sud della Nuova Zelanda) una stanchezza infinita si impossessa di me, rendendomi ogni piccolo imprevisto una fatica insormontabile. Il vento, la pioggia incessante, il materasso che si sgonfia ogni notte verso le quattro, il finestrino dell'auto che non chiude bene e che fischia dalla piccola fessura nell'orecchio di chi guida... Inizia così una lenta discesa, ben diversa da come l'avevamo in mente.
Perché il piano era questo: Si va in cima al Paese e poi si scende lentamente, facendo del sano e rilassante turismo: spiaggia, libri, bei paesaggi... Niente fretta. Appena troviamo un posto che ci piace ci sistemiamo e ci troviamo un lavoro. Ma di tutti i chilometri percorsi non uno è andato all'insegna del relax: solo un profondo malumore, che ha visto il suo apice con una tavola sparecchiata dal vento e uno scroscio d'acqua sulla bistecca al sangue, comprata per tirarsi su il morale. 
Quando si vive in una macchina, pioggia e vento rendono tutto più difficile. Non tanto perché la macchina diventi più scomoda o più fredda, ma perché non ne puoi uscire. Ci devi rimanere ventiquattro ore nella cazzo di macchina. Si aggiunga che, da queste parti, alle cinque del pomeriggio tutto chiude e tace. McDonald's a parte.

È successo così, una delle innumerevoli volte in cui abbiamo cercato parcheggio e ci siamo infilati in un negozio dell'usato, correndo sotto la pioggia. È stato nella città di Kaikohe, quando ormai non mi sentivo più le forze per arrabbiarmi e cercavo con occhi stanchi un materasso di gommapiuma tra gli scaffali. È capitato nel momento in cui il mio pensiero più ricorrente era: Fanculo tutto, prendo un aereo e torno in Italia!

- Avete un materasso di gommapiuma? (a parlare è Laura, in piedi alla cassa, dall'altra parte del negozio.)
- No, mi dispiace, non abbiamo niente del genere al momento. (a parlare è una signora un po' in carne, sui quarantacinque, bionda.)
- Sa dove posso trovare un altro negozio dell'usato? (di nuovo Laura)
- Sì, dunque... (segue spiegazione della signora bionda).
- Ok, grazie. 
(silenzio)
- Ma voi non eravate a Kerikeri qualche giorno fa? - dice la bionda.

In effetti, le avevamo fatto le medesime domande qualche giorno prima e in un'altra città, in un altro negozio della stessa associazione per la quale Carol (questo il nome della signora bionda) gestisce i volontari. Mi avvicino un po' per ascoltare meglio, fingendo di cercare qualcosa tra pentole e forchettoni, non molto in vena di fare conversazione in prima persona. Così ascolto Laura raccontarle che sì, quelli eravamo noi, e che il materasso l'avevamo anche trovato, ma è bucato. 
Per arrivare al dunque, Carol ci invita a casa sua. Per qualche giorno o anche per una settimana, dipende da cosa vogliamo fare noi. Non ci conosce, non sa niente di noi, a parte il fatto che dormiamo in una macchina e non abbiamo un materasso. “Avreste una stanza indipendente, con bagno e acqua calda” dice, per rendere l'invito più accattivante. Vuole che capiamo che per lei è un piacere se andiamo, ma che dobbiamo sentirci liberi di accettare o meno. Ci lascia il numero di telefono e noi ci ributtiamo indecisi dall'altra parte delle vetrate, quella dove cade la pioggia e soffia il vento.
Sarà appunto per l'insistenza degli agenti meteorologici. Sarà anche perché abbiamo imparato che qui la gente non dice le cose per far bella figura, sperando di nascosto che tu gli dica di no. Sarà perché io sono esausto, e anche Laura è stanca (forse anche stanca di sopportare me che sono esausto). Insomma, accettiamo l'invito.
Quella stessa sera ci scaldiamo le ossa davanti alla stufa accesa, facciamo una doccia calda e un bel sonno ristoratore in un letto vero, parcheggiati in una stanza buia e senza ruote. Rimaniamo con Carol un paio di giorni, poi altri due e altri due ancora, rimandando di continuo la nostra partenza. Ogni sera facciamo del nostro meglio per preparare una degna cena italiana, che le facciamo trovare pronta al rientro dal lavoro. Con noi c'è anche Dylan, il suo figlio diciottenne, minore di quattro fratelli. La stanza in cui stiamo, che in effetti è una costruzione indipendente, appartiene a Ian, il penultimo figlio, che ora si trova in Thailandia in vacanza. Jacob, il maggiore, si trova invece in Australia per lavoro mentre Stacy, l'unica femmina, vive col suo compagno a pochi chilometri di distanza. Ogni sera facciamo lunghe e interessanti chiacchierate (nei limiti del nostro inglese), seduti sui grandi divani di casa sua, immaginando il mare tremolare nel buio al di là delle vetrate. Si parla un po' di tutto, ma mai viene menzionato un padre dei suoi figli, un marito o un compagno. Delle molte foto esposte nella stanza, in nessuna compare lui, la cui presenza sembra essere stata cancellata. Siamo curiosi ma non chiediamo, non sono fatti nostri.
Dopo sei giorni ripartiamo un po' più asciutti e riposati. E con un materasso nuovo di zecca che, guarda un po', Carol aveva in cantina a far niente.


