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domenica 14 luglio 2013

Ultime da Pechino: tenetevi pronti

Leo, il mio collega cinese in Nuova Zelanda, mi aveva descritto la Cina come un paese sovrappopolato, caotico ai limiti dell'invivibile. Lui veniva da Pechino ed evidentemente non era mai stato al Sud. Probabilmente frequentava poco le remote zone di provincia, così come io non sono mai stato in Sardegna o in Basilicata.
Qui ad Anyang, come a Hekou, la tranquillità regna sovrana. Il traffico è più che sostenibile, fatto più che altro di biciclette elettriche, e ogni individuo ha il suo spazio. Non c'è certo da sgomitare per camminare sui marciapiedi o per entrare nei negozi.
Ci rimaniamo cinque giorni, in attesa del treno per Pechino. Trascorriamo il tempo nell'ozio, nella spaziosa stanza del 7 Days Inn o camminando per il quartiere. Stiamo bene: ci sentiamo a nostro agio nella quiete e nei ritmi lenti di una città che non ha motivo di correre.
Mangiamo quasi sempre ravioli al vapore in un ristorante dietro l'angolo: è il nostro organismo che ce lo chiede. Basta schifezze. Basta esperimenti ai suoi danni. La cuoca è molto gentile con noi. Ci lascia sbirciare nelle padelle in modo che possiamo indicare il ripieno che preferiamo: funghi, carne, verdure... perché, ovviamente, qui nessuno parla inglese e noi il cinese non l'abbiamo certo imparato in due settimane.
La gente è curiosa di noi, ancor più di quanto lo siamo noi di loro. L'ultimo giorno di permanenza lasciamo libera la stanza e ci sediamo sui divani della hall, in attesa che sia ora di andare a prendere il treno. Due uomini e una donna si avvicinano, ci guardano, parlano di noi tra loro. Poi si siedono vicino a noi e ci fanno delle domande, ma noi non capiamo niente e glielo diciamo, in un'altra lingua. Quelli allora vanno avanti argomentando qualcosa sul fatto che noi non capiamo niente e via così. Per darci un taglio chiedo a Google di tradurre per me: “Io non capisco il cinese.” Mostro il display del telefono a uno dei due uomini e quello fa capire che non mi devo preoccupare. Ma poi, come se si fosse già dimenticato di quanto ha appena letto, prende in mano il mio cellulare e inizia a farmi altre domande, immagino riguardo a certe funzioni che anche lui vorrebbe avere sul suo enorme smartphone. È imbarazzante e divertente al tempo stesso. Più imbarazzante che divertente a dire il vero. Prendo dalla tasca dei pantaloni il mio taccuino per annotare quanto quella situazione sia imbarazzante e li ritrovo tutti e tre alle mie spalle, a commentare la mia scrittura, così strana ai loro occhi.

Che Leo non dicesse il falso l'avevo capito già alla stazione di Xi'An e sul treno che ci ha portati fin qui. Ma è alla stazione di Pechino capisco esattamente cosa intendeva. Non credo di essere in grado di descrivere la quantità di esseri umani che brulicano, si muovono, si scontrano. Più di un formicaio, più di una miriade. Un puttanaio insomma.
Appena scesi dal treno non possiamo che seguire la fiumana, che rallenta sempre più fino a fermarsi. Ma noi non sappiamo perché: non riusciamo a vedere oltre le centinaia di teste che abbiamo davanti. Lo scopriamo quando viene il nostro turno: non è altro che un ordinario imbottigliamento all'imbocco delle scale del sottopassaggio.
La metropolitana di Pechino è moderna e ben sviluppata: 14 linee, treni ogni 3-4 minuti nelle ore di punta e ottimi collegamenti. Ma non basta per avere la certezza di riuscire a entrare nel vagone.
Questo capita anche a Milano, è vero, anche se non esattamente allo stesso livello. Ciò che a Milano non succede, però, è di trovarsi imbottigliati nei sottopassaggi di raccordo tra una linea e l'altra, di metterci dieci minuti per raggiungere una scala mobile.