giovedì 27 settembre 2012

Lucia


Lasciata Palm Beach a bordo di Kiwi, la nostra macchina nuova, riceviamo via SMS un invito per un caffè da parte di Lucia, una ragazza spagnola incontrata per caso una settimana prima, quando noi eravamo appena arrivati e lei stava visionando una stanza da prendere in affitto nella proprietà di Michelle.
Sediamo tutti e tre al tavolino di un bar, nella piccola e allo stesso tempo grande città di Oneroa (due bar, due ristoranti, qualche casa e un ufficio postale). Parliamo in spagnolo e per noi è una boccata d'aria fresca riuscire ad esprimerci senza incespicare, bloccarci, rinunciare. Ed è così, chiacchierando del più e del meno, che Lucia ci invita a mangiare a casa sua. E poi, già che siamo lì, ci offre un posto per dormire, visto che la nostra macchina non è ancora dotata di materasso. Rimaniamo stupiti di tanta generosità, ma soprattutto della spontaneità e naturalezza con cui veniamo invitati. Poche cerimonie. Ti invito perché mi va di averti attorno: se vuoi fermati, se no vai. 
Casa sua non è proprio sua, ma di una signora sessantenne che passa l'estate neozelandese sull'isola di Waiheke e d'inverno se ne va in California, in cerca di un'altra estate. Lucia è la sua house-sitter, ossia colei che tiene tutto in ordine e sotto controllo, che le inoltra la posta e le sistema il giardino. Il tutto in cambio di vitto e alloggio. Stiamo parlando di una casa bellissima, affacciata sul mare e costruita in legno. La struttura assomiglia a quella di una chiesa gotica, con tanto di tetto spiovente, rosone e guglie. All'interno tutto è curato nei particolari: dal mosaico di pietre e conchiglie che percorre i muri e il pavimento del bagno, alle molte opere d'arte contemporanea sparse per i vari ambienti. Noi dormiamo al secondo piano, in una torretta tutta vetri e con vista sul mare. Nella stanza c'è solo una vecchia pianola sul suo cavalletto e un cannocchiale puntato verso l'orizzonte.
La mattina seguente conosciamo Martin, un tedesco di circa quarant'anni che parla perfettamente un'infinità di lingue. Tranne l'italiano: quello lo sa “piccolo piccolo”. Ha un'aria stanca e un'espressione impenetrabile, quasi assente. Ammette in effetti di sentirsi svuotato di energie, dato che ha appena finito di tenere un corso di yoga durato due settimane. Anche lui come Lucia vive sull'isola, dove sta cercando di ingranare come taxista, ed è deciso a fermarsi in Nuova Zelanda a tempo indeterminato. Entrambi, quando raccontiamo che abbiamo intenzione di trovarci un lavoro da qualche parte, ci danno consigli su come fare e a chi rivolgerci, ma noi abbiamo voglia di andare un po' a spasso per il Paese, ora che abbiamo la macchina. Non ci accontentiamo dell'isola.
Il cellulare di Martin suona: è la chiamata di un cliente. Nell'andarsene si ferma un attimo e dice: “Se decidete di fermarvi qui, io ho un divano libero.” Ci lascia il biglietto da visita ed esce. Ma noi abbiamo deciso: partiremo domani stesso. Andremo all'estremo nord della Nuova Zelanda e, lentamente, scenderemo alla ricerca di un posto che ci piaccia molto, un luogo in cui fermarci per un po' a lavorare. “Cercare prima il posto, poi il lavoro.” È la lezione che abbiamo imparato in Perù, dove siamo rimasti bloccati a Talara per un periodo che ci è parso infinito, in un luogo orribile e sterile. Ma vedremo, questa volta, quali eventi riusciranno a rovesciare i nostri piani. 
Per il momento, appena messe giù le ruote dal traghetto, la meta è Cape Reinga, la punta a nord. È prevista qualche sosta per equipaggiare Kiwi con un letto, una cucina e delle gomme nuove.

giovedì 20 settembre 2012

Toyota Corona


Vi presento “Kiwi”, il nostro mezzo nuovo mezzo di trasporto, che ci scarrozzerà (speriamo) finché saremo in Nuova Zelanda. Ecco una piccola scheda tecnica.

Toyota Corona SW, 2000cc, benzina.
Immatricolata nell'anno 1991.
Km percorsi: 367.815 Km.
Pagata: 475 NZ$ (303€)
N. ruote: 4 (di cui 1 o 2 vagamente motrici)
Freni: frenare frena.

Non avremmo mai pensato di trovarla proprio qui, sull'isola di Waiheke. Né tanto meno per quel prezzo. Ma è stata una catena di piacevoli eventi, tra cui l'aver incontrato e stretto amicizia con Kevin, un sudafricano naturalizzato neozelandese, musicista jazz e programmatore. Lui ci ha dato una mano, ha telefonato per noi, ha contrattato, ci ha accompagnati... Fantastico.
Un'altra cosa interessante, sconosciuta a noi italiani, è la facilità con cui funzionano queste cose. Vedi una macchina in vendita che ti piace, ti metti d'accordo sul prezzo, compili un modulo lì nel parcheggio insieme al vecchio proprietario e gli dai i soldi. Poi vai in posta col modulo, paghi 9 dollari (meno di 6€) e la macchina è tua. Fine. Accendi il motore e te ne vai.

martedì 18 settembre 2012

Waiheke Island e le piante buone


Si scende attraverso il bosco per un sentiero fatto di gradini irregolari, ricoperto di frammenti di conchiglie bianche. Erbacce, rami e rampicanti hanno quasi del tutto inghiottito il passaggio e i piccoli orti, rubati alla pendenza con terrazze fatte di vecchi pneumatici, sembrano aver visto tempi migliori. Cinquanta metri più sotto, la legnaia è vuota. Nella rimessa, tra la polvere e le ragnatele, gli attrezzi sono arrugginiti sul banco da lavoro, accanto a telai di vecchie finestre e a qualche rozza scultura lasciata incompiuta. E c'è un pennello, immerso in un barattolo di vernice verde ormai indurita. Tutto riconduce a qualcuno: qualcuno che tagliava tronchi sul ceppo. Qualcuno che rinnovava vecchie finestre e le tingeva di verde. Qualcuno che scolpiva tronchi di legno rossiccio, abbozzando forme femminili. Qualcuno che non c'è più.