Piede sinistro, piede destro. Un centimetro alla volta. Il tale che cammina accanto a me non guarda nemmeno dove va, si lascia portare dalla corrente mentre legge e scrive messaggi sul suo telefono. Probabilmente vive questa scena tutti i giorni. Anche quello accanto a lui ha il telefono in mano, anche quello davanti. Praticamente tutti hanno in mano il cellulare, appoggiato alla schiena della persone che li precede. Sento qualcosa di freddo toccarmi il collo, penso sia un insetto, mi giro di scatto: è quello dietro e mi guarda indispettito. Quasi gli facevo cadere il telefono.
Ci muoviamo tutti in modo meccanico, con lo sguardo altrove. I piccoli passi di centinaia di piedi mi fanno tornare in mente i bambini di Another Brick In The Wall, il video dei Pink Floyd, che alla fine finiscono nel trita-carne. Oppure si ribellano e distruggono tutto.

A Pechino troviamo anche il tempo di fare il nostro dovere di turisti: Muraglia Cinese, Città Proibita e Piazza Tienanmen. Fatto, fatto, fatto.
La stanchezza ha raggiunto livelli mai visti. Bisognerà farci qualcosa, e una mezza idea ce l'abbiamo già. Tenetevi pronti.


sabato 13 luglio 2013

Kunming-Anyang: la Cina in treno

A Kunming, capoluogo dello Yunnan, trascorriamo circa cinque giorni. Giorni oziosi fatti di brevi passeggiate, chiacchiere da ostello con altri viaggiatori e pasti consumati sui marciapiedi, ai tavoli di ristoranti improvvisati che offrono carni alla griglia, riso, noodles e ravioli al vapore.
Più o meno lo stesso copione si ripete a Xi'An, una città antica (più di 3100 anni di storia), capoluogo dello Shaanxi. Solo che qui la questione alimentare si risolve in ristoranti al chiuso, in cui sperimentiamo pietanze mai viste prima. Costante è la difficoltà di comunicazione, che ci porta a non sapere mai con certezza cosa abbiamo ordinato e ad affidarci alla fortuna e alla buona fede di chi ci sta servendo.
Kunming e Xi'An. Due grandi città, due capoluoghi. Iniziamo a sentire il richiamo della provincia, del posto tranquillo. Siamo diretti a Pechino, la Grande Capitale, ma nulla ci vieta di fare una tappa intermedia. Così, consultata la mappa delle ferrovie, scegliamo Anyang. Una città di una certa rilevanza storica, ma luogo di scarso interesse turistico, in cui non c'è motivo di andare. È il luogo che fa per noi.

Il vasto piazzale della stazione di Xi'An è affollato di gente che si muove in tutte le direzioni. Attraversarlo vuol dire muovere piccoli passi, schivare di continuo, non lasciarsi scoraggiare dalle urla e dalle spinte di chi, senza guardarci in faccia, vuole passarci oltre. Nella confusione generale capiamo che c'è una lunghissima coda da fare per entrare nella stazione. Uno alla volta si passa accanto alla guardiola, dalla quale un poliziotto ammette solo le persone munite di biglietto. È una seccatura, ma se non lo facessero la stazione rimarrebbe semplicemente bloccata. Una volta dentro, infatti, siamo come due pesci in un acquario troppo piccolo. Sono solo le 19:00, il nostro treno è in partenza alle 21:30 e non ci resta che fare come tutti: scegliere un punto a caso del pavimento, sederci sugli zaini a guardare i piedi della gente schivarci e farsi strada nella corrente.
Verso le 20:00 il numero del nostro treno compare sul tabellone luminoso. Ci mettiamo in coda. C'è già molta gente accampata sul pavimento: pochi hanno avuto la fortuna di trovare una sedia libera. Qualcuno mangia, qualcun altro gioca a carte. Famiglie, gruppi di amici, anziani con grossi sacchi di iuta al seguito. Ci sediamo di nuovo sugli zaini ad aspettare che aprano le porte metalliche e che ci facciano accedere al binario. Accanto a noi una mamma fa fare la cacca al proprio bambino nel piatto in cui ha appena finito di mangiare. Abbandonerà il tutto con noncuranza sotto il sedile sul quale è seduta. Alle 21: 20 la calca si serra a ridosso delle porte, ma quelle non si aprono. Venti minuti più tardi, mentre sto fissando il piccolo fazzoletto di pavimento libero davanti ai miei occhi, sento un boato. Il tabellone luminoso comunica che il treno partirà alle 22:20. Manca l'aria e fa caldo, ma non c'è molto da fare.