Da cinque giorni viviamo sull'isola di Waiheke, a quaranta minuti di traghetto da Auckland. Michelle, la padrona di casa, ha un'aria infelice e stanca. Non porta molta pazienza con noi che non capiamo le cose al primo colpo, e se diciamo “Sorry?” lei sospira, fa un cenno con la mano come per allontanare una cosa sgradita e dice “Nevermind, forget it.” Questo ci fa sentire stupidi, e il nostro balbettare peggiora ad ogni conversazione abortita. 
Il nostro compito qui è ripulire il sentiero dalle erbacce, liberare le piante “buone” dai rampicanti, preparare i piccoli orti per la semina. Più una serie di altri compiti, vari ed eventuali. Come ad esempio sgomberare la stanza di Michelle, che si prepara a lasciare tutto questo per raggiungere sua figlia diciannovenne, partita un giorno per la Thailandia e decisa a non tornare indietro. La sua stanza la affitterà a Kevin per qualche mese, per tirare su qualche soldo, mentre lei si trasferirà nel suo “studio”, qualche gradino più su lungo il bosco.
C'è anche un altro inquilino in casa. Si chiama Steve e vive in una stanza sempre chiusa, con le finestre occluse da teli scuri. Lo si incontra di rado, seduto sui gradini con una sigaretta ultra-light tra le labbra, bianco in volto e con gli occhi spenti. Vorrei chiedergli chi è, a cosa si dedica, ma la sua parlata concitata, che tanto stride col suo aspetto, mi è difficile da capire.
Laura e io alloggiamo in una piccola casa di legno, più in basso lungo il sentiero. Diciamo che c'è qualche spiffero, qualche vetro incrinato. Diciamo che c'è qualche infiltrazione, qualche macchia di umido. Diciamolo pure: cade a pezzi. Eppure ci piace. Non c'è bagno né acqua corrente, solo una cisterna d'acqua piovana proprio fuori dalla porta, ma vista la stagione non c'è pericolo che si svuoti. Quando cala il sole fa un freddo da far tremare ma, per fortuna, tra i pochi comfort c'è una vecchia stufa. Durante il giorno raccogliamo la legna nel bosco e di sera stiamo a guardarla bruciare, con le orecchie divise tra il crepitio del fuoco e l'infrangersi delle onde del mare, pochi metri più giù.

Quando ce ne andremo da qui il sentiero sarà di nuovo bianco e sgombro. Il bosco sarà ripulito da tutte le immondizie rotolate giù dal bordo della strada e qualche raggio di sole raggiungerà gli orti, non più smorzato dai troppi rami secchi. Le piante “buone” torneranno a respirare, liberate dal reticolo opprimente di rampicanti. La legnaia sarà di nuovo riempita e la stufa di Michelle ricomincerà scoppiettare nelle ore più fredde.
Siamo capitati qui, per un caso difficilmente prevedibile. Qui con questa donna sola e oppressa da angosce che non sappiamo, mascherate dietro sorrisi poco convincenti. Ce ne potremmo andare, ma qualcosa ci trattiene: qualcosa ci dice che questa fatica comunicativa porterà da qualche parte. O almeno, porterà qualche raggio di sole alle piante “buone”.

Waiheke Island

lunedì 10 settembre 2012

Hot Springs, l'inizio di una nuova storia

Foto di Laura Pelliciari
La pioggia, obliqua e decisa, colpisce la superficie dell'acqua, amplificando il tremore delle luci elettriche riflesse. Mi immergo fino agli occhi per non sentire freddo, rilasso i muscoli delle gambe e delle braccia, mi affido alla spinta dal basso verso l'alto pari al peso del liquido spostato. Folate di vapore si muovono impazzite sul filo dell'acqua sferzato dal vento, ora nascondendo ora svelando i volti delle persone, mentre in lontananza un lampo illumina un pezzo di notte senza luna.

Annie e Sean sono due tipi riservati. Ogni sera ceniamo insieme nella loro casa dai muri di paglia e fango, piena di quadri d'arte contemporanea, di libri e di CD. Finita la cena, preso il tè, si congedano gentilmente e se ne vanno a guardare il loro programma preferito in televisione, lasciandoci soli. Danno confidenza un poco alla volta, non elargiscono troppi sorrisi gratuiti e non fanno troppe cerimonie. Se da una parte questo mi piace, dall’altra, dopo otto mesi passati in America Latina a volte è difficile adattarsi, e mi vien da pensare: “Senti, se ti sto sul cazzo dillo.” Ma non gli sto antipatico, loro sono fatti così e, nel bene e nel male, qui non siamo in America Latina. E poi oggi, oggi che è il nostro ultimo giorno di lavoro nella loro fattoria, hanno deciso di fare un'eccezione. Ci hanno voluti premiare per il nostro impegno e ci hanno portati alle Hot Springs, le piscine d'acqua termale che rendono famosa questa località sperduta. E mentre me ne sto qui, immerso in acqua fino agli occhi, ripenso ai diciotto giorni appena trascorsi. Trascorsi a raccogliere e pulire frutti, a strappare pannelli di cartongesso da una vecchia casa, a rivoltare zolle di terra. E poi a scavare buchi, riempire sacchi, svuotare secchi, trasportare rami, strappare erbacce, lavare vasetti, preparare compost, passeggiare cani...
Sono volati questi giorni, quasi tutti coi piedi nel fango: non ci sembra vero, ma tra poco è un mese che siamo qui in Nuova Zelanda. E se da una parte è tutto nuovo, tutto all'inizio di un capitolo che speriamo sarà memorabile, dall'altra è quasi un anno che manchiamo dall'Italia e ogni tanto bussa alla porta la voglia di tornare a casa. Ma non lo faremo, almeno per ora. Domani partiamo per Auckland, dove ci fermeremo due giorni a fare shopping, immersi in una città immensa dopo tre settimane di bucolico isolamento. Cose da mettere nel carrello: una mappa dettagliata del paese, due paia di guanti da lavoro, un'automobile. Fatto questo, partiremo per Waiheke, un'isola che promette di essere meravigliosa. Lì ci aspetta Michelle, e con lei altre due settimane di lavoro in fattoria.

martedì 28 agosto 2012

Miranda Road, Nuova Zelanda


Il primo giorno alla fattoria di Annie e Sean è filato via liscio: ore otto, preparazione compost; ore nove, rimozione erbacce dai pascoli; ore dieci e trenta, semina di piante che non ho capito il nome. Pomeriggio, macellazione di un cinghiale cacciato coi cani e ucciso a coltello da due ragazzi tedeschi amici di famiglia. È filato tanto liscio il primo giorno che il secondo non riuscivo a stare dritto in piedi, né a reggere la mazzetta e il piede di porco coi quali mi si chiedeva di procedere alla demolizione di un cottage.
Ci troviamo sulla costa a sud di Auckland, in una località chiamata Miranda. Dovrebbe essere un paese, stando alle mappe stradali, ma non lo è. Nessun agglomerato di case, nessun negozio, niente stazione di servizio. Solo fattorie e campi. Il paesaggio intorno a noi è fatto di dolci colline verdi e di un triste mare invernale, bello da spegnere le parole nella gola. Perché è inverno qui, fa freddo e piove spesso. Le nuvole passano rapide e cambiano le carte in tavola come e quando gli pare. Il nostro unico paio di scarpe è ormai irriconoscibile, perennemente inzuppato e coperto da una spessa crosta di fango ed escrementi di animali vari. Ma quando viene fuori il sole tutto si accende come in un presepe colossale, la luce disegna le ombre e dà vita ai colori, soprattutto verdi e azzurri. Un bel salto dal deserto della costa peruviana...
Annie e Sean hanno una sessantina d’anni e cinque ettari di terra su cui usare la fantasia. Coltivano frutta e verdura, confezionano formaggi e marmellate, allevano polli. Tutto rigorosamente “organic”. Lavoriamo per loro cinque ora al giorno in cambio di vitto e alloggio. Ci hanno sistemati in un caravan che è ben più grande di casa nostra e nel quale c’è tutto, compreso un frigorifero pieno di bontà locali. Siamo passati dal nutrirci di pasta infima, caffè solubile e cioccolato Nestlé, al latte munto in giornata, a frutti appena colti e formaggio fatto in casa.
Finite le nostre ore di lavoro, se il mal di schiena lo permette, prendiamo le bici e andiamo a esplorare il territorio. Ma a parte i pascoli e il mare, tutto è lontano. Presto o tardi dovremo infilarci nella capitale alla ricerca di un mezzo di trasporto nostro. E magari di un lavoro retribuito, giusto per non restare a piedi.