Nel salire sul treno mi trovo faccia a faccia con un tale. Ha un grosso sacco di iuta caricato su una spalla e  un ventilatore, con piantana e tutto, nell'altra mano. Io ho il solito zainone sulle spalle, lo zaino piccolo sul davanti e la chitarra in mano come Toto Cutugno. Siamo all'entrata del vagone, già affollato di viaggiatori. Non ci passiamo. Le persone in fila dietro di me si bloccano sui gradini e mi spingono in avanti; l'uomo col ventilatore mi spinge indietro. Per farla breve, faccio l'errore "culturale" di indietreggiare. Mi troverò a percorrere un intero vagone in retromarcia, ad impigliarmi nella maniglia di una porta e prendere a zainate praticamente tutti i passeggeri, più divertiti che infastiditi dalle mie goffe manovre. L'uomo di fronte a me continua ad avanzare, io non trovo un'ansa nella quale ritirarmi e alla fine non mi resta che spingere anch'io, spremermi contro quel tale e contro la gente ai lati finché non riusciamo a sgusciare via, ognuno nella sua direzione. Se l'avessi fatto subito avrei evitato di congestionare il traffico e di passare per ridicolo, dato che non mi sembra essere una questione di educazione. La gente è semplicemente troppa e lo spazio troppo poco: per starci non c'è altro modo che stringersi. Stringersi molto.

Ripercorro il vagone e raggiungo Laura, che ha già preso posto. Noi siamo fortunati: per quanto i sedili siano scomodi e angusti, noi abbiamo i posti assegnati. C'è talmente tanta gente che si sposta in treno che, nonostante la rete sia moderna e ben sviluppata, vengono venduti più biglietti di quanti siano i posti a sedere: i cosiddetti posti "in piedi". Noi abbiamo comprato i biglietti con cinque giorni di anticipo ed erano gli ultimi due sedili rimasti su questo treno. Ci sarebbero i vagoni con le cuccette, o altri con sedili più grandi e reclinabili, ma i posti erano esauriti per settimane.

Seduta di fronte a noi c'è una ragazza che parla un po' di inglese. Ci offre delle piccole prugne e vuol fare un po' di conversazione. Siamo gli unici stranieri nel vagone (e forse in tutto il treno) e la gente è curiosa. Molti chiedono alla ragazza da dove veniamo: "Yìdàlì" risponde lei, e quelli annuiscono guardandoci.
Abbiamo tutta la notte davanti. Molte donne hanno comprato un solo biglietto e tengono in braccio i loro bambini. Finiranno col dormire per terra e lasciare il sedile ai figli. C'è gente seduta sul pavimento lungo tutto il corridoio, gente davanti ai bagni, gente sui gradini, gente sulle soglie, gente che dorme in piedi accasciata sui poggiatesta dei sedili.
Ma non uno screzio. Non un litigio. Solo tanta pazienza. Ogni volta che qualcuno deve andare in bagno tutti si svegliano e senza dire beh si alzano, lasciano passare, si risiedono. Lo stesso al passare del carrello dei cibi o ad ogni stazione, quando scendono e salgono i passeggeri con le loro valigie. Quando a scendere è un passeggero che aveva un posto a sedere, le persone usano quel sedile a turni, comunicando i cambi con semplici sguardi.
A me manca un po' il respiro. Sono seduto tra Laura e una signora con la figlia in braccio; posso appena muovere i piedi di qualche centimetro, incastrato come sono tra le gambe degli altri, i bagagli, la chitarra... E poi le sigarette, anche se il cartello dice che non si può. Certo, le persone vanno a fumare nello spazio tra un vagone e l'altro, ma che differenza fa? L'aria è pesante e non c'è altra soluzione che aspettare con pazienza l'indomani mattina.

Ci sveglia un sole pallido pallido. Una luce grigia illumina il vagone. Il treno entra nella stazione di Anyang alle otto del mattino e la gente ci aiuta a caricarci gli zaini in spalla, ci fa spazio per uscire. Lasciamo loro altri due posti liberi da spartire.
Per prima cosa compriamo il biglietto per Pechino, con largo anticipo, determinati a viaggiare di giorno e su un sedile comodo. Ma tutto ciò che troviamo, dopo un'ora di coda allo sportello, sono due posti come quelli che abbiamo appena lasciato, per un treno che parte quattro giorni dopo.