martedì 21 agosto 2012

Viaggiare versus costruire


All'aeroporto di Fort Lauderdale, in Florida, la coda all'Immigrazione è un serpente lungo e lento. Abbiamo fatto solo il primo scalo e siamo più stanchi del dovuto. In fila con noi ci sono molti giamaicani, appena arrivati con un volo da Kingston, e anche molti colombiani, imbarcatisi insieme a noi a Bogotà. Ci sono anche gli statunitensi, ma loro fanno un'altra fila, più veloce. Laura e io comunichiamo con monosillabi stentati, mentre avanziamo trascinando gli zaini verso lo sportello della polizia. Abbiamo mal di testa, non abbiamo voglia di parlare: “Hai tutto?” “Mmm.” “Compilato il modulo?” “Mmm.”
“Ehi compaesani!” dice una voce, qualche posto più indietro nella fila. “Vi ho sentiti parlare” aggiunge “e l'idioma mi sembrava familiare.” Lui si chiama Jacopo e a vederlo è lo stereotipo di quello che io, con una certa supponenza, ho sempre definito un fattone. Treccine, braccialetti, orecchini, una spilla da balia su una maglia decisamente da lavare. Ma ha anche un sorriso bianco e sincero, e degli occhi che sembrano aver visto più dei ventisei anni di vita dichiarati sul suo passaporto. Viene da sette mesi di America Latina ed è preoccupato: in molti gli hanno detto che con l'aspetto che ha, di sicuro gli faranno storie qui negli Stati Uniti. Il suo obiettivo, ma lui preferisce chiamarlo sogno, è l'India; ma per il momento è diretto in California dove cercherà di tirare su qualche soldo lavorando, diciamo così, nel ramo dell'agricoltura.
Sbrigate con successo le formalità ci ritroviamo tutti e tre nella sala d'attesa del volo per Los Angeles. Abbiamo tutti fame, ma un panino piccolo piccolo costa otto dollari e quindi ce la teniamo. Jacopo è un fiume in piena di parole, ma devo dire che lo ascolto volentieri. Tutti abbiamo dei pregiudizi, perché negarlo? L'importante è essere pronti a riconoscerli e metterli da parte, quando è il caso. Così, questo fattone mi si rivela una persona molto interessante. Non tanto per le cose che fa e dice, ma per la vitalità, la partecipazione e la consapevolezza che traspira.

È nato nella provincia di Siena, in un paesino di cinquemila abitanti dove ci si conosce tutti. La sua famiglia è benestante e a lui non è mai mancato nulla: motorini, macchine, soldi. E non solo questo: aveva già un futuro assicurato nella ditta di lavorazione di metalli che la sua famiglia portava avanti da tre generazioni.
Ma lui non ci si trovava in quei panni. “Fino a quattro anni fa” dice “non ero mai uscito dal mio paese e lo sentivo come una prigione.” Ma non è solo questo. Lo capisco quando mi racconta della sua passione per il paracadutismo: “C'erano delle volte che, mentre mi avvicinavo a terra, mi chiedevo 'Lo apro o non lo apro?'”. Stava male e si rendeva sempre più conto che qualcosa nella sua vita non tornava. Così ha trovato il coraggio di tirarsene fuori, anche se questo gli è costato essere la vergogna e la rovina per la sua famiglia. Ha iniziato a girare il mondo e non si è più fermato: torna in Italia per qualche mese, lavora duro, e appena può riparte. Suo padre ha venduto la ditta ad un ex dipendente ed ora lavora per lui come operaio. Sua madre ha pianto molto, preoccupata per questo figlio che andava incontro a qualcosa che lei stessa non conosceva. Ma col tempo questa rottura ha portato a qualcosa di buono: dopo quattro anni suo padre, che è uno che parla poco, perché ci si vuole bene ma non lo si dice, una sera gli ha detto: “Sai, non sono mai stato così tranquillo come ora.” E sua madre è contenta delle lettere che lui le scrive dalle località più sperdute: “Scrivimi ancora,” gli dice “che mi sembra di viaggiare anche a me, mi sembra di fare quello che non ho mai fatto e che avrei voluto fare”. E ha ragione Jacopo quando dice che se è successo questo è perché, quando lui torna a casa, i suoi glielo leggono in faccia che sta bene. Lo sentono nel tono della sua voce, lo vedono in tutta la sua persona. Quindi che importa la ditta, le macchine, i soldi? In questo senso credo che questo ragazzo abbia aiutato la sua stessa famiglia a crescere. 
Jacopo mi parla della necessità di dare un freno al cervello, di usare il cuore come guida nella vita. Dice che cerca di non decidere nulla, ché quasi sempre le cose vanno al loro posto naturalmente. Mi ripete più volte, e ne è convinto, che nulla accade per caso. Io non la vedo allo stesso modo, e faccio fatica a spiegargli il perché. Ma sono contento di avere incontrato una persona alla ricerca, uno che mette in discussione tutto a cominciare da se stesso. Non sta a me né a voi dire a che punto sia questa ricerca, ma come lui stesso dice “Se questo è cercare, maremma, che figata!”
Così continuerà a viaggiare. Attualmente, questo è l'unico modo in cui vuole vivere. Mi torna in mente il ragazzo torinese conosciuto qualche giorno fa a Bogotà, che da dieci anni a questa parte ha vissuto nei posti più disparati, dall'Australia alla Colombia, dalla Spagna all'Indonesia. E senza che ci fosse dietro un progetto, o un'intenzione: lui viaggia e basta. E mi torna in mente anche Gaetano, il fotografo conosciuto in Costarica, che da ormai una vita si sposta ogni quattro o cinque anni e ricomincia una vita nuova in un altro posto, insieme ai suoi tre amici artisti. Quando l'abbiamo conosciuto aveva da poco trovato casa e stava per inaugurare la sua piccola rosticceria. Mi incuriosiscono questi uomini, perché c'è qualcosa in loro che mi sfugge: “Ma cosa state costruendo voi, spostandovi di luogo in luogo?” vorrei chiedergli io, che mi illudo di sapere dove voglio andare a parare. Io che sto imparando cose che forse mi saranno utili, io che ho intenzione di tornare a casa, di avere una casa. Ma loro ti guardano con uno sguardo tranquillo, consapevole: “E chi ha detto che si debba costruire? Non ci si può limitare ad essere?” sembrano dire.

È ora di imbarcarsi: altra fila altra perquisa. Arrivati a Los Angeles Jacopo decide di ripartire subito con un autobus notturno, alla volta di una comunità hippie della California. Noi invece cerchiamo invano un alloggio ad un prezzo umano, ma alla fine ci accasciamo a dormire sulle poltroncine dell'aeroporto. E qui siamo tutt'ora, dopo quasi 24 ore, in attesa del volo FJ811, destinazione Fiji